Chirurgia plastica nella riorganizzazione del servizio catechistico parrocchiale
L'intervento che mi pare più urgente, nella prospettiva della prossima ripresa delle attività formative e di socializzazione parrocchiali, è quello nel settore del servizio di catechesi. Ciò che serve fare può essere presentato come un intervento di chirurgia plastica, che significa tagliare e poi ricostruire. Per come la vedo io, i problemi della parrocchia, in particolare l'evidente disaffezione della gente del quartiere, originano in gran parte in quel campo di impegno.
Ho conosciuto il servizio di catechesi parrocchiale quale genitore di due ragazze che furono ad esso affidate. Io stesso sono stato catechizzato negli anni '60 nella nostra parrocchia e successivamente ho avuto una formazione religiosa di secondo livello in altre parrocchie e ambienti religiosi: ho quindi dei termini di paragone.
Come emerge dai risultati della ricerca demoscopica sul fenomeno religioso in Italia condotta all'inizio di questo decennio da in gruppo di ricercatori diretti da Franco Garelli, pubblicati nel libro "Religione all'italiana" edito da Il Mulino, la formazione di primo e secondo livello dei fanciulli e dei giovani della nostra confessione religiosa è cruciale per caratterizzare il sentimento religioso popolare, in quanto coinvolge circa il 75% degli italiani e per molti di loro rimane l'unica ricevuta in modo sistematico, da formatori qualificati. Sbagliare indirizzo con i più giovani può avere quindi conseguente molto gravi.
Quella ricerca dimostra che è fisiologico una allentamento dei legami degli adolescenti, intorno ai 16-18 anni, dalle collettività religiose di origine, anche se l'età in cui si sperimentano le prime vere e proprie crisi religiose è più tarda, tra i 20 e i 25 anni, quando si mette a punto il proprio progetto di vita autonoma. Dunque la possibilità di riallacciare relazioni religiose positive con i giovani adulti dipende sostanzialmente da come e che cosa si è costruito negli anni della prima formazione. E questo perché, al sopraggiungere delle prime crisi religiose, le persone, essendosi allontanate dalle collettività religiose di riferimento, non ne possono avere il sostegno, ma, se si è bene lavorato prima, conoscono ancora la via di casa, il lessico religioso, e, soprattutto, considerano ancora, in genere, quelle collettività religiose come casa propria. Esse rimarranno importanti punti di riferimento etico (attualmente lo sono per circa l'80% degli italiani come rilevato dalla ricerca citata) e si può confidare che, prima o poi, vi ritorneranno, ad esempio quando decideranno di stabilire un'unione coniugale o quando avranno necessità di dare una formazione ai figli. In questi momenti della vita quelle persone possono essere riagganciate, sempre che non si siano indotte in loro, sbagliando nella catechesi, con una catechesi rigorista ed autoritaria e che non dà alla gente ciò che veramente le serve nella vita, reazioni di rifiuto permanente, come può accadere nel caso di chi non solo si è allontanato ma é stato espulso.
Da noi, quindi, non è solo questione di separare accuratamente, chirurgicamente, l'iniziazione all'ideologia religiosa del Cammino Neocatecumenale dal servizio della catechesi parrocchiale, per cui quest'ultimo non sia inteso come un catecumenato per l'accesso a quel movimento, problema senz'altro molto serio, ma di ripensare la formazione, soprattutto degli adolescenti, per preparare le persone a svolgere, soprattutto nel ruolo di laici di fede, quel ruolo di animazione delle realtà temporali che ci si attende dalla gente religiosa, qualunque stato di vita ritengano di adottare, e in particolare per fornire loro gli strumenti per superare le inevitabili crisi religiose della vita, proprie e altrui.
È necessario preparare l'inserimento degli adolescenti nella società civile, non distoglierli da essa segregandoli in un qualche ghetto religioso da cui poi essi sentiranno inevitabilmente l'esigenza, per la loro natura di giovani, di evadere a gambe levate. Si deve senz'altro esporre i mali che travagliano la società contemporanea, in cui quella religiosa è immersa, ma non prevenire in assoluto contro di essa, come male in sé, nella supposta, e storicamente infondata, convinzione della superiorità della società religiosa, o di una sua qualche configurazione particolare.
In ciò l'immaginifica ideologia Neocatecumenale, fatta anche di interpretazioni bibliche che mi sono sempre apparse piuttosto peculiari, è veramente carente e non dovrebbe essere posta alla base del servizio di catechesi parrocchiale, destinata a tutti i battezzati e a tutti coloro che si accostano alla collettività religiosa e alla fede per ricevere il Battesimo,a prescindere dalla condivisione di quell'ideologia. Invece essa, da molto tempo, impronta di sé il servizio di catechesi parrocchiale degli adolescenti e degli adulti.
Bisogna dire che anche gli orientamenti propri della catechesi ufficiale, che segue l'impostazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale non ha solo natura di sussidio culturale ma propriamente normativa per deliberazione del Wojtyla al tempo del suo ministero religioso supremo, dovrebbero essere integrati, in particolare introducendo elementi di storia, e in ciò, per quanto riguarda i giovani, valendosi delle nozioni che essi stanno apprendendo nella loro formazione scolastica. Non basta infatti,per dare a una persona di fede la capacità di relazionarsi efficacemente e positivamente con la società del suo tempo per promuovervi i valori religiosi, la sola storia sacra. Non sempre se ne è consapevoli. La carenza di consapevolezza storica ha conseguenze particolarmente negative nel ruolo dei laici di fede. La storia della nostre collettività di fede, dal Settecento ad oggi, ha visto un importante protagonista nel nostro laicato, con l'attiva e illuminata collaborazione di settori minoritari del clero di base, per superare una pesante e inveterata condizione di arretratezza culturale e riuscire così a influire positivamente, quindi non solo da posizioni reazionarie, sulle società civili del suo tempo. Richiamo, come esempio di ciò a cui mi riferisco, la figura del beato Giuseppe Toniolo. I nostri capi religiosi vennero al seguito, anche se nella storiografia propagandistica corrente diffusa in religione, sembra spesso il contrario.
I saggi del Concilio Vaticano 2*, negli anni '60, consigliarono di avere maggiore consapevolezza ed empatia, vale a dire capacità di immedesimarsi nelle sofferenze altrui, verso il mondo in cui si vive. Definirono questo atteggiamento come parte essenziale della religiosità. Questo lavoro, tuttavia, sembra essere talvolta talmente penoso che si preferisce rifugiarsi in una sorta di realtà religiosa virtuale. In particolare si esce in genere dalle nostre collettività religiose senza avere sufficiente cognizione e pratica della democrazia, che è alla base del funzionamento delle società civili occidentali, in cui l'Italia di oggi è compresa. La democrazia non consiste solo nella regola per cui la maggioranza determina la decisione collettiva (anche se essa è un principio di civiltà molto importante: se nella nostra società religiosa di quartiere si tenessero libere elezioni per determinare l'orientamento della vita parrocchiale, probabilmente si avrebbero notevoli sorprese). Essa comprende infatti anche molti principi che sono sottratti alla disponibilità delle maggioranze, come quello della pari dignità sociale delle persone e della libertà di coscienza, di pensiero, di espressione. Essi storicamente ebbero origini religiose, come ho cercato di ricordare in diversi miei interventi su questo blog, anche se in genere di esse si è persa consapevolezza. La formazione religiosa di base dovrebbe trattarne. Questa origine religiosa di diversi principi fondamentali democratici comporta che, a ben vedere, ciò che non è consentito in una prospettiva democratica non è consentito neppure in quella religiosa, almeno nelle questioni fondamentali relative ai diritti umani. E spiega perché, nel corso dl Grande Giubileo dell'Anno 2000, promosso e guidato autorevolmente dal Wojtyla, siamo stati indotti al proposito di pentirci, come collettività religiose, di molti mali a cui la democrazia ha voluto porre rimedio.
Si possono fare diversi esempi.
Ad esempio è contrario alla dignità civile e religiosa delle persone proporsi di "ricostruirle" sulla base di nostre concezioni personali o di setta, dopo aver ridotto a macerie la loro vita di prima ed averle indotte a consegnarsi nelle nostre mani, in un atteggiamento di resa totale e definitiva. È lo è anche disconoscere, con pervicacia settaria, ciò che di buono una persona ha costruito nella propria vita, ad esempio costruendo un'unione coniugale ed educando i propri figli o vivendo onestamente la propria condizione di cittadino, anche prima di ricevere una certa qual iniziazione religiosa. È vero che qualche volta si riesce ad essere, in religione, qualcosa di più di questo, ma esso è certamente un ottimo inizio.
