La guerra prossima
Da adolescente, negli anni ’70, ho vissuto in un'epoca in cui c’era molta sensibilità per le guerre in cui erano impegnati gli
Occidentali e si voleva che cessassero. In particolare l’attenzione dell’opinione
pubblica era diretta alle guerre degli Stati Uniti in Indocina che, iniziate
negli anni Sessanta, finirono verso la metà del decennio seguente. Le si vedeva
come manifestazioni di un residuo imperialismo degli Occidentali. In
particolare erano i giovani a manifestare in piazza, nel Nord America e in
Europa.
Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa
ha vissuto un lungo periodo di pace. La guerra contro la Serbia, che ha
impegnato direttamente l’Italia alla fine degli anni ’90, è stata vissuta da
noi come se riguardasse posti molto lontani, non una nazione distante più o meno un’ora di aereo: infatti la fase più
dura del conflitto la affrontammo tutta con l’aviazione, senza impegnare truppe
sul terreno. Ricordo che ci preoccupò di più la prima Guerra del Golfo, all’inizio
degli anni ’90, in cui il nostro impegno era molto limitato (mandammo solo
alcuni cacciabombardieri) e che si svolgeva effettivamente molto distante.
Nelle guerre che ho ricordato bastava che gli Occidentali si ritirassero
perché i conflitti cessassero.
In quest’epoca stiamo vivendo una situazione diversa, della quale mi
pare l’opinione pubblica abbia scarsa consapevolezza.
Dai moti del mondo arabo originati nel
Vicino Oriente e in Africa dopo l’inizio della presidenza statunitense di Barack
Obama nel 2008, si è prodotto un esercito di popolo, multietnico, unificato da
una ideologia politico-religiosa, a guida totalitaria, che sta combattendo in
campo aperto dalla Siria alla Libia, minacciando esplicitamente l’Europa. La
guerra sta avvicinandosi a fonti di energia che per l’Italia sono strategiche,
vale a dire agli impianti petroliferi che abbiamo in Libia e ai terminali di uno
dei metanodotti che collegano l’Africa e l’Italia. Per questo abbiamo schierato
al largo delle coste libiche, per ora in acque internazionali, una potente
forza da sbarco, con l’impiego di molte navi da guerra, in particolare della
portaerei Cavour, la più grande che abbiamo, progettata proprio per fungere da
comando di una forza da sbarco, e di un contingente di nostri marines che, per come ho letto sulla
stampa, dovrebbe essere di un migliaio di unità. E’ una forza militare che è
molto vicina a quello che dobbiamo considerare il nemico, il quale l’altro ieri
è arrivato ad attaccare in campo aperto una potenza regionale come l’Egitto ed appare votato
allo sterminio degli infedeli, cioè
noi. Se il nemico ci attaccherà, scatterà la clausola di difesa comune prevista
dal Trattato NATO, come scattò a
sostegno degli Stati Uniti dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, nel
2001, e sarà guerra aperta.
In Italia non se ne parla molto. Più che altro
la questione viene vista sotto il profilo dell’invasione dei profughi dall’Africa
e il problema di coscienza che ci poniamo è se respingerli o non, come se fosse
effettivamente possibile farlo.
In realtà dovremmo riflettere sulla guerra che
ci sta per arrivare addosso. Non basterà ritirarsi
per farla cessare. Occorrerà
combatterla e sarà una guerra dura, sanguinosa, in un campo bellico che
sappiamo molto difficile per avervi già storicamente combattuto a lungo, dopo l’invasione
italiana della Libia e nel corso della Seconda guerra mondiale.
Ma, a parte questo, ciò che veramente non siamo più preparati ad
accettare è che la guerra contro di noi, e una guerra che si propone come di
sterminio, sia animata da ideali religiosi. Infatti dagli anni Sessanta, sulla
scia del movimento ecumenico, ci siamo fatti l’idea che tutte le religioni puntino al bene degli esseri umani e alla pace,
per cui sia possibile una sorta di benefica Internazionale
delle religioni, un’ONU delle religioni. Storicamente non è stato sempre
così, e questo lo dico anche della nostra
religione, che ha animato conflitti
stragisti. Emergono, in sostanza, le molte controindicazioni delle religioni,
quando abbandonino l’uso della ragione, il costume della tolleranza e una certa
aderenza con la realtà. Si capisce, da quello che sta succedendo, che, su base
religiosa, è ancora possibile far fare alle persone ogni cosa, inducendole anche a
sopprimere se stesse e gli altri intorno a loro. Su base religiosa le persone
possono trasformarsi in mostri. E
questa parola, mostro, ricorre spesso
nel descrivere quello che sta accadendo nel Vicino Oriente e in Africa. Le
religioni possono produrre mostri. E’
accaduto e ancora può accadere. E’ accaduto, lo ripeto, anche alla nostra. Ma, anche di questo, noi, mi pare, non siamo più ben consapevoli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, valli.