Nel pensare la riorganizzazione delle attività parrocchiali in quel nuovo inizio che si prospetta tra non molto, un punto importante da prendere in considerazione potrebbe riguardare le attività collettive dei laici di fede. Non solo perché essi sono la componente assolutamente maggioritaria della parrocchia, non solo perché i sacerdoti, in maggioranza non italiani,devono essere aiutati da loro nel tessere legami vitali con l'ambiente sociale in cui svolgono la loro missione, il quartiere,ma fondamentalmente perché, a seguito della riforma conciliare degli scorsi anni Sessanta, da loro, e primariamente da loro, si attende un'azione collettiva per "ordinare secondo Dio le realtà temporali", espressione che, tradotta dal gergo teologico, significa lavorare nella società, secondo gli ordinamenti suoi propri, per modificarla secondo i principi di fede,
Per l'antica e profonda sfiducia e la conseguente diffidenza che fino ad oggi i chierici hanno riservato ai laici, per cui ad esempio di questi tempi essi di nuovo si illudono di riuscire a legiferare efficacemente in religione in materia familiare e riproduttiva senza tenere in alcun conto la sapienza di vita di coloro che in queste faccende sono direttamente e quotidianamente impegnati, si tratta di un impegno che finora ha riguardato ristrette minoranze del mondo laicale, impratichite nel gergo e nell'ideologia clericali e nella sofisticata arte diplomatica, fatta anche di una certa dose di ipocrisia, indispensabile per continuare a mantenere relazioni pacificate con l'anacronistica struttura feudale della nostra gerarchia religiosa.
A livello di base la gente di fede è rimasta fondamentalmente massa di manovra, che si pretende essere "docile gregge" per il supporto delle politiche sociali decise in modo autoreferenziale e autocratico dalla gerarchia religiosa. Periodicamente si è allora chiamati a scendere in piazza per dimostrare, agendo all'unisono secondo una sceneggiatura ideata da altri, la forza sociale, e anche elettorale, della nostra società religiosa.
Ed è proprio il campo dell'impegno collettivo dei laici in religione quello in cui potrebbero essere iniziate interessanti sperimentazioni in parrocchia. Scrivo "sperimentazioni" perché, in realtà, abbiamo pochi punti di riferimento e, in particolare, veramente poche esperienze pratiche a cui ispirarsi.
Non si tratta, infatti, di creare l'ennesimo "movimento", l'ennesima confraternita spirituale, l'ennesimo "cammino" di ascesi, ma di rendere effettiva, vitale, sostenibile e visibile, in una nostra ordinaria collettività di base, in una parrocchia, la struttura organizzativa sognata dai saggi dell'ultimo Concilio. Vale a dire quel "popolo di fede" del quale in quell'assise si sono delineate le caratteristiche teologiche, senza però avere l'opportunità, il tempo, e forse nemmeno la capacità e la volontà collettive, di scendere nei dettagli, di trarre fino in fondo e già in quella sede le conseguenze di certi discorsi che si erano fatti.
Innanzi tutto, per come la vedo io, un gruppo parrocchiale di laici non dovrebbe dedicarsi all'autocoscienza, non dovrebbe cioè avere come obiettivo principale o addirittura esclusivo i suoi singoli membri, le loro spiritualità, le loro vite, per giudicarle e trasformarle. Questo è un lavoro che, sotto la direzione esclusiva del sacerdote e di nessun altro, si deve fare, se si vuole farlo, in altre sedi. L'azione di un gruppo parrocchiale di laici di fede deve essere fondamentalmente collettiva e diretta a progettare ciò che si deve fare, insieme, in società, nella collettività religiosa e in quella civile. Si tratta cioè di discutere di ciò che si deve e si vuole fare come gruppo. Nel dialogo libero, franco e democraticamente ordinato si metteranno allora in comune conoscenze ed esperienze, si cercherà di produrre un orientamento collettivo, una sensibilità comune, una visione condivisa della storia e della società nelle quali collettivamente si è chiamati ad operare.
Si tratterà, quindi, di ciò che "dobbiamo" fare, al plurale. Il dialogo, allora, consisterà, ed uso le parole di un grande teologo, Romano Guardini, nell'occuparsi del "destino umano [...] Un tale parlare non basta che sia fatto con serietà e senso di responsabilità. Per essere veramente alla sua altezza, dev'essere un'intesa tra chi parla e chi ascolta, nel senso che entrambi vogliano veramente trattare di quello che -dobbiamo fare-" [citazione da Romano Guardini, "La coscienza", 1933, trad. it, edita da Morcelliana].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli