sabato 4 luglio 2015

La sfida culturale tra religioni

La sfida culturale tra religioni



Ingrid Bergman nel film "Giovanna d'Arco", del regista Victor Fleming - 1948 [foto da Web]



  La teologia non è la scienza delle potenze celesti, al modo in cui ad esempio l’astronomia lo è dei corpi celesti, ma è la riflessione sistematica, rigorosa, coerente, sulla fede religiosa di una collettività umana come fatto culturale. Come le culture umane si sono evolute rapidamente dalle nostre prime collettività di fede, anche le teologie hanno avuto dinamiche corrispondenti. Nei secoli, e, da ultimo, nei decenni, è  profondamente mutata la comprensione del fatto religioso. E’ cosa che possiamo apprezzare in modo eclatante considerando le teologie che sono state espresse intorno alla figura della francese Giovanna D’Arco, vissuta nel Quattrocento, protagonista di esperienze mistiche a sfondo politico sfociate in imprese militari dalle alterne fortune, giustiziata su rogo come eretica a  diciannove anni, dal 1920 santa e patrona di Francia, espressione di una santità guerriera veramente molto dissonante con i modelli in voga ai giorni nostri.
 In genere si ammette la possibilità che ogni persona di fede abbia un accesso diretto, immediato, personale, mistico, al mondo dell’aldilà. Ma le modalità in cui esso avviene di solito sono mediate dalla teologia recepita come fatto culturale dal mistico, come si vede chiaramente nelle esperienze personali degli stimmatizzati, la cui esperienza mistica di sequela del Crocifisso  avvenne nel quadro di una determinata cristologia.
 Per lungo tempo di teologia si poteva morire, come sta di nuovo accadendo nel Vicino Oriente e nel Nord Africa. In Occidente, ai tempi nostri, non si ammette più che accada. Non sarebbe più possibile una vicenda tragica come quella di Giovanna D’Arco. E non so quanti sarebbero disposti a farsi ammazzare pur di non pronunciare un’abiura di certi dogmi di fede, come si narra che fosse costume della gente della nostra fede alle origini, che si faceva torturare e trucidare in modi efferati pur di non sacrificare agli dei altrui. La potenza simbolica delle parole della nostra teologia e di certi gesti è molto diminuita, a certe cose non si dà più tanta importanza. Anche questa è stata un’evoluzione culturale, che, per la verità, ha molti lati positivi. Essa ha di molto attenuato il potenziale letale insito nei fatti religiosi, come in molti altri fatti umani.
 Ai tempi nostri la fede nelle nostre collettività religiose è concepita essenzialmente come manifestazione  di libertà dello spirito umano dalle molte costrizioni sociali. Un tempo essa stessa fu costrizione sociale. In questo suo carattere liberatorio entra in conflitto con le religioni che invece sono ancora basate sulla costrizione sociale. L’idea di una vaga parentela tra le due concezioni religiose, che faceva prevedere una pacificazione dopo secoli di guerre, si è dimostrata fallace. Per la verità la linea del fronte attraversa la stessa nostra religione. L’evoluzione da fede di costrizione a fede di libertà non è infatti ancora del tutto compiuta.
  Abbiamo abbandonato l’idea di un’espansione violenta della nostra fede  e quella di una protezione stragista delle nostre collettività religiose. Insomma, non pensiamo più che si debbano ammazzare gli infedeli. Ma, ad esempio, una buona parte di noi condivide con quelli dell’altro campo, quello dei tagliatori di teste, molti pregiudizi sulle donne. Si sentono, ciclicamente, tra noi discorsi terrificanti in merito. Ma anche quelli che propongono certi discorsi in forme meno radicali vanno in fondo nella stessa direzione. Sono coloro  che, con il pretesto del discorso sul genio femminile, facendo mostra di volerle valorizzare in realtà vorrebbero che di buon grado le donne si accontentassero ancora di ruoli subordinati nelle nostre collettività di fede e di funzioni sponsali e materne in società.
  Fatto sta che la questione femminile, più che le altre questioni di teologia dogmatica, sta diventando cruciale nella resistenza alla neo-religione violenta e stragista che sta alle nostre porte e anche nelle nostre stesse società. Ma lo sono anche tutte le altre questioni sulla libertà di coscienza e di pensiero che, dopo molti dubbi e ripensamenti, alla fine sembrano essere diventate patrimonio culturale anche della nostra confessione religiosa, come, prima di noi, di altre confessioni della nostra fede. Vivere la religione come esperienza liberante: ecco quello che l’esperienza degli Occidentali ha dimostrato possibile e bello. In fondo è proprio la possibilità di condurre una vita libera e sicura che attira masse di profughi verso l’Europa. Tanto più costruiremo anticorpi contro la religione violenta quanto più approfondiremo e vivremo questo aspetto della nostra fede.
 Come è possibile credere in un fondamento di tutto misericordioso e benigno, oltre che onnipotente, quindi in definitiva onnipotente misericordia e benignità la quale ha creato, fatto procreare e lasciato vivere la grande varietà degli esseri umani con le loro diverse culture anche religiose, e poi pensare che una fede religiosa basata su quel fondamento possa espandersi sterminando gli infedeli, ammazzando gente? Eppure noi, in religione, lo abbiamo pensato. E’ stata la teologia che ce ne ha convinto. Ecco che quindi possiamo dire che, effettivamente, Giovanna d’Arco è morta di teologia.  Ma siamo cambiati. O  forse è meglio metterla diversamente: “Siamo cambiati?”.
 La teologia può essere un’arma letale o  uno strumento di crescita nella libertà. Questo perché è un fatto culturale, che esprime le concezioni delle collettività da cui origina. In questo la teologia non è solo una cosa per teologi. Essa rispecchia la nostra vita collettiva e noi possiamo, semplicemente vivendo la nostra fede, influire su di essa. Abbiamo in questo una pesante responsabilità. Ne abbiamo consapevolezza?

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli