Il senso profondo
della storia della vetrata del Santo Scolaro
La storia della realizzazione della vetrata
policroma del Santo Scolaro, nella
parrocchia di Barbiana, è simile a certi racconti evangelici: è un episodio
della vita comune al quale si può dare un senso religioso molto profondo. Non è
teologia, pensiero religioso sistematico, rigoroso, conseguente, consapevole
del contesto culturale, ma su racconti come quelli la teologia costruisce i
suoi ragionamenti. Anche uno che non è teologo vi può sviluppare sopra delle
riflessioni.
Si trattò di un lavoro collettivo di una comunità parrocchiale guidata dal
suo parroco. Il Milani fece il disegno sul quale i ragazzi della sua
particolare scuola, e lui stesso con loro, incollarono i pezzetti di vetro
colorato.
Sappiamo ancora fare in parrocchia un lavoro collettivo?
Sappiamo ancora fare in parrocchia un lavoro collettivo?
A Barbiana, l’idea dell'opera partì da uno dei ragazzi, dal popolo
potremmo dire generalizzando. In una nicchia della chiesa parrocchiale c’era
una statua del Sacro Cuore, ad altezza d’uomo, che metteva un po’ soggezione,
quasi paura a Michele, quando la sera entrava in chiesa per
controllare il lumino ad olio dell’altare centrale. Perché non sostituirla con un
bell’angelo, giovane, allegro e sorridente?, chiese al parroco. In un altro
contesto, immaginate che reazione sarebbe potuta venire dal prete. Togliere il
Sacro Cuore!?
Noi, nella nostra parrocchia, abbiamo vissuto un’esperienza simile con
la statua del San Clemente della mia infanzia, che dalla chiesa parrocchiale è
stata spostata a presidiare la sagrestia. E’ stata sostituita con un San
Clemente in stile neobizantino. La differenza è che tutto non è partito dal
popolo. Anzi, ad uno come me, abituato
da piccolo a venerare la vecchia statua, certo di nessun valore artistico ma di
una qualche rilevanza affettiva per così dire, il “nuovo” San Clemente appare un
po’ come un intruso. Però si inserisce bene nel contesto artistico degli altri
dipinti che ornano la chiesa, tutti nel medesimo stile. Così c’è più
uniformità. Questa uniformità definisce anche un intento religioso. La via
religiosa come via dell'uniformità.
Don Milani, invece di un angelo, propose di
ritrarre un “monachello” scolaro. Significava rendere manifesto il senso
religioso della sua scuola: per farne dei cristiani, bisogna prima elevare l’umanità delle persone, innanzi tutto
donando loro la parola, la capacità di interloquire nel contesto culturale in
cui sono inserite. Il racconto che ho trascritto ieri è inserito in un volume
dal titolo La parola fa uguali: mi
pare che questa espressione renda bene l’idea di quello che il Milani intendeva
produrre. Si cresce in cultura e si può crescere allora anche in religione: l’obiettivo a quel punto non è più solo quello di superare un esame scolastico, ma addirittura di
diventare santi. La vita comune come via di santità: una delle indicazioni dei
saggi del Concilio degli anni ’60. Il Milani per molti aspetti ne fu un
anticipatore. Quel Concilio non fu solo opera di un papa e dei saggi suoi
collaboratori, ma effettivamente di un popolo, fu il frutto di un lavoro
culturale e di esperienze sociali che andavano avanti da almeno trent’anni. E
non fu nemmeno solo lavoro di teologi. Essi si limitarono a ragionare,
sistematizzandole, su cose che erano maturate storicamente nelle società animate dalla nostra fede.
E, insomma, su ciascuno di noi può risplendere l’aureola della santità
che fu disegnata sul Santo Scolaro.
Alla costruzione della vetrata collaborarono
tutti, il prete e i suoi speciali “scolari”. Fu, come ho scritto prima, un lavoro collettivo. C’è
qualche analogia tra quella vetrata ed i dipinti della nostra chiesa
parrocchiale. Ma per molti aspetti quell’opera d’arte di Barbiana è molto
diversa. Si capisce bene che cosa vi è ritratto: un ragazzino vestito da monaco
che, in piedi, legge un libro su un
prato fiorito. Ma l’immagine scaturisce da tanti pezzetti di vetro colorato di
moltissime tonalità di colore, che appaiono essere stati accostati per somiglianza più che
per uguaglianza. Manca l’uniformità delle nostre pitture in stile neobizantino.
Si cercò di accostare frammenti che avevano qualcosa di comune nel colore, ma
che nell’opera rimangono pur sempre diversi. Tuttavia la diversità non nuoce
all’insieme, anzi, lo fa più bello. I ragazzi costruirono i fiori del prato
curando meglio i dettagli, il Milani preferì crearli come macchie di colore.
Gli uni e gli altri stanno insieme, vicini, nella vetrata. Anche una
collettività parrocchiale è fatta di gente diversa: dobbiamo proprio pretendere
l’uniformità? O invece l’esigenza imprescindibile è quella di saper stare
insieme, pur nella propria diversità, dando senso religioso alla vita comune? Siamo
diversi, ma non siamo frammenti buttati a caso nella vita. Ci organizziamo in
un disegno comune: vogliamo migliorarci e santificarci secondo le indicazioni
evangeliche. Indossiamo idealmente la tunica del monaco. Accostandoci gli uni
agli altri con le nostre vite, le une diverse dalle altre, componiamo un bel disegno.
Il ragazzo della vetrata ha il volto coperto da un libro che sta
leggendo, anzi studiando perché è uno “scolaro”. Che volto ha il cristiano? Il
tuo, il mio, il vostro, il nostro? A volte, in religione, si ha il timore di
ritrarlo, ci si vieta addirittura di farlo. La grande arte europea si è invece
cimentata nel rappresentarlo, con risultati eccelsi. In Occidente ha saputo
cogliere l’umanità del gesto religioso, in ciò prendendo una via diversa dall’arte
religiosa, molto formalizzata, dalla quale, per una lunga via, è scaturita alla
fine quella che ha prodotto i dipinti della nostra chiesa parrocchiale.
Alla fine a Barbiana preferirono far intuire il volto dello “scolaro”, dietro il libro che tiene tra le mani. Presero spunto dal racconto “Piccolo Principe” di A. De
Saint Exupéry. L’immagine dello scolaro è umana, ma il volto è nascosto dal libro: ognuno può figurarsi un certo volto, e anche mettere il proprio
dietro il libro che il personaggio della vetrata sta studiando. Nessuno così si
sente escluso. Nessuno deve sentirsi escluso in una collettività religiosa,
vergognarsi del proprio volto.
Lo scolaro della vetrata poggia i piedi a terra, su un bel prato
fiorito. Può essere bella la nostra terra. I santi dei dipinti della nostra chiesa
parrocchiale hanno i piedi appesi nel vuoto, sulla luce. Sono due modi di
intendere la fede religiosa. Possono essere complementari. Assolutizzare una
via o l’altra ci priva di qualcosa. La nostra fede religiosa deve essere fatta
di cielo, terra e luce, insieme. Questo è un altro degli insegnamenti del saggi
del Concilio.
Un’ultima notazione. La tecnica per realizzare
la vetrata venne appresa durante un viaggio in Germania.
“In una scuola di Monaco, si insegnava a fare
mosaici di vetro: veniva messo un disegno sotto una lastra di vetro bianco e
sopra si incollavano con una colla trasparente piccoli pezzi di vetro
corrispondenti al colore del disegno fino a realizzare tutta la figura.”
In quel viaggio visitarono “musei, chiese,
fabbriche e scuole”. E da una scuola venne l’idea per costruire la
vetrata policroma. Il mondo in cui viviamo non è dannato. Ci può insegnare
ancora molto. Ne siamo consapevoli? Un fondamentalista in Germania avrebbe
visitato solo le chiese, o comunque si sarebbe ricordato, in religione, solo di
quelle. E sarebbe tornato senza saper fare una bella vetrata come quella del
Santo Scolaro di Barbiana.
"Quando il mosaico fu acceso la
prima volta c’era anche il prof. Ammannati; don Lorenzo disse: 'lo chiameremo
santo scolaro' e rivolto al professore in modo scherzoso 'e lei non lo racconti
a nessuno perché solo il Papa può fare i Santi; se lo viene a sapere mi
scomunica' ”, si narra nel racconto che ho trascritto ieri. Ecco, qualcosa è cambiato da quei tempi. Il clima della Chiesa di oggi è molto diverso da quello del tempo in cui fu realizzata la vetrata del Santo Scolaro, in cui don Milani ebbe diversi problemi. Viviamo nell'era di Papa Francesco. Una straordinaria opportunità.
Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli