I
pini di Via Val Padana e il popolo delle Valli
Voglio parlare di alberi, don Remo, per
cercare di spiegarle il suo popolo, il popolo delle Valli al quale è stato
mandato come apostolo.
Ho scritto della battaglia per il Pratone, quattordici ettari di parco
pubblico lungo via Conca d’Oro e via Val d’Ala, una lotta ideale e politica, di
tutta la gente del quartiere. Non si è
tirata indietro, la gente: quando la si chiamava accorreva. Se non
avesse coinvolto le masse, i grandi numeri, quella lotta non avrebbe avuto
successo, perché i politici locali sono sensibili solo a questo, ai grandi
numeri. Mille voti in più o mille voti in meno possono decidere le sorti di un
candidato regionale, nel Lazio. E si è trattato di un’azione politica, quella
per il Pratone, che si è sviluppata
di elezione in elezione, pervicacemente, con continuità e determinazione, fino
a quando il Comune è riuscito a barattare con la proprietà di quel terreno, che
ad un certo punto l’ha messa persa con i suoi ambiziosi programmi di edilizia
intensiva, il trasferimento in mani pubbliche dell’area a fronte di permessi di
costruzione in altre zone. E che poi è proseguita per ottenere dal Comune che
il terreno, che era stato lasciato così come l’avevano ridotto negli anni
Cinquanta coloro che avevano costruito il quartiere, con vegetazione spontanea
e profondi e vasti riquadri a una quota più
bassa del piano stradale, dove si pensava di costruire altri palazzoni, fosse
attrezzato a parco pubblico, piantando nuovi alberi, mettendo panchine e
attrezzature ginniche, creando sentieri e piste. Un parco pubblico degno di
questo nome venne inaugurato dal Sindaco dell’epoca nel febbraio 2006.
Ma c’è stata un’altra battaglia politica
analoga per i pini di via Val Padana, l’area che costituisce il centro ideale
della vita del quartiere, dove si va a passeggiare perché è, in fondo, l’ambiente
urbano un po’ più ameno che c’è tra i casermoni del quartiere. Ci fu un’epoca
in cui il Comune voleva realizzare parcheggi pubblici e privati un po’ in tutta
Roma. Si concedevano aree pubbliche ai privati perché facessero garage da
vendere ai privati e, contemporaneamente, posti macchina pubblici e altri
lavori di urbanizzazione. Uno dei progetti riguardò via Val Padana. Sotto terra
si sarebbero fatti dei garage privati e l’area di sopra sarebbe stata
risistemata a parco pubblico, liberandola dall’assedio del parcheggio di
autovetture. Non male in linea di principio. Ma si sarebbero dovuti abbattere i
pini di via Val Padana, quelli che, quando io ero bimbo erano alti poco più di
mio padre (ho le fotografie) e li si doveva sorreggere con un treppiede di
sostegno perché crescessero diritti (i venti romani erano capaci di storcerli).
Ora sono cresciuti molto alti, come succede con pini di quella specie, e la
gente si è affezionata a loro. E,
insomma, anche in questo caso il quartiere insorse. Si raccolsero firme, si
fecero manifestazioni. Fu molto dura perché non c’era solo da contrastare un
disegno politico, e i politici locali come ho detto sono sensibili alle masse,
ma interessi privati dei costruttori, che a Roma sono sempre stati una forza
potente. Alla fine il Comune e i costruttori la misero persa e i pini furono
salvati.
Che
cosa ci dicono le battaglie politiche per il Pratone e per i pini di via
Val Padana, don Remo? Ci dicono che il popolo delle Valli ha un’anima, che non
si rassegna a vivere in una macchina per abitare, in un dormitorio attraversato
da gente che va e che viene. Non c’è grande
bellezza nel quartiere, che è di edilizia
intensiva degli anni Cinquanta/Ottanta, ma ci si compiace di ciò che c’è, di ciò che
la grande speculazione edilizia romana ha risparmiato dalla sua insensata
voracità e si cerca di difenderlo a tutti
costi. Perché, appunto, si ha un’anima e un’anima collettiva. Quelle
lotte non sarebbero state possibili senza un’azione di popolo. Tutto ciò non ha
anche una valenza religiosa? E’ questo che negli anni passati non si è riusciti
a cogliere da noi in parrocchia. Si è dato, in fondo, per perso un quartiere
che, in realtà, non lo era affatto. Il fondamentalismo di queste posizioni ci
ha reso insensibili a movimenti di popolo che ci dovevano parlare di quell’anima
di cui dicevo e che costituisce la base anche per i discorsi di fede. Le gioie e le speranze di un popolo…:
non li abbiamo saputi capire, per tanto tempo. E’ da lì, credo, che si potrebbe
ripartire per una nuova era, con l’obiettivo di ricongiungerci a quell’anima,
di parlarle di nuovo. Perché è un’anima che vaga, che aleggia, come si dice che
possano fare le anime, non si vede ma c’è, però ha bisogno di un luogo dove manifestarsi,
dove concretizzarsi: può essere proprio la parrocchia, la quale,
architettonicamente venne proprio concepita un po’ come l’anima del quartiere. “Torna, anima del quartiere, anima di questo
popolo delle Valli, a casa tua”, dovremmo, penso, dirle.
Via Val Padana è da restaurare, da liberare
dal traffico. E’ possibile che l’ovale davanti alla chiesa parrocchiale, a
Largo Val Santerno, che venne concepito un po’ come il prolungamento del
sagrato, debba essere degradato a parcheggio intensivo? Non c’è una soluzione
architettonica più valida? E possibile che dobbiamo rassegnarci alla brutta
sistemazione dei parchetti interni a via Val Padana, piastrellati come un cesso
e sottratti, in fondo, all’anima del quartiere, che infatti non vi abita più, non li frequenta più (e quando ero bimbo erano dominio di frotte di ragazzini).
Via Val Padana dovrebbe essere un posto dove far planare quell’anima di cui
dicevo, dove incontrarsi nel posto più ameno del quartiere, dove stare piacevolmente e utilmente insieme e
celebrare iniziative pubbliche. Perché non bandiamo, come parrocchia, un
concorso di idee per la risistemazione di via Val Padana? Attireremmo così
anche energie più giovani, sarebbe l’occasione per incontrare la gente del
quartiere in un programma di iniziative pubbliche che le farebbe rimettere
piede in parrocchia.
Negli anni Cinquanta il vescovo di Bologna
chiese a un grande amico di mio zio Achille, il sociologo, di partecipare a
importanti elezioni comunali. E lui chiese aiuto a mio zio, il quale, invece di
organizzargli un programma di propaganda, con striscioni, volantini,
comizi e via dicendo, tutto ciò che all’epoca
e ancora oggi rientra in una campagna elettorale, gli mise su una grande
inchiesta sociale per incontrare la gente, per parlarle e per scoprire ciò
che le stava più a cuore, insieme ai suoi problemi. Un lavoro che coinvolse
anche coloro che non erano del partito di mio zio. Alla fine venne fuori, per
la prima volta in Italia, l’idea delle
circoscrizioni, di organismi di decentramento di quartiere dell’azione
amministrativa del Comune. Le elezioni furono vinte dall’altro partito, che
però realizzò le circoscrizioni e molta parte delle proposte scaturite da quell’inchiesta
sociale. Mio zio, con l’occasione delle elezioni comunali, che erano motivo di
divisione, seppe e volle parlare all’anima di tutti i bolognesi e il popolo,
tutto, rispose.
Se si vuole coinvolgere il popolo, don Remo, bisogna voler e saper parlare al popolo, all’anima di un popolo, di
tutto il popolo, non solo a quella della ristretta schiera di coloro che, per
vari motivi, ci vanno più a genio. Qui non si tratta, capisce, solo di
riorganizzare un ente religioso con quello che gli è rimasto appiccicato
dentro, un drappello di neocatecumeni e un briciolo di anzianotti pensionati o pensionandi, ma
di parlare all’anima di un popolo, che c’è là fuori, appena usciti dalla chiesa
parrocchiale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli