Chiesa e famiglia: un'alleanza?
[dal racconto di Natalia Ginzburg "Un inverno in Abruzzo", scritto nel 1944 è pubblicato nel libro "Le piccole virtù", oggi in commercio nell'edizione di Einaudi].
"Quando venni nel paese di cui parlo, nei primi tempi tutti i volti mi parevano uguali, tutte le donne sì rassomigliavano, ricche e povere, giovani e vecchie. Quasi tutte avevano la bocca sdentata: laggiù le donne perdono i denti a trent'anni, per le fatiche e il nutrimento cattivo, per gli strapazzi dei parti e degli allattamenti che si susseguono senza tregua [...] Alle cinque suonavano le campane della chiesa di Santa Maria, e le donne andavano alla benedizione, coi loro scialli neri e il viso rosso."
Nel racconto di cui ho sopra trascritto un brano, la scrittrice Ginzburg narra di un paesino abruzzese dove ella era al confino, con il marito e i figli, nel 1940, all'epoca della grande alleanza ideologica tra il fascismo e il cattolicesimo italiano. A quei tempi fare molti figli era un obbligo politico, rafforzato da quello religioso. Nonostante le ricostruzioni propagandistiche che oggi sono correnti in religione, le posizioni critiche verso il regime fascista erano, tra i cattolici, di pochi, di una esigua minoranza. Non vi erano grossi dubbi che si potesse, e anzi si dovesse, essere buoni fascisti e buoni cattolici. Per ciò che riguardò in particolare la morale familiare, ci fu una sostanziale assimilazione della morale cattolica a quella fascista. Quest'ultima si basava su una concezione autoritaria basata sulla predominanza del maschio-padre sulla femmina sposa e madre, in cui alla donna veniva attribuito quasi esclusivamente il ruolo di riproduttrice. Il regime aveva bisogno di uomini da spendere nelle sue guerre di conquista e, in particolare nelle campagne dominate dal latifondo, occorreva manodopera, ridotta nei decenni passati a causa dell'emigrazione all'estero. Veniva allora usato tra i ceti più poveri essenzialmente come forma di auto-difesa della donna, contro il discredito e l'emarginazione sociale nel caso di gravidanza fuori del matrimonio e contro l'aggravamento della povertà e lo sfiancamento fisico nel caso di gravidanza legittima, l'aborto, largamente praticato con metodi approssimativi tramandati negli ambienti femminili e senza igiene sanitaria, e talvolta l'infanticidio. L'aborto veniva criminalizzato sia dallo stato che dalla chiesa: era considerato un reato e, come ora, un peccato molto grave. In religione non veniva ammessa alcuna forma di programmazione delle nascite, e la situazione non è sostanzialmente cambiata, venendo essa considerata ancora intrinsecamente immorale. Nessuna forma di prevenzione delle gravidanze veniva considerata moralmente lecita, con qualsiasi giustificazione, ad eccezione dell'astensione consensuale dai rapporti sessuali. In merito nel 1930, ad un anno dal disonorevole compromesso con il regime fascista, aveva disposto l'enciclica Casti connubii (=sulla castità nel matrimonio), del Papa Achille Ratti. Le donne dei ceti più poveri, sfiancate dalle continue gravidanze e dalle condizioni di lavoro, non potendo disporre degli integratori alimentari che oggi sono alla portata di tutte, sfiorivano presto e si ammalavano. Perdevano i denti a causa della mancanza di calcio. Sono impressionanti i confronti visivi fatti tra le donne di allora e quelle di oggi, utilizzando la documentazione fotografica dell'epoca. Solo nel 1951, dopo che la scienza aveva individuato la possibilità di evitare gravidanze indesiderate astenendosi da rapporti sessuali solo nei tempi fertili della donna, il Papa Eugenio Pacelli, in un discorso del 29 ottobre 1951 alle partecipanti dell'Unione Cattolica Italiana Ostetriche, ammise la possibilità di utilizzare tali metodi, all'epoca con alta percentuale di insuccesso, tra i coniugi, sempre comunque qualora sussistessero specifici e contingenti motivi per evitare la gravidanza e pertanto al di fuori di una logica di genitorialitá responsabile e di programmazione delle nascite. Si tratta di metodi che sono al di fuori della portata dei poveri e degli incolti, richiedendo un impegnativo tirocinio, con una serie di registrazioni e osservazioni sulla biologia del corpo femminile che si sono fatte molto complesse nelle ultime versioni, in grado di "funzionare" anche nel caso di ciclo femminile irregolare.
