Tagliatori di teste e
democrazie
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| Palco della ghigliottina durante la Rivoluzione francese (immagine da Wikipedia) |
L’idea di un governo democratico su scala
mondiale che garantisca la pace è piuttosto recente, risale al secondo
dopoguerra, quindi alla seconda metà degli scorsi anni quaranta.
Nel Settecento cominciò a pensarsi a un ordine
mondiale pacifico, ma le prime realizzazioni di sistemi democratici non furono
pacifiche né, in fondo, pacificanti.
Sia la Rivoluzione statunitense che quella
francese furono infatti moti violenti, la seconda molto più della prima.
Ora ci fanno orrore i tagliatori di teste del
Vicino Oriente, ma anche i rivoluzionari francesi lo furono e su scala
sicuramente più vasta, “industriale” per così dire.
Se noi cerchiamo, nelle nostre Scritture sacre
espliciti fondamenti della democrazia come la intendiamo ai tempi nostri,
compresi gli ideali di pacificazione globale, non li troviamo. Anche lì c’è
molta violenza, anche in nome di ideali religiosi. In genere la violenza non
viene condannata in sé, ma a seconda delle sue vittime. Troviamo esaltate
figure di condottieri stragisti. Nelle narrazioni della vita del nostro primo
Maestro troviamo sicuramente qualcosa di più contro l’idea di prendere le armi
in religione. Non c’è però, a differenza dei precedenti autori sacri, un
pensiero propriamente politico. Tutto ciò spiega le difficoltà che sono sorte
in teologia sui temi politici, in particolare quando si è cercato di ideare una
forma di coesistenza tra fede e democrazia.
Le democrazie contemporanee originano da un
pensiero europeo del Settecento che lega l’idea di un governo di popolo, basato
sul principio che la maggioranza può imporre le sue decisioni, ad alcuni
principi umanitari assoluti:
uguaglianza, fraternità (che implica la solidarietà sociale), libertà. Nell’immaginare
un nuovo mondo su basi razionali, venne ritenuto irrazionale pensare che il popolo
potesse essere un sovrano assoluto,
al mondo dei despoti dei regimi che si voleva abbattere. La democrazia venne
così concepita come un sistema in cui ogni potere avesse un limite, anche quello del popolo, anche
quello delle maggioranze di popolo. Il limite era quello di quei principi,
inderogabili anche da parte di maggioranze di popolo e dei governi da esse
espressi.
Se un principio è affermato come assoluto, quindi affermato a prescindere
da qualsiasi riscontro nella realtà, allora si
può dire che vi si crede con animo religioso.
In effetti i principi della uguaglianza e della fraternità furono articolati dai
rivoluzionari su basi religiose, in modo particolarmente esplicito dai rivoluzionari
democratici statunitensi, i quali si affermarono convinti che tutti gli esseri
umani fossero creati uguali. La fraternità,
in queste prospettiva, discende dall’avere un unico Padre creatore, per cui si è fratelli.
Si tratta di principi che vennero formulati anche facendo riferimento alla
cultura religiosa in cui quei moti rivoluzionari originarono, che era quella
europea animata dalla nostra fede. Anche l’idea di libertà fu sviluppata in
quest’ottica, estendendo concezioni che troviamo negli scritti di Paolo di
Tarso. In un suo viaggio pastorale in Francia, il papa Giovanni Paolo 2°
riconobbe negli ideali rivoluzionari di uguaglianza, fraternità e libertà delle assonanze con principi religiosi.
Questo sorprese, essenzialmente per il duro conflitto che per circa un secolo e
mezzo aveva opposto le autorità religiose della nostra confessione di fede ai
fautori delle democrazie basati su quei principi. In realtà il pensiero sociale
espresso dalla nostra fede aveva avuto, nel corso del Novecento, uno sviluppo
culturale analogo a quello delle democrazie, passando da concezioni basate sul
principio di autorità assoluta di un monarca religioso a quello dell’autorità
assoluta dei principi fondamentali della civiltà religiosa come limite a ogni
dispotismo.
In democrazia si continuarono a tagliare
teste, come durante i regimi assolutistici che l'avevano preceduta. Il rafforzamento dei principi umanitari per cui si è cominciato a ritenerlo
sconveniente tra i democratici risale, come ho detto, a dopo il bagno di sangue
della Seconda Guerra Mondiale, per il disgusto verso la guerra e la violenza
omicida che ne conseguì. Prima venne questo, poi ci si ragionò sopra. Allora fu
assolutizzato il diritto alla vita, su scala mondiale, per cui, ad esempio, la
pena di morte venne ammessa in ambiti molto ristretti e solo all’esito di
procedure giudiziarie in cui all’accusato venisse dato modo di difendersi.
Anche la guerra non venne più concepita come un diritto assoluto degli stati.
Ai tempi nostri i governi democratici si ritengono legittimati a farla solo
come reazione a un attacco militare o sulla base di un’autorizzazione delle
Nazioni Unite. E alla politica è stato vietato di prendersi vite umane.
I rivoluzionari che, unificati da un’ideologia
internazionale a sfondo religioso, stanno combattendo nel Vicino Oriente e in
Nord Africa e che ora ci minacciano esplicitamente da vicino, agiscono in un’altra
ottica. Per loro la violenza estrema costituisce un fattore identitario, come
lo è stato in molte epoche della storia
umana. Oggi assistiamo al fenomeno dei foreign fighters, della gente che, anche
dall’Europa, accorre in Siria per arruolarsi nell’esercito rivoluzionario,
appunto alla ricerca di un’identità. Ma non è un fenomeno nuovo per gli
Europei. Gli eserciti crociati che, nel Medioevo, travagliarono più o meno le
medesime zone si costituirono sulla base di principi analoghi ed espressero un
livello di violenza bellica molto, molto
superiore. In religione abbiamo iniziato a distanziarsi da quell’esperienza
solo molto di recente, più o meno tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.
La tentazione che ora ci viene nella storia
che stiamo vivendo è quella di buttare a mare i principi umanitari che sono
legati alle nostre democrazie contemporanee e di cominciare ad esprimere anche
noi una violenza senza limiti. Sono fatti che stanno già accadendo, ad esempio
negli imprigionamenti o nelle uccisioni senza processo di persone sospettate di
far parte del nemico e nei bombardamenti su civili, in aree in cui si sono
sviluppati moti rivoluzionari.
Abbandonando quei principi abbandoneremmo però anche le democrazie
umanitarie che, almeno in Europa, ci hanno garantito un lungo periodo di pace e
di prosperità, di libertà dalle violenze civili e dalle guerre.
Ma dovremmo arretrare anche su molte conquiste
culturali in materia ordine mondiale pacifico che abbiamo raggiunto in religione.
Questi sarebbero sicuramente i danni più gravi
arrecati in particolare all’Europa contemporanea, perché forieri di un
mutamento di civiltà in peggio.
Non ogni modo di fare la guerra è compatibile
con i principi umanitari su cui le nostre democrazie si fondano. In particolare
bisogna rispettare le vite dei vinti e dei civili. C’è già un diritto di guerra
che regola queste cose. Come è stato sottolineato da molti, il tempo che stiamo
vivendo è anche quello di un confronto/scontro tra civiltà. Ognuno, anche in
religione, deve fare la sua parte per evitare l’imbarbarimento dell’umanità,
sempre possibile.
Dimostriamo, allora, con i fatti che quando
parliamo di rispetto per la dignità della persona umana dei nemici, e addirittura in religione di amore per il nemico, non stiamo solo
facendo vane chiacchiere. La dignità umana altrui costituisce un limite invalicabile nella nostra ideologia.
Questa guerra che ci sta per cadere addosso non si vincerà con un supplemento
di violenza, ma con un supplemento di umanità. Un “supplemento di anima” direi
forse con il filosofo francese Emmanuel Mounier (1905-1950), ideatore del personalismo comunitario.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.
