La sfida culturale
tra religioni
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| Ingrid Bergman nel film "Giovanna d'Arco", del regista Victor Fleming - 1948 [foto da Web] |
La teologia non è la scienza delle
potenze celesti, al modo in cui ad esempio l’astronomia lo è dei corpi
celesti, ma è la riflessione sistematica, rigorosa, coerente, sulla fede
religiosa di una collettività umana come fatto culturale. Come le culture umane
si sono evolute rapidamente dalle nostre prime collettività di fede, anche le
teologie hanno avuto dinamiche corrispondenti. Nei secoli, e, da ultimo, nei
decenni, è profondamente mutata la
comprensione del fatto religioso. E’ cosa che possiamo apprezzare in modo
eclatante considerando le teologie che sono state espresse intorno alla figura
della francese Giovanna D’Arco, vissuta nel Quattrocento, protagonista di
esperienze mistiche a sfondo politico sfociate in imprese militari dalle
alterne fortune, giustiziata su rogo come eretica a diciannove anni, dal 1920 santa e patrona di
Francia, espressione di una santità guerriera veramente molto dissonante con i
modelli in voga ai giorni nostri.
In genere si ammette la possibilità che ogni
persona di fede abbia un accesso diretto, immediato, personale, mistico, al mondo dell’aldilà. Ma le
modalità in cui esso avviene di solito sono mediate dalla teologia recepita
come fatto culturale dal mistico,
come si vede chiaramente nelle esperienze personali degli stimmatizzati, la cui
esperienza mistica di sequela del Crocifisso avvenne nel quadro di una determinata
cristologia.
Per lungo tempo di teologia si poteva morire,
come sta di nuovo accadendo nel Vicino Oriente e nel Nord Africa. In Occidente,
ai tempi nostri, non si ammette più che accada. Non sarebbe più possibile una
vicenda tragica come quella di Giovanna D’Arco. E non so quanti sarebbero
disposti a farsi ammazzare pur di non pronunciare un’abiura di certi dogmi di
fede, come si narra che fosse costume della gente della nostra fede alle
origini, che si faceva torturare e trucidare in modi efferati pur di non sacrificare agli dei altrui. La potenza
simbolica delle parole della nostra teologia e di certi gesti è molto
diminuita, a certe cose non si dà più tanta importanza. Anche questa è stata un’evoluzione
culturale, che, per la verità, ha molti lati positivi. Essa ha di molto
attenuato il potenziale letale insito nei fatti religiosi, come in molti altri
fatti umani.
Ai tempi nostri la fede nelle nostre
collettività religiose è concepita essenzialmente come manifestazione di libertà dello spirito umano dalle molte
costrizioni sociali. Un tempo essa stessa fu costrizione sociale. In questo suo
carattere liberatorio entra in
conflitto con le religioni che invece sono ancora basate sulla costrizione
sociale. L’idea di una vaga parentela
tra le due concezioni religiose, che faceva prevedere una pacificazione dopo secoli di guerre, si è dimostrata fallace. Per
la verità la linea del fronte attraversa la stessa nostra religione. L’evoluzione
da fede di costrizione a fede di libertà non è infatti ancora del tutto
compiuta.
Abbiamo
abbandonato l’idea di un’espansione violenta della nostra fede e quella di una protezione stragista delle
nostre collettività religiose. Insomma, non pensiamo più che si debbano
ammazzare gli infedeli. Ma, ad
esempio, una buona parte di noi condivide con quelli dell’altro campo, quello
dei tagliatori di teste, molti pregiudizi sulle donne. Si sentono,
ciclicamente, tra noi discorsi terrificanti in merito. Ma anche quelli che
propongono certi discorsi in forme meno radicali vanno in fondo nella stessa
direzione. Sono coloro che, con il
pretesto del discorso sul genio femminile,
facendo mostra di volerle valorizzare in realtà vorrebbero che di buon grado le
donne si accontentassero ancora di ruoli subordinati nelle nostre collettività
di fede e di funzioni sponsali e materne in società.
Fatto sta che la questione femminile, più che le altre questioni di
teologia dogmatica, sta diventando cruciale nella resistenza alla neo-religione
violenta e stragista che sta alle nostre porte e anche nelle nostre stesse società.
Ma lo sono anche tutte le altre questioni sulla libertà di coscienza e di
pensiero che, dopo molti dubbi e ripensamenti, alla fine sembrano essere
diventate patrimonio culturale anche della nostra confessione religiosa, come,
prima di noi, di altre confessioni della nostra fede. Vivere la religione come
esperienza liberante: ecco quello che l’esperienza degli Occidentali ha
dimostrato possibile e bello. In fondo è proprio la possibilità di condurre una
vita libera e sicura che attira masse di profughi verso l’Europa. Tanto più
costruiremo anticorpi contro la religione violenta quanto più approfondiremo e
vivremo questo aspetto della nostra fede.
Come è possibile credere in un fondamento di
tutto misericordioso e benigno, oltre che onnipotente, quindi in definitiva
onnipotente misericordia e benignità la quale ha creato, fatto procreare e
lasciato vivere la grande varietà degli esseri umani con le loro diverse
culture anche religiose, e poi pensare che una fede religiosa basata su quel
fondamento possa espandersi sterminando gli infedeli,
ammazzando gente? Eppure noi, in religione, lo abbiamo pensato. E’ stata la
teologia che ce ne ha convinto. Ecco che quindi possiamo dire che,
effettivamente, Giovanna d’Arco è morta
di teologia. Ma siamo cambiati. O forse è meglio metterla diversamente: “Siamo cambiati?”.
La teologia può essere un’arma letale o uno strumento di crescita nella libertà.
Questo perché è un fatto culturale, che esprime le concezioni delle
collettività da cui origina. In questo la teologia non è solo una cosa per teologi. Essa rispecchia la nostra
vita collettiva e noi possiamo, semplicemente vivendo la nostra fede, influire
su di essa. Abbiamo in questo una pesante responsabilità. Ne abbiamo
consapevolezza?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
