Dimenticati dal
Cielo?
“Maria
Carmela ci credeva tanto, ma anche Dio l'ha dimenticata”, così finisce l’articolo di Francesco Merlo dal
titolo “La morte solitaria di Maria Carmela, la
professoressa che diventò invisibile”, pubblicato ieri su La Repubblica. Trattava del triste caso dell’anziana insegnante
pensionata trovata morta, a due anni dal decesso, nel corso dello sfratto per
morosità che si stava eseguendo contro di lei, in un quartiere romano all’estrema
periferia.
Da molto tempo non pagava più l’affitto
e non la si vedeva più in giro. Dal suo appartamento era uscito a lungo cattivo
odore, ma nessuno sembra avesse immaginato che fosse morta. Era malata, un po’
scostante, strana; non era simpatica
agli altri inquilini: “"quella donna burbera che girava con le
stampelle, parlava con se stessa, non salutava nessuno e forse qualche volta
buttava roba dalla finestra e allora arrivavano i vigili...", racconta
uno di loro al giornalista. Viveva isolata, pregando. “Da
sempre devota alla Madonna del Santuario di Siracusa, quella del quadro che
pianse nel 1953, quando Carmela aveva un anno, l'inquilina del quarto piano
passava con tutti i santi del Paradiso le sue lunghe giornate, aveva un
rosario, e quando nessuno la vedeva infilava le immaginette sotto le porte,
riempiva di Marie i parabrezza delle auto, ma non voleva che nessun si
interessasse a lei, confidando nel Dio che amava così male.”, scrive Merlo.
Il giornalista ha fatto la sua inchiesta sul
campo. La donna aveva lasciato il lavoro a scuola nel 2007 per una malattia
alle gambe. I suoi colleghi la ricordano come una persona che aveva paura di
tutto, che non si apriva agli altri. Il padrone di casa sembra che ipotizzasse
che la sua inquilina si nascondesse per evitare la notifica dello sfratto. I medici che pare le scrivessero qualche
volta le ricette non fanno dichiarazioni. Il parroco è in viaggio. Un particolare
atroce: ad un certo punto, per la puzza che usciva dall’appartamento, le
avevano sigillato con nastro da pacchi la porta di casa. Com’è che nessuno
usciva più di lì? Se lo saranno chiesto, forse.
Tutto questo è successo in una
periferia romana come la nostra. E potrebbe succedere anche da noi. In un
piccolo paese come quello in cui ho trascorso le vacanze, a Bolsena, nel
viterbese, una cosa simile invece non potrebbe accadere. Tutti là si conoscono,
tutti si incontrano ogni giorno e si parlano, magari si guardano in cagnesco e
litigano e si sparlano addosso, ma si parlano e si interessano alle vite degli
altri. Non è però che nelle periferie cittadine si sia più cattivi. Ma è come
se si vivesse molto più distanti gli uni dagli altri, anche se, come nel condominio
abitato dalla signora morta, le vite degli altri ci irrompono in casa
attraverso i rumori che trapelano dalle fragili pareti di foratini, quei mattoni vuoti all’interno, facili da impilare, tanto
utilizzati dai nostri palazzinari. Che
cosa ci fa diversi?
Forse non amiamo i posti in cui
abitiamo. Preferiremmo vivere altrove. Torniamo a casa come si torna in certi
alberghi. Intorno a noi niente che valga di essere visto, apprezzato, non c’è
bellezza, non c’è arte, non ci sono luoghi dove incontrarsi veramente. Viviamo
altrove in società. In certe periferie si è fatalmente soli. Lo si scopre in particolare
quando si va in pensione e allora si tagliano i ponti con quel mondo dove si
viveva veramente con gli altri.
Che c’entra in tutto questo il
Cielo? Davvero quella pensionata era stata abbandonata anche lassù? Può
accadere di sentirsi e di apparire abbandonati fino a quel punto. Da anziani,
da malati e in altri brutti frangenti della vita. Non mi sento di dire di più.
Osservo questo: in religione ci si
può dedicare a costruire o ricostruire o restaurare reti sociali che possano
impedire fatti del genere. Fa parte di ciò che chiamiamo agàpe e che richiama l’idea di un lieto convito a cui tutti sono
chiamati a partecipare. Noi infatti siamo convinti, nella nostra fede, che il
fondamento di tutto sia agàpe.
E’ un lavoro che va fatto a largo
raggio, senza selezionare i fortunati che possono avere relazioni privilegiate
con noi perché hanno accettato di farsi come noi, e, di più, di farsi dire da
noi come debbono essere. Richiede la costruzione di un’ideologia dell’apertura,
di una cultura adatta. Perché è un lavoro che deve includere anche gli strani, i diversi, i poco simpatici e addirittura gli ostili. Quale il suo senso religioso? Perché un senso religioso c’è. Non si tratta infatti di
realizzare una sorta di associazione benefica a tempo perso, come impegno
collaterale ma non indispensabile, quella che Bergoglio chiama una onlus. E’ vero che, per quanto ci si
sforzi, noi non riusciremo a creare il
Paradiso su questa terra e i poveri saranno sempre tra noi. Ma impegnandoci nell’agàpe, riusciremo forse a capire di
più dell’Altissimo in cui confidiamo e anche di noi stessi. Perché, appunto l’Altissimo
“è” agàpe: è scritto.
Leggo nel libro di Catherine Chalier Angeli e
Uomini, 2009, Giuntina:
“ «Rompere le catene dell’ingiustizia,
sciogliere i legami di tutti i gioghi, liberare coloro che sono oppressi, e
spezzare ogni schiavitù; e poi ancora condividi il tuo pane con l’affamato,
accogli nella tua casa gli sventurati senza asilo; copri l’ignudo, non
sottrarti mai a coloro che sono come la tua propria carne» (Isaia 58,6-7)
non è forse un programma di attualità? Di più,
non è forse questo -piuttosto che la speculazione sugli angeli- che fa sorgere
la luce e che guarisce il sé? Ciò che permette anche che Dio Si tenga in nostra
prossimità nella notte che debba essere ancora attraversata?
In effetti così sembrerebbe e le società contemporanee avvertono queste
richieste, anche se non sempre sono inclini a soddisfarle. Tuttavia,
contrariamente ai modi di impegnarsi profani e moderni, il profeta Isaia non
tratteggia qui le linee di un programma umanitario generoso o di un manifesto
politico teso alla spartizione delle ricchezze e alla fine dell’oppressione e
al riconoscimento dell’altro come proprio simile. Sostiene invece che Dio si
manifesta allo spirito degli uomini e illumina le loro tenebre, proprio nel
momento in cui essi soddisfano queste esigenze. E’ rispondendo all’appello del Dio invisibile con gesti
concreti rivolti verso l’oppresso, all’affamato, al prigioniero ecc. che questo
invisibile illumina gli uomini e permette loro di scoprire chi sono.”
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli
(1) L'articolo di Francesco Merlo è visualizzabile a questo indirizzo WEB:
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/09/18/news/la_morte_solitaria_di_maria_carmela_la_professoressa_che_divento_invisibile-123118779/