O, infine, disconoscere presuntuosamente la fede religiosa degli altri, facendoceli artificiosamente estranei da fratelli e amici quali essi ci sono stati assegnati per volontà divina, se essa, nelle sue concezioni formali o nelle sue pratiche non corrisponde esattamente alla nostra particolare ideologia religiosa o rifiuta la sottomissione acritica all'arbitrio di un qualche capo o sottocapo religioso. Si tratta di concezioni e atteggiamenti che si sono storicamente manifestati nelle nostre collettività religiose e purtroppo ancora talvolta si manifestano. Da essi il mio dissenso è assoluto, totale e radicale, come anche il mio impegno di attiva ed esplicita opposizione. Nessuno, in religione e nella società civile, dovrebbe essere costretto o anche solo spinto a subirli. Eppure nella tremenda storia della nostra confessione religiosa lo si è fatto, con conseguenze tragiche, dalle quali ai tempi nostri ci preservano i costumi democratici. Bisogna avere la forza, se non si vuole vivere in un sogno fatto di nulla, di acquisirne precocemente una consapevolezza storica realistica, per creare un argine culturale collettivo ad ogni esperienza religiosa che, con qualsiasi pretesto, minacci di degenerare in dispotismo.
Anche la catechesi religiosa, per come la vedo io, dovrebbe essere costruita sulla base del rispetto del principio della pari e inviolabile dignità delle persone. Io l'ho ricevuta come trasmissione di cognizioni rientranti nel deposito di fede storicamente trasmesso di generazione in generazione fin dai tempi antichi, apprendistato nella preghiera, iniziazione alle sacre scritture ed esempi di vita concreta, e di questo penso che sia sostanzialmente fatta. Occorre rispettare le diversità che in molti campi si creano tra le persone, a seconda delle loro età, condizioni di vita, culture di origine, livello di conoscenze, non pretendendo mai né promettendo mai di avere per ciascuno la soluzione definitiva per la sua vita, che non esiste in assoluto, né in religione né altrove, mentre nelle varie situazioni di vita ciascuno, pazientemente ricercando e sperimentando, sorretto amichevolmente dalla collettività religiosa si riferimento, può trovarne una valida in un certo contesto, naturalmente nell'attesa del beato compimento di tutto, oggetto di fede e assolutamente fuori della portata di ogni nostro sforzo ascetico. In questo mondo si può certamente crescere, migliorarsi, ma in definitiva solo con propria piena responsabilità e nel dialogo libero, franco e informato nella società del proprio tempo. La soluzione non è mai nel sottomettersi passivamente all'arbitrio di altri, rinunciando alla propria dignità umana e, in uno, a quella di cittadino della società civile.
Per raggiungere gli obiettivi di cui ho scritto, dovrebbero essere nettamente distinte le figura del catechista, del capo di una comunità laicale e del direttore spirituale, quest'ultimo ruolo dovendo essere riservato al sacerdote, per i suoi delicati riflessi sull'integrità psicologica e sulla libertà interiore delle persone, senza che sia lecito affidarlo ad altre figure da lui delegate, e ciò pur nell'attuale scarsità del clero diocesano.
Il catechista, a qualsiasi gruppo particolare appartenga, riceve il suo mandato nel quadro di un'organizzazione la cui direzione deve rimanere saldamente nelle mani del vescovo, quale apostolo. Il catechista deve rispettare una stretta disciplina nel suo ministero di ausiliario nella formazione religiosa altrui, in modo che ciò che trasmette agli altri e il metodo di insegnamento corrispondano fedelmente agli orientamenti del servizio catechistico della diocesi: non devono essere, in particolare, espressione di sue peculiari concezioni religiose o di quelle di un qualche particolare gruppo a cui egli faccia riferimento. Tutto ciò rientra nell'organizzazione apostolica della nostra confessione religiosa che, a differenza di quella feudale della nostra gerarchia religiosa con la quale spesso è confusa, è originaria e caratteristica della nostra fede religiosa. Ciascuno, nel lavoro di formazione altrui, agisce in virtù di un mandato ricevuto da chi con autorità apostolica l'ha inviato agli altri e deve trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto, agendo sempre sotto l'autorità del mandante. Non sono ammesse variazioni arbitrarie. Questa disciplina è tanto più necessaria in un tempo come il nostro in cui si prospettano tanti cambiamenti anche nelle concezioni religiose: il nuovo deve poter fare sicuro riferimento ad un'orientamento comune la cui formulazione è di competenza del vescovo. Questa competenza è espressione di un'autorità apostolica che non deve essere usurpata. Certamente è legittimo proporre idee nuove, ma lo si può fare al di fuori del servizio catechistico. Non tutti sono quindi adatti a far i catechisti. Lo è chi ritiene di poter rispettare quella disciplina, facendo costante e preciso riferimento esclusivamente al vescovo nel servizio di collaborazione alla catechesi.
Invece le collettività laicali, in cui ci si forma al lavoro che propriamente i laici svolgono da persone di fede nella società civile, dovrebbero essere presiedute da dirigenti eletti democraticamente e periodicamente sostituiti, dotati di competenze che non espongano le collettività al loro assoluto arbitrio e che non invadano mai quelle specifiche dei ministri ordinati e dei servizi di formazione da essi dipendenti, come quello catechistico, e che trovino un bilanciamento in altri organi, ad esempio in un'assemblea plenaria o comunque rappresentativa dei membri della collettività: tutto ciò è alla base del metodo democratico del quale anche in religione i laici devono fare tirocinio e che consente quel dialogo libero, franco, informato e con la più vasta partecipazione a cui prima mi riferivo.
Non deve essere ammessa alcuna discriminazione religiosa tra battezzati, tra persone "più avanti" e altre "più indietro" in un certo qual "cammino" di formazione religiosa. Quest'ultima deve essere permanente, deve durare tutta la vita di una persona, e deve rispondere alla particolari esigenze età e condizioni di vita della gente. Le persone cambiano molto nel corso della loro vita: questa è una loro condizione "naturale" non è un portato di una loro innata malvagità che debba essere continuamente contenuta. Da bambini si ragiona da bambini, da adulti si ragiona in altro modo: è scritto. Nessun risultato può dirsi raggiunto permanentemente, definitivamente, nella vita di una persona e in nessun testo, sia pure sacro, è descritto in dettaglio il programma adeguato per la vita della gente. Esso è sempre il frutto di un lavoro di ricerca personale, che va condotto liberamente e con piena responsabilità da ciascuno, secondo le varie situazioni della vita. La società religiosa può essere l'ambiente in cui quel lavoro trova basi culturali, orientamenti ed esempi di vita.
Potremmo accorgerci, qualora volessimo riformare chirurgicamente il servizio di catechesi parrocchiale, di non disporre del personale sufficiente alla ricostruzione "plastica". Infatti da anni quel servizio è stato affidato al Cammino Neocatecumenale, per quanto riguarda la formazione religiosa di secondo livello e degli adulti. Una volta che i loro catechisti, formati secondo la peculiare e immaginifica ideologia religiosa di quel movimento, dovessero occuparsi solo dell'iniziazione a quel particolare percorso di ascesi promosso dal loro movimento, chi si occuperà del resto? Bisognerà allora formare i formatori che occorrono, indurre la costituzione di un nucleo di ventenni/trentenni a cui affidare, secondo gli orientamenti della diocesi, la collaborazione nel servizio catechistico per gli adolescenti e per i giovani adulti, e di un altro nucleo di gente un po' più avanti con gli anni per le attività di formazione permanente degli adulti, con particolare attenzione al servizio per aiutare coloro che nella loro vita sono rimasti coinvolti in crisi familiari, questo anche secondo le intenzioni espresse l'altro ieri dal nostro vescovo. Quante umiliazioni questi ultimi hanno dovuto subire! Questo è un settore in cui, per ciò che so, da noi occorre ripartire da zero o quasi. Probabilmente, per questo lavoro preliminare di formazione dei formatori occorrerebbe ottenere un aiuto dalla diocesi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli