Ho letto che il nuovo parroco ci viene mandato con la missione di aiutarci ad essere "Chiesa in uscita", secondo la nota espressione del nostro vescovo e padre universale, che significa non occuparci solo di noi stessi che ancora frequentiamo gli spazi liturgici, ma anche della gente di fuori, dei suoi problemi, delle sue difficoltà. Secondo queste indicazioni, bisogna andare verso le periferie della vita e, dove occorre, allestire "ospedali da campo" per guarire le ferite individuali e sociali causate in quel campo di battaglia che talvolta è la vita in una collettività civile.
Insomma dovremmo avere un atteggiamento sociale di maggiore apertura agli altri. Potremmo chiederci però se ciò richieda non solo di "uscire", ma anche di acquisire mentalità e metodi sociali diversi, e questo secondo altre note indicazioni del nostro vescovo.
Non di tratta infatti di fare periodiche sortite dal fortino di quartiere in cui ci siamo da tempo arroccati in difesa, cosa che non ci avvicinerebbe realmente alla gente che sta fuori, manifestando anzi in maniera ancora più eclatante la nostra attuale condizione di oggettiva separatezza, ma di accostare gli altri in modo che da estranei che sono possano diventarci amici, legandosi a noi in relazioni positive e durature. Questo comporta però non solo l'uscire verso di loro, ma anche il fare spazio a loro tra noi, invitandoli in quella che essi possano scoprire o riscoprire come la casa comune di tutti. Non è, quindi, solo questione di "uscire", ma anche di far "entrare" gente nuova, preparandole quella casa comune.
Potremmo allora avvederci che la nostra situazione è un po' diversa da quella che immaginavamo che fosse. Ad esempio che, in realtà, la periferia dove dover installare un ospedale da campo siamo proprio noi. O che troppo presuntuosamente pensavamo di poter risolvere i problemi degli altri senza più conoscere veramente la gente intorno a noi. E che, conoscendola meglio, è proprio da quella gente che è rimasta fuori che ci può venire la salvezza. E, infine, che la gente che sta fuori rimane lì perché c'è l'abbiamo lasciata noi, costruendo ogni specie di barriera ideologica a protezione di supposti nostri "cammini" di perfezione, di ascesi, per cui è un po' come se agli accessi dei nostri spazi liturgici avessimo affisso cartelli con scritto "Non disturbare!".
Ma dovremmo anche verificare se il problema non sia tanto aver sbarrato le porte lasciando gli altri di fuori, quanto di avere levate del tutto quelle porte.
Infatti da noi non abbiamo più, per ciò che mi appare, ambienti dove accogliere le persone nuove per introdurle nella parrocchia, tra noi. Abbiamo affidato questo compito all'organizzazione del movimento che da molti anni, dopo aver colonizzato la nostra parrocchia, ispira, secondo la sua particolare ideologia religiosa selettiva di ascesi collettiva, i nostri orientamenti di base. Una persona, allora, entra pensando di essere introdotta alla vita parrocchiale e invece si ritrova all'interno di quel movimento, dove scopre di dover ricevere un'iniziazione ad un "cammino" di ascesi collettiva molto particolare, di lunghezza indefinita, senza reali alternative se non quella di abbandonare e di tornare fuori.
Separare "chirurgicamente" le strutture della parrocchia da quelle dei movimenti, associazioni e confraternite che l'hanno colonizzata e l'abitano è il primo lavoro da fare, nella prospettiva di un nuovo inizio, ed esso si prospetta come molto impegnativo. Lo è principalmente perché non c'è una situazione "di prima" a cui poter tornare, a cui ispirarsi. Infatti la parrocchia secondo le indicazioni del Concilio Vaticano 2* da noi non è mai veramente nata. Si è passati direttamente dalla parrocchia come "casa dei preti" alla parrocchia come casa dei vari movimenti che l'abitano, uno dei quali ha poi assunto una tale preminenza da monopolizzare tutta l'attività formativa diretta ai giovani e agli adulti, a partire dal catechismo per la Cresima. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano vedere.
Occorre, a mio parere, costruire pazientemente mentalità e pratiche "sinodali" e sulla base di esse indurre la formazione di strutture parrocchiali che sorreggano il cambiamento, per fare di nuovo della parrocchia la casa di tutti i battezzati che abitano nel quartiere, ma veramente aperta anche a tutti coloro che, vivendo nel quartiere, vogliano accostarsi alla nostra fede.
Ritengo che in una parrocchia sia molto importante questo fatto dell'abitare vicini: essa infatti, come indica l'etimologia greca del termine "parrocchia" che richiama la condizione dell'abitare vicini, proprio da questo è caratterizzata.
Ogni persona di fede è idealmente legata alla propria parrocchia, alla collettività di fede insediata nella zona in cui abita, anche se parte della propria religiosità viene vissuta altrove. Nella parrocchia ognuno ha un servizio da svolgere, una propria responsabilità sociale, e in essa ha anche diritto di prendere la parola e di essere ascoltato. Va considerata perciò una degenerazione se, a seguito di "migrazioni" da altri quartieri, in una parrocchia finisca per essere preponderante la voce di chi non abita nel territorio della parrocchia, e vi viene solo per partecipare a un qualche movimento che l'ha colonizzata, senza avere altri legami con il quartiere. In tal modo, col tempo, viene a crearsi una condizione di separatezza dalla gente del quartiere, la quale finisce per non sentire più la parrocchia come casa propria, la quale quindi entra in parrocchia come in casa d'altri, perché, in fondo, lo è effettivamente diventata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - .Roma, Monte Sacro, Valli