lunedì 6 luglio 2015

Tagliatori di teste e democrazie

Tagliatori di teste e democrazie

Palco della ghigliottina durante la Rivoluzione francese (immagine da Wikipedia)


 L’idea di un governo democratico su scala mondiale che garantisca la pace è piuttosto recente, risale al secondo dopoguerra, quindi alla seconda metà degli scorsi anni quaranta.
 Nel Settecento cominciò a pensarsi a un ordine mondiale pacifico, ma le prime realizzazioni di sistemi democratici non furono pacifiche né, in fondo, pacificanti.
 Sia la Rivoluzione statunitense che quella francese furono infatti moti violenti, la seconda molto più della prima.
 Ora ci fanno orrore i tagliatori di teste del Vicino Oriente, ma anche i rivoluzionari francesi lo furono e su scala sicuramente più vasta, “industriale” per così dire.
 Se noi cerchiamo, nelle nostre Scritture sacre espliciti fondamenti della democrazia come la intendiamo ai tempi nostri, compresi gli ideali di pacificazione globale, non li troviamo. Anche lì c’è molta violenza, anche in nome di ideali religiosi. In genere la violenza non viene condannata in sé, ma a seconda delle sue vittime. Troviamo esaltate figure di condottieri stragisti. Nelle narrazioni della vita del nostro primo Maestro troviamo sicuramente qualcosa di più contro l’idea di prendere le armi in religione. Non c’è però, a differenza dei precedenti autori sacri, un pensiero propriamente politico. Tutto ciò spiega le difficoltà che sono sorte in teologia sui temi politici, in particolare quando si è cercato di ideare una forma di coesistenza tra fede e democrazia.
 Le democrazie contemporanee originano da un pensiero europeo del Settecento che lega l’idea di un governo di popolo, basato sul principio che la maggioranza può imporre le sue decisioni, ad alcuni principi umanitari assoluti: uguaglianza, fraternità (che implica la solidarietà sociale), libertà. Nell’immaginare un nuovo mondo su basi razionali, venne ritenuto irrazionale pensare che il popolo potesse essere un sovrano assoluto, al mondo dei despoti dei regimi che si voleva abbattere. La democrazia venne così concepita come un sistema in cui ogni potere avesse un limite, anche quello del popolo, anche quello delle maggioranze di popolo. Il limite era quello di quei principi, inderogabili anche da parte di maggioranze di popolo e dei governi da esse espressi.
 Se un principio è affermato come assoluto, quindi affermato a prescindere da qualsiasi riscontro nella realtà, allora si  può dire che vi si crede con animo religioso. In effetti i principi della uguaglianza  e della  fraternità furono articolati dai rivoluzionari su basi religiose, in modo particolarmente esplicito dai rivoluzionari democratici statunitensi, i quali si affermarono convinti che tutti gli esseri umani fossero creati uguali. La fraternità, in queste prospettiva, discende dall’avere un unico Padre creatore, per cui si è fratelli. Si tratta di principi che vennero formulati anche facendo riferimento alla cultura religiosa in cui quei moti rivoluzionari originarono, che era quella europea animata dalla nostra fede. Anche l’idea di libertà  fu sviluppata in quest’ottica, estendendo concezioni che troviamo negli scritti di Paolo di Tarso. In un suo viaggio pastorale in Francia, il papa Giovanni Paolo 2° riconobbe negli ideali rivoluzionari di uguaglianza, fraternità e libertà  delle assonanze con principi religiosi. Questo sorprese, essenzialmente per il duro conflitto che per circa un secolo e mezzo aveva opposto le autorità religiose della nostra confessione di fede ai fautori delle democrazie basati su quei principi. In realtà il pensiero sociale espresso dalla nostra fede aveva avuto, nel corso del Novecento, uno sviluppo culturale analogo a quello delle democrazie, passando da concezioni basate sul principio di autorità assoluta di un monarca religioso a quello dell’autorità assoluta dei principi fondamentali della civiltà religiosa come limite a ogni dispotismo.
 In democrazia si continuarono a tagliare teste, come durante i regimi assolutistici che l'avevano preceduta. Il rafforzamento dei principi umanitari per cui si è cominciato a ritenerlo sconveniente tra i democratici risale, come ho detto, a dopo il bagno di sangue della Seconda Guerra Mondiale, per il disgusto verso la guerra e la violenza omicida che ne conseguì. Prima venne questo, poi ci si ragionò sopra. Allora fu assolutizzato il diritto alla vita, su scala mondiale, per cui, ad esempio, la pena di morte venne ammessa in ambiti molto ristretti e solo all’esito di procedure giudiziarie in cui all’accusato venisse dato modo di difendersi. Anche la guerra non venne più concepita come un diritto assoluto degli stati. Ai tempi nostri i governi democratici si ritengono legittimati a farla solo come reazione a un attacco militare o sulla base di un’autorizzazione delle Nazioni Unite. E alla politica è stato vietato di prendersi vite umane.
 I rivoluzionari che, unificati da un’ideologia internazionale a sfondo religioso, stanno combattendo nel Vicino Oriente e in Nord Africa e che ora ci minacciano esplicitamente da vicino, agiscono in un’altra ottica. Per loro la violenza estrema costituisce un fattore identitario, come lo  è stato in molte epoche della storia umana. Oggi assistiamo al fenomeno dei foreign fighters, della gente che, anche dall’Europa, accorre in Siria per arruolarsi nell’esercito rivoluzionario, appunto alla ricerca di un’identità. Ma non è un fenomeno nuovo per gli Europei. Gli eserciti crociati che, nel Medioevo, travagliarono più o meno le medesime zone si costituirono sulla base di principi analoghi ed espressero un livello di violenza bellica  molto, molto superiore. In religione abbiamo iniziato a distanziarsi da quell’esperienza solo molto di recente, più o meno tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso.  
 La tentazione che ora ci viene nella storia che stiamo vivendo è quella di buttare a mare i principi umanitari che sono legati alle nostre democrazie contemporanee e di cominciare ad esprimere anche noi una violenza senza limiti. Sono fatti che stanno già accadendo, ad esempio negli imprigionamenti o nelle uccisioni senza processo di persone sospettate di far parte del nemico e nei bombardamenti su civili, in aree in cui si sono sviluppati moti rivoluzionari.
  Abbandonando quei principi abbandoneremmo però anche le democrazie umanitarie che, almeno in Europa, ci hanno garantito un lungo periodo di pace e di prosperità, di libertà dalle violenze civili e dalle guerre.
 Ma dovremmo arretrare anche su molte conquiste culturali in materia ordine mondiale pacifico che abbiamo raggiunto in religione.
 Questi sarebbero sicuramente i danni più gravi arrecati in particolare all’Europa contemporanea, perché forieri di un mutamento di civiltà in peggio.
 Non ogni modo di fare la guerra è compatibile con i principi umanitari su cui le nostre democrazie si fondano. In particolare bisogna rispettare le vite dei vinti e dei civili. C’è già un diritto di guerra che regola queste cose. Come è stato sottolineato da molti, il tempo che stiamo vivendo è anche quello di un confronto/scontro tra civiltà. Ognuno, anche in religione, deve fare la sua parte per evitare l’imbarbarimento dell’umanità, sempre possibile.
 Dimostriamo, allora, con i fatti che quando parliamo di rispetto per la dignità della persona umana dei nemici, e addirittura in religione di amore per il nemico, non stiamo solo facendo vane chiacchiere. La dignità umana altrui costituisce un limite invalicabile nella  nostra ideologia. Questa guerra che ci sta per cadere addosso non si vincerà con un supplemento di violenza, ma con un supplemento di umanità. Un “supplemento di anima” direi forse con il filosofo francese Emmanuel Mounier (1905-1950), ideatore del personalismo comunitario.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.