domenica 5 luglio 2015

Chiesa uscita

Chiesa uscita

Chiesa in uscita: Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, scienziato, apostolo tra i cinesi


 Ad un visitatore che, venendo tra noi da fuori, mi chiedesse qual è il mio principale difetto come persona di fede, risponderei che è quello di essere stato per  gran parte della mia vita Chiesa uscita. L’espressione richiama quella usata spesso dal nostro vescovo e padre universale, Chiesa in  uscita, ma indica qualcosa di diverso.
  Fin da universitario sono stato formato per lavorare da credente in una società che a tratti poteva farsi ostile. E’ ciò che ho sempre fatto, fin dagli anni dell’università. In società sono chiaramente riconoscibile come persona di fede e ho sempre cercato di cogliere ogni occasione per mediarvi gli ideali religiosi, in modo che continuassero ad avervi cittadinanza. L’ho fatto secondo i costumi di una particolare corrente di pensiero, formatasi nella Bologna degli anni della lotta contro il fascismo, quella che si rifà a Giuseppe Dossetti, docente universitario, capo partigiano e poi politico di rilievo, infine prete e monaco, protagonista nel Concilio Vaticano 2°. Si tratta di un insieme di modi di ragionare e agire che ho assorbito in famiglia. Al centro di questo tipo di impegno è la riforma della società e delle stesse  nostre collettività religiose, a partire da una riforma di sé stessi. Altra caratteristica importante è l’idea dell’autonomia della cultura e della politica, in particolare di quest’ultima, rispetto alle questioni religiose, per cui sono possibili reciproche ispirazioni, ma non contaminazioni, e gli obbiettivi specificamente politici rimangono sempre contingenti, provvisori, suscettibili, appunto, di riforma e di adattamento, mentre i destini ultimi dell’umanità sono visti come legati a pura azione di grazia dell’Eterno e fuori della portata delle nostre mani.
 Sono parte attiva della società, in un ruolo pubblico cruciale. Non ho avuto bisogno del recente autorevole appello a uscire, per farlo. E’ da un bel pezzo che sono uscito. Il mio problema è stato, ed è, nelle relazioni con ciò che è rimasto dentro. Da quanto ho finito il mio servizio  negli scout della vicina parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, i miei legami con la realtà locale si sono fatti sempre più labili. In particolare nei lunghi anni di quello che ho chiamato inverno polacco. Insofferente verso un panorama di cultura religiosa che si faceva sempre più distante dal mio modo di pensare e di una disciplina collettiva religiosa sempre più stringente e, per me, intollerabile, sono sempre più rimasto all’esterno, fino, in fondo, a non essere più riconosciuto come persona di fede tra le persone di fede, mentre lo ero tra le altre.
 Il mio collegamento con le nostre collettività religiose si è a lungo limitato, in fondo, alla partecipazione a un movimento, al MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, la denominazione assunta negli anni ’80 dal Movimento Laureati Cattolici, scaturito dagli universitari cattolici, la FUCI, dove avevo avuto una formazione di cultura religiosa avanzata, diciamo di terzo livello, considerando il primo livello quello per  i sacramenti della Comunione e della Penitenza e il secondo quello per la Cresima.
 Quando, all’inizio degli anni 2000, mi ammalai gravemente fui costretto a rivolgermi nuovamente a una Chiesa di prossimità, semplicemente per la difficoltà di muovermi.  Ciò che vi trovai fu un vero shock. Non sto a insistere, ma, insomma, era qualcosa di totalmente estraneo all’ambiente religioso in cui mi ero formato, che era stato molto, molto importante, nella storia delle collettività religiose italiane e, mediante il lavoro fatto durante il Concilio Vaticano 2° , anche a livello mondiale. Si era persa memoria, in particolare, di una storia e di un patrimonio culturale. E, allora, risoltosi inaspettatamente il mio problema di salute, essendo quindi sopravvissuto, ho ricominciato a fare quello per cui ero stato formato: mediare cultura religiosa in una società fattasi ostile. Solo che questa volta era un lavoro che andava fatto all’interno di una nostra collettività religiosa. Con tutta la mia famiglia ho allora aderito alla coraggiosa e volenterosa compagine degli ormai anziani resistenti  del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica che, come me, era sopravvissuto, e ho aperto il blog “AC VIVE A ROMA VALLI”, che fin dal titolo segnala chiaramente una rivendicazione di esistenza e una voglia di resistenza. Nei circa novecento post finora pubblicati ho cercato di fornire, a chi  voglia ancora farlo, le basi culturali per riprendere un discorso interrotto ormai molti anni fa, in particolare nozioni riassuntive sulla nostra storia di collettività di fede e le coordinate principali sul tema fede e democrazia.
 Non ho rinnegato alcuno dei miei ideali di gioventù. Lo dico sempre agli amici con cui discorro. E una della cose di cui mi pare di poter essere orgoglioso. Sono stato favorito, in ciò, dall’indipendenza che mi è garantita in società, per la particolare funzione che svolgo. Mi avvicino ai sessanta, ma lo spirito è sempre quello degli anni dell’università. Non ho perso la fiducia di riformare la società e le nostre stesse collettività religiose. Ma, guardando retrospettivamente la mia vita, posso dire di aver fatto una buona battaglia? No, non posso dirlo, in fondo. Vivo come una colpa l'essere stato per troppi anni chiesa uscita, non curando le relazioni con le collettività di prossimità, della cui evoluzione, e in alcuni casi degrado, devo ora sentirmi responsabile. Dove ero quando le cose prendevano quella piega? Quando poi, troppo tardi, ho cercato rimediare, ho capito che le mie forze, e quelle degli anziani che avevano resistito dentro mentre io me ne stavo fuori, non erano più abbastanza per far fronte a quello che c’era da fare. C’era bisogno di un aiuto dall’esterno, della solidarietà della diocesi. L’ho scritto.
 In un post in cui parlavo dell’oppressione delle nostre collettività religiose contro gli ebrei, ho scritto anche che il passato non può essere cambiato, se ne può solo perdere o alterare la memoria: è nell’oggi e nel futuro che si può, e si deve!, essere diversi.
 Ecco, parlando di me a quel visitatore di cui dicevo, concluderei dicendo: vorrei cercare di essere diverso, migliore, da come sono stato per gran parte della mia vita. Anelo sempre quella vera conversione a cui tutti i preti della mia vita mi hanno sempre chiamato, facendo sempre, loro, il proprio mestiere, integralmente.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli