Chiesa uscita
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| Chiesa in uscita: Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, scienziato, apostolo tra i cinesi |
Ad un visitatore che, venendo tra noi da
fuori, mi chiedesse qual è il mio principale difetto come persona di fede,
risponderei che è quello di essere stato per
gran parte della mia vita Chiesa
uscita. L’espressione richiama quella usata spesso dal nostro vescovo e
padre universale, Chiesa in uscita, ma indica qualcosa di diverso.
Fin da universitario sono stato formato per lavorare da credente in una
società che a tratti poteva farsi ostile. E’ ciò che ho sempre fatto, fin dagli
anni dell’università. In società sono chiaramente riconoscibile come persona di
fede e ho sempre cercato di cogliere ogni occasione per mediarvi gli ideali
religiosi, in modo che continuassero ad avervi cittadinanza. L’ho fatto secondo
i costumi di una particolare corrente di pensiero, formatasi nella Bologna
degli anni della lotta contro il fascismo, quella che si rifà a Giuseppe
Dossetti, docente universitario, capo partigiano e poi politico di rilievo,
infine prete e monaco, protagonista nel Concilio Vaticano 2°. Si tratta di un
insieme di modi di ragionare e agire che ho assorbito in famiglia. Al centro di
questo tipo di impegno è la riforma della società e delle stesse nostre collettività religiose, a partire da
una riforma di sé stessi. Altra caratteristica importante è l’idea dell’autonomia
della cultura e della politica, in particolare di quest’ultima, rispetto alle
questioni religiose, per cui sono possibili reciproche ispirazioni, ma non
contaminazioni, e gli obbiettivi specificamente politici rimangono sempre
contingenti, provvisori, suscettibili, appunto, di riforma e di adattamento,
mentre i destini ultimi dell’umanità sono visti come legati a pura azione di
grazia dell’Eterno e fuori della portata delle nostre mani.
Sono parte attiva della società, in un ruolo
pubblico cruciale. Non ho avuto bisogno del recente autorevole appello a uscire, per farlo. E’ da un bel pezzo
che sono uscito. Il mio problema è stato,
ed è, nelle relazioni con ciò che è rimasto dentro.
Da quanto ho finito il mio servizio negli scout della vicina parrocchia degli
Angeli Custodi, a piazza Sempione, i miei legami con la realtà locale si sono
fatti sempre più labili. In particolare nei lunghi anni di quello che ho
chiamato inverno polacco.
Insofferente verso un panorama di cultura religiosa che si faceva sempre più
distante dal mio modo di pensare e di una disciplina collettiva religiosa
sempre più stringente e, per me, intollerabile, sono sempre più rimasto all’esterno, fino, in fondo, a non essere
più riconosciuto come persona di fede tra le persone di fede, mentre lo ero tra
le altre.
Il mio collegamento con le nostre collettività
religiose si è a lungo limitato, in fondo, alla partecipazione a un movimento, al MEIC - Movimento
Ecclesiale di Impegno Culturale, la denominazione assunta negli anni ’80 dal
Movimento Laureati Cattolici, scaturito dagli universitari cattolici, la FUCI,
dove avevo avuto una formazione di cultura religiosa avanzata, diciamo di terzo
livello, considerando il primo livello quello per i sacramenti della Comunione e della
Penitenza e il secondo quello per la Cresima.
Quando, all’inizio degli anni 2000, mi ammalai
gravemente fui costretto a rivolgermi nuovamente a una Chiesa di prossimità, semplicemente per la difficoltà di muovermi. Ciò che vi trovai fu un vero shock. Non sto a
insistere, ma, insomma, era qualcosa di totalmente estraneo all’ambiente
religioso in cui mi ero formato, che era stato molto, molto importante, nella
storia delle collettività religiose italiane e, mediante il lavoro fatto
durante il Concilio Vaticano 2° , anche a livello mondiale. Si era persa memoria,
in particolare, di una storia e di un patrimonio culturale. E, allora,
risoltosi inaspettatamente il mio problema di salute, essendo quindi
sopravvissuto, ho ricominciato a fare quello per cui ero stato formato: mediare
cultura religiosa in una società fattasi ostile. Solo che questa volta era un lavoro che
andava fatto all’interno di una
nostra collettività religiosa. Con tutta la mia famiglia ho allora aderito alla coraggiosa e volenterosa compagine degli ormai anziani resistenti del gruppo
parrocchiale di Azione Cattolica che, come me, era sopravvissuto, e ho aperto il blog “AC VIVE A ROMA VALLI”, che
fin dal titolo segnala chiaramente una rivendicazione di esistenza e una voglia di resistenza.
Nei circa novecento post finora
pubblicati ho cercato di fornire, a chi voglia ancora farlo, le basi culturali per riprendere
un discorso interrotto ormai molti anni fa, in particolare nozioni riassuntive
sulla nostra storia di collettività di fede e le coordinate principali sul tema
fede e democrazia.
Non ho rinnegato alcuno dei miei ideali di
gioventù. Lo dico sempre agli amici con cui discorro. E una della cose di cui
mi pare di poter essere orgoglioso. Sono stato favorito, in ciò, dall’indipendenza
che mi è garantita in società, per la particolare funzione che svolgo. Mi
avvicino ai sessanta, ma lo spirito è sempre quello degli anni dell’università.
Non ho perso la fiducia di riformare la società e le nostre stesse collettività
religiose. Ma, guardando retrospettivamente la mia vita, posso dire di aver
fatto una buona battaglia? No, non
posso dirlo, in fondo. Vivo come una colpa l'essere stato per troppi
anni chiesa uscita, non curando le
relazioni con le collettività di prossimità, della cui evoluzione, e in alcuni
casi degrado, devo ora sentirmi responsabile. Dove ero quando le cose
prendevano quella piega? Quando poi, troppo tardi, ho cercato rimediare, ho
capito che le mie forze, e quelle degli anziani che avevano resistito dentro mentre io me ne stavo fuori, non erano più abbastanza per far
fronte a quello che c’era da fare. C’era bisogno di un aiuto dall’esterno,
della solidarietà della diocesi. L’ho scritto.
In un post in cui parlavo dell’oppressione
delle nostre collettività religiose contro gli ebrei, ho scritto anche che il
passato non può essere cambiato, se ne può solo perdere o alterare la memoria:
è nell’oggi e nel futuro che si può, e si deve!, essere diversi.
Ecco, parlando di me a quel visitatore di cui
dicevo, concluderei dicendo: vorrei cercare di essere diverso, migliore, da
come sono stato per gran parte della mia vita. Anelo sempre quella vera
conversione a cui tutti i preti della mia vita mi hanno sempre chiamato,
facendo sempre, loro, il proprio mestiere, integralmente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
