domenica 20 settembre 2015

I pini di Via Val Padana e il popolo delle Valli

I pini di Via Val Padana e il popolo delle Valli

 Voglio parlare di alberi, don Remo, per cercare di spiegarle il suo popolo, il popolo delle Valli al quale è stato mandato come apostolo.
  Ho scritto della battaglia per il Pratone, quattordici ettari di parco pubblico lungo via Conca d’Oro e via Val d’Ala, una lotta ideale e politica, di tutta la gente del quartiere. Non si è  tirata indietro, la gente: quando la si chiamava accorreva. Se non avesse coinvolto le masse, i grandi numeri, quella lotta non avrebbe avuto successo, perché i politici locali sono sensibili solo a questo, ai grandi numeri. Mille voti in più o mille voti in meno possono decidere le sorti di un candidato regionale, nel Lazio. E si è trattato di un’azione politica, quella per il Pratone, che si è sviluppata di elezione in elezione, pervicacemente, con continuità e determinazione, fino a quando il Comune è riuscito a barattare con la proprietà di quel terreno, che ad un certo punto l’ha messa persa con i suoi ambiziosi programmi di edilizia intensiva, il trasferimento in mani pubbliche dell’area a fronte di permessi di costruzione in altre zone. E che poi è proseguita per ottenere dal Comune che il terreno, che era stato lasciato così come l’avevano ridotto negli anni Cinquanta coloro che avevano costruito il quartiere, con vegetazione spontanea e profondi  e vasti riquadri  a una quota più bassa del piano stradale, dove si pensava di costruire altri palazzoni, fosse attrezzato a parco pubblico, piantando nuovi alberi, mettendo panchine e attrezzature ginniche, creando sentieri e piste. Un parco pubblico degno di questo nome venne inaugurato dal Sindaco dell’epoca nel febbraio 2006.
  Ma c’è stata un’altra battaglia politica analoga per i pini di via Val Padana, l’area che costituisce il centro ideale della vita del quartiere, dove si va a passeggiare perché è, in fondo, l’ambiente urbano un po’ più ameno che c’è tra i casermoni del quartiere. Ci fu un’epoca in cui il Comune voleva realizzare parcheggi pubblici e privati un po’ in tutta Roma. Si concedevano aree pubbliche ai privati perché facessero garage da vendere ai privati e, contemporaneamente, posti macchina pubblici e altri lavori di urbanizzazione. Uno dei progetti riguardò via Val Padana. Sotto terra si sarebbero fatti dei garage privati e l’area di sopra sarebbe stata risistemata a parco pubblico, liberandola dall’assedio del parcheggio di autovetture. Non male in linea di principio. Ma si sarebbero dovuti abbattere i pini di via Val Padana, quelli che, quando io ero bimbo erano alti poco più di mio padre (ho le fotografie) e li si doveva sorreggere con un treppiede di sostegno perché crescessero diritti (i venti romani erano capaci di storcerli). Ora sono cresciuti molto alti, come succede con pini di quella specie, e la gente si è affezionata a  loro. E, insomma, anche in questo caso il quartiere insorse. Si raccolsero firme, si fecero manifestazioni. Fu molto dura perché non c’era solo da contrastare un disegno politico, e i politici locali come ho detto sono sensibili alle masse, ma interessi privati dei costruttori, che a Roma sono sempre stati una forza potente. Alla fine il Comune e i costruttori la misero persa e i pini furono salvati.
  Che cosa ci dicono le battaglie politiche per il Pratone  e per i pini di via Val Padana, don Remo? Ci dicono che il popolo delle Valli ha un’anima, che non si rassegna a vivere in una macchina per abitare, in un dormitorio attraversato da gente che va e che viene. Non c’è grande bellezza  nel quartiere, che è di edilizia intensiva degli anni Cinquanta/Ottanta, ma ci si compiace di ciò che c’è, di ciò che la grande speculazione edilizia romana ha risparmiato dalla sua insensata voracità e si cerca di difenderlo a tutti  costi. Perché, appunto, si ha un’anima e un’anima collettiva. Quelle lotte non sarebbero state possibili senza un’azione di popolo. Tutto ciò non ha anche una valenza religiosa? E’ questo che negli anni passati non si è riusciti a cogliere da noi in parrocchia. Si è dato, in fondo, per perso un quartiere che, in realtà, non lo era affatto. Il fondamentalismo di queste posizioni ci ha reso insensibili a movimenti di popolo che ci dovevano parlare di quell’anima di cui dicevo e che costituisce la base anche per i discorsi di fede. Le gioie e le speranze di un popolo…: non li abbiamo saputi capire, per tanto tempo. E’ da lì, credo, che si potrebbe ripartire per una nuova era, con l’obiettivo di ricongiungerci a quell’anima, di parlarle di nuovo. Perché è un’anima che vaga, che aleggia, come si dice che possano fare le anime, non si vede ma c’è, però ha bisogno di un luogo dove manifestarsi, dove concretizzarsi: può essere proprio la parrocchia, la quale, architettonicamente venne proprio concepita un po’ come l’anima del quartiere. “Torna, anima del quartiere, anima di questo popolo delle Valli, a casa tua”,  dovremmo, penso, dirle.
  Via Val Padana è da restaurare, da liberare dal traffico. E’ possibile che l’ovale davanti alla chiesa parrocchiale, a Largo Val Santerno, che venne concepito un po’ come il prolungamento del sagrato, debba essere degradato a parcheggio intensivo? Non c’è una soluzione architettonica più valida? E possibile che dobbiamo rassegnarci alla brutta sistemazione dei parchetti interni a via Val Padana, piastrellati come un cesso e sottratti, in fondo, all’anima del quartiere, che infatti non vi abita più, non li frequenta più (e quando ero bimbo erano dominio di frotte di ragazzini). Via Val Padana dovrebbe essere un posto dove far planare quell’anima di cui dicevo, dove incontrarsi nel posto più ameno del quartiere, dove stare piacevolmente e utilmente insieme e celebrare iniziative pubbliche. Perché non bandiamo, come parrocchia, un concorso di idee per la risistemazione di via Val Padana? Attireremmo così anche energie più giovani, sarebbe l’occasione per incontrare la gente del quartiere in un programma di iniziative pubbliche che le farebbe rimettere piede in parrocchia.
  Negli anni Cinquanta il vescovo di Bologna chiese a un grande amico di mio zio Achille, il sociologo, di partecipare a importanti elezioni comunali. E lui chiese aiuto a mio zio, il quale, invece di organizzargli un programma di propaganda, con striscioni, volantini, comizi  e via dicendo, tutto ciò che all’epoca e ancora oggi rientra in una campagna elettorale, gli mise su una grande inchiesta sociale per incontrare la gente, per parlarle e per scoprire ciò che le stava più a cuore, insieme ai suoi problemi. Un lavoro che coinvolse anche coloro che non erano del partito di mio zio. Alla fine venne fuori, per la prima volta in Italia,  l’idea delle circoscrizioni, di organismi di decentramento di quartiere dell’azione amministrativa del Comune. Le elezioni furono vinte dall’altro partito, che però realizzò le circoscrizioni e molta parte delle proposte scaturite da quell’inchiesta sociale. Mio zio, con l’occasione delle elezioni comunali, che erano motivo di divisione, seppe e volle parlare all’anima di tutti i bolognesi e il popolo, tutto, rispose.
  Se si vuole coinvolgere il popolo, don Remo,  bisogna voler e saper  parlare al popolo, all’anima di un popolo, di tutto il popolo, non solo a quella della ristretta schiera di coloro che, per vari motivi, ci vanno più a genio. Qui non si tratta, capisce, solo di riorganizzare un ente religioso con quello che gli  è rimasto appiccicato dentro, un drappello di neocatecumeni e un briciolo di anzianotti pensionati o pensionandi, ma di parlare all’anima di un popolo, che c’è là fuori, appena usciti dalla chiesa parrocchiale.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli