sabato 19 settembre 2015

Dimenticati dal Cielo?

Dimenticati dal Cielo?

  “Maria Carmela ci credeva tanto, ma anche Dio l'ha dimenticata”, così  finisce l’articolo di Francesco Merlo dal titolo  “La morte solitaria di Maria Carmela, la professoressa che diventò invisibile”, pubblicato ieri su La Repubblica.  Trattava del triste caso dell’anziana insegnante pensionata trovata morta, a due anni dal decesso, nel corso dello sfratto per morosità che si stava eseguendo contro di lei, in un quartiere romano all’estrema periferia.
  Da molto tempo non pagava più l’affitto e non la si vedeva più in giro. Dal suo appartamento era uscito a lungo cattivo odore, ma nessuno sembra avesse immaginato che fosse morta. Era malata, un po’ scostante, strana; non era simpatica agli altri inquilini:  “"quella donna burbera che girava con le stampelle, parlava con se stessa, non salutava nessuno e forse qualche volta buttava roba dalla finestra e allora arrivavano i vigili...", racconta uno di loro al giornalista. Viveva isolata, pregando. Da sempre devota alla Madonna del Santuario di Siracusa, quella del quadro che pianse nel 1953, quando Carmela aveva un anno, l'inquilina del quarto piano passava con tutti i santi del Paradiso le sue lunghe giornate, aveva un rosario, e quando nessuno la vedeva infilava le immaginette sotto le porte, riempiva di Marie i parabrezza delle auto, ma non voleva che nessun si interessasse a lei, confidando nel Dio che amava così male.”, scrive Merlo.
  Il giornalista ha fatto la sua inchiesta sul campo. La donna aveva lasciato il lavoro a scuola nel 2007 per una malattia alle gambe. I suoi colleghi la ricordano come una persona che aveva paura di tutto, che non si apriva agli altri. Il padrone di casa sembra che ipotizzasse che la sua inquilina si nascondesse per evitare la notifica dello sfratto.  I medici che pare le scrivessero qualche volta le ricette non fanno dichiarazioni. Il parroco è in viaggio.  Un particolare atroce: ad un certo punto, per la puzza che usciva dall’appartamento, le avevano sigillato con nastro da pacchi la porta di casa. Com’è che nessuno usciva più di lì? Se lo saranno chiesto, forse.
 Tutto questo è successo in una periferia romana come la nostra. E potrebbe succedere anche da noi. In un piccolo paese come quello in cui ho trascorso le vacanze, a Bolsena, nel viterbese, una cosa simile invece non potrebbe accadere. Tutti là si conoscono, tutti si incontrano ogni giorno e si parlano, magari si guardano in cagnesco e litigano e si sparlano addosso, ma si parlano e si interessano alle vite degli altri. Non è però che nelle periferie cittadine si sia più cattivi. Ma è come se si vivesse molto più distanti gli uni dagli altri, anche se, come nel condominio abitato dalla signora morta, le vite degli altri ci irrompono in casa attraverso i rumori che trapelano dalle fragili pareti di foratini, quei mattoni vuoti all’interno, facili da impilare, tanto utilizzati dai nostri palazzinari. Che cosa ci fa diversi?
  Forse non amiamo i posti in cui abitiamo. Preferiremmo vivere altrove. Torniamo a casa come si torna in certi alberghi. Intorno a noi niente che valga di essere visto, apprezzato, non c’è bellezza, non c’è arte, non ci sono luoghi dove incontrarsi veramente. Viviamo altrove in società. In certe periferie si è fatalmente soli. Lo si scopre in particolare quando si va in pensione e allora si tagliano i ponti con quel mondo dove si viveva veramente con gli altri.
 Che c’entra in tutto questo il Cielo? Davvero quella pensionata era stata abbandonata anche lassù? Può accadere di sentirsi e di apparire abbandonati fino a quel punto. Da anziani, da malati e in altri brutti frangenti della vita. Non mi sento di dire di più. 
 Osservo questo: in religione ci si può dedicare a costruire o ricostruire o restaurare reti sociali che possano impedire fatti del genere. Fa parte di ciò che chiamiamo agàpe e che richiama l’idea di un lieto convito a cui tutti sono chiamati a partecipare. Noi infatti siamo convinti, nella nostra fede, che il fondamento di tutto sia agàpe.
  E’ un lavoro che va fatto a largo raggio, senza selezionare i fortunati che possono avere relazioni privilegiate con noi perché hanno accettato di farsi come noi, e, di più, di farsi dire da noi come debbono essere. Richiede la costruzione di un’ideologia dell’apertura, di una cultura adatta. Perché è un lavoro che deve includere anche gli strani, i diversi, i  poco simpatici e addirittura gli ostili.   Quale il suo senso religioso? Perché un  senso religioso c’è. Non si tratta infatti di realizzare una sorta di associazione benefica a tempo perso, come impegno collaterale ma non indispensabile, quella che Bergoglio chiama una onlus. E’ vero che, per quanto ci si sforzi,  noi non riusciremo a creare il Paradiso su questa terra e i poveri saranno sempre tra noi. Ma impegnandoci nell’agàpe, riusciremo forse a capire di più dell’Altissimo in cui confidiamo e anche di noi stessi. Perché, appunto l’Altissimo “è” agàpe: è scritto.
  Leggo nel libro di  Catherine Chalier  Angeli e Uomini, 2009, Giuntina:
“ «Rompere le catene dell’ingiustizia, sciogliere i legami di tutti i gioghi, liberare coloro che sono oppressi, e spezzare ogni schiavitù; e poi ancora condividi il tuo pane con l’affamato, accogli nella tua casa gli sventurati senza asilo; copri l’ignudo, non sottrarti mai a coloro che sono come la tua propria carne» (Isaia 58,6-7)  non è forse un programma di attualità? Di più, non è forse questo -piuttosto che la speculazione sugli angeli- che fa sorgere la luce e che guarisce il sé? Ciò che permette anche che Dio Si tenga in nostra prossimità nella notte che debba essere ancora attraversata?
  In effetti così sembrerebbe e le società contemporanee avvertono queste richieste, anche se non sempre sono inclini a soddisfarle. Tuttavia, contrariamente ai modi di impegnarsi profani e moderni, il profeta Isaia non tratteggia qui le linee di un programma umanitario generoso o di un manifesto politico teso alla spartizione delle ricchezze e alla fine dell’oppressione e al riconoscimento dell’altro come proprio simile. Sostiene invece che Dio si manifesta allo spirito degli uomini e illumina le loro tenebre, proprio nel momento in cui essi soddisfano queste esigenze. E’ rispondendo  all’appello del Dio invisibile con gesti concreti rivolti verso l’oppresso, all’affamato, al prigioniero ecc. che questo invisibile illumina gli uomini e permette loro di scoprire chi sono.”
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

(1) L'articolo di Francesco Merlo è visualizzabile a questo indirizzo WEB:

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/09/18/news/la_morte_solitaria_di_maria_carmela_la_professoressa_che_divento_invisibile-123118779/