Come notava Lorenzo Milani nel suo libro "Esperienze Pastorali", scritto circa vent'anni più tardi rispetto all'epoca in cui è ambientato il racconto della Ginzburg, la povertà e la promiscuità in cui vivevano le famiglie numerose delle campagne, con letti condivisi da più persone e gente che dormiva in un'unica stanza, rendeva quelle famiglie un ambiente molto diverso da quella specie di oasi ancestrale di moralità narrata in religione, per contrapporle ai costumi più liberi correnti nelle città industrializzate.
La morale coniugale creata ai tempi dell'integrazione del fascismo con il cattolicesimo italiano, basata sul predominio del maschio marito-padre e sulla sottomissione della donna a funzioni di riproduttrice e di allevatrice è tuttora, ma di solito inconsapevolmente, alla base dell'ideologia di alcuni movimenti fondamentalisti cattolici.
Si sostiene che vi sia una alleanza tra la Chiesa e la famiglia. A volte, più in linea con il pensiero dei saggi del Concilio degli anni '60, si ha anche coscienza che la famiglia "è" Chiesa. La realtà, ben nota ai coniugi cattolici, è diversa. Per la maggior parte delle famiglie la permanenza nella Chiesa è fonte di grandi problemi, per cui non di rado finiscono per rimanervi ai margini. Quelli più gravi riguardano le famiglie che si sono formate al di fuori del matrimonio o dopo il fallimento di un precedente matrimonio. Esse, sebbene realmente famiglie, composte da mamma, papá e figli e stabili, secondo l'espressione utilizzata l'altro giorno da presidente della CEI Angelo Bagnasco, sono disconosciute e, non di rado, insultate, anche se non si arriva più ai crudeli estremi di un tempo, con i coniugi additati come pubblici peccatori e sostanzialmente scomunicati. Ma problemi seri li hanno anche le famiglie fondate sul matrimonio ed essenzialmente per il fatto che la gerarchia non ammette l'idea di genitorialitá responsabile e di programmazione delle nascite. Ogni atto sessuale, secondo il suo insegnamento, dovrebbe comportare la possibilità di generare, anche al di fuori del consenso dei coniugi. Tale possibilità, nel caso che i coniugi abbiano deciso responsabilmente di non generare, è un rischio. Senza questo rischio, questa sorta di "roulette russa" in cui la gente, e in particolare le donne, è spinta a giocarsi la vita, gli atti sessuali sarebbero immorali. Dunque, in quest'ottica, la vita coniugale, in cui è "impossibile" l'astensione molto prolungata dai rapporti sessuali (ne parlò il Pacelli nel discorso sopra citato), "deve" essere rischiosa per essere morale. Lo si afferma con argomentazioni di carattere teologico, derivate fondamentalmente dai principi generali e dagli scritti sacri del più antico ebraismo, in mancanza di specifiche e puntuali indicazioni negli scritti sacri originati dalle prime nostre collettività religiose. Quanti figli bisogna avere nel corso della vita coniugale? Lì non è scritto. Quanti figli ebbero quelli dei primi discepoli che erano sposati? Non si sa. Quanti figli ebbe l'apostolo Pietro, il quale era sposato, come è scritto? Non si sa. Le scritture sacre originarono comunque nel quadro ideologico delle comunità giudaiche agricolo-pastorali di duemila anni fa, dove la prole numerosa era considerata una benedizione e la contraccezione un peccato. Ma l'umanità di allora si contava in decine di milioni, non in miliardi come oggi e la condizione sociale della donna era quella che era. Inoltre la mortalità infantile era alta.
La fertilità naturale delle donne consentirebbe da dieci a quindici figli nel corso della vita coniugale. Papa Bergoglio tempo fa ha detto, in una conversazione informale, che a lui sembrano abbastanza anche solo tre figli. Ma i coniugi possono "programmare" di avere "solo" tre figli? E se possono farlo, perché dovrebbero necessariamente sottoporsi alla roulette russa dei metodi "naturali"? E, se non possono programmare, perché non possono farlo, mentre poi un capo religioso può decidere al posto loro?
Fatto sta che le famiglie con meno figli, addirittura con un figlio solo, sono sostanzialmente sospettate di immoralità, o quanto meno di egoismo, specialmente negli ambienti fondamentalisti. Ma, anche al di fuori di questi ultimi, vengono portate ad esempio le famiglie con più figli, come avveniva durante il fascismo storico. Delle altre non sempre si va fieri. Sembra che debbano sempre giustificarsi di qualche cosa. Di fatto né il fascismo né i clericali sono riusciti storicamente a incrementare la natalità. Sono le famiglie meno prolifiche ad essere immorali ed egoiste o è la morale normativa a non essere sostenibile? Se si decide che la maggior parte delle famiglie cattoliche sono immorali, non si può poi parlare di alleanza con loro.
Nel prossimo ottobre, capi religiosi maschi e celibi provenienti da tutto il mondo si travaglieranno per dire alle famiglie cattoliche, senza nessun vero apporto di queste ultime, come essere famiglie. Se partiranno dalla loro teologia, quindi dai problemi insolubili che la loro stessa teologia ha creato come insolubili, falliranno.
La teologia dovrebbe essere al servizio della Chiesa, non viceversa.
Nei problemi della famiglia sarebbe consigliabile partire da considerazioni più realistiche e, innanzi tutto, dalla concreta esperienza dei coniugi cristiani.
Mi pare che dai coniugi cristiani in genere emergano le seguenti osservazioni che essi vorrebbero fossero prese seriamente in considerazione e discusse nel prossimo sinodo.
Ci sono famiglie anche al di fuori del matrimonio canonico, inteso come atto religioso solenne, formale, e che nondimeno vogliono essere cristiane.
È insostenibile obbligare le va famiglie a rinunciare alla programmazione responsabile delle nascite, in un mondo altamente sovrappopolato come quello in cui viviamo, molto diverso da quello antico in cui si formarono le scritture sacre, e in cui è obbligo civile dei genitori di garantire ai figli condizioni di vita degne.
È insostenibile obbligare le famiglie alla roulette russa dei metodi "naturali" di regolazione della fertilità.
È insostenibile obbligare la donna al ruolo di riproduttrice e di allevatrice di figli.
È insostenibile proporre che le decisioni sulla fertilità coniugale siano prese al di fuori della coppia
È insostenibile ragionare in materia di morale coniugale considerando "ideale" la fertilità di dieci/quindici figli nel corso della vita coniugale, vale a dire la fertilità "naturale".
Che significa "insostenibile"? Significa che certe strategie fondamentaliste, potenzialmente in grado di rovinare vita della gente, non verranno seguite in società, a qualunque livello gerarchico vengano imposte. E che, se si vuole ripristinare una "alleanza", occorre prenderne atto. Nella società di oggi, esse potranno essere seguite da minoranze particolarmente motivate, salvo che vere provvidenze a favore della natalità, che in Italia non ci sono e non ci sono mai state negli ultimi decenni, spingano molte più persone a puntare responsabilmente verso livelli più alti di prolificità. Ma non si tratta solo di questo. In Italia viviamo un modello di sviluppo che non dà speranze alle famiglie. E oggi non si accetta più di generare figli per farne degli infelici. Costruire la società in maniera diversa è possibile. Nelle nazioni scandinave, ad esempio, ci si è riusciti.
Ciò posto, la teologia dovrebbe poi studiare se e come costruire un nuovo "trattato" sulla famiglia che tenga conto di queste realtà.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monge Sacro, Valli