venerdì 3 luglio 2015

La guerra prossima

La guerra prossima



 Da adolescente, negli anni ’70, ho vissuto in un'epoca in cui c’era molta sensibilità per le guerre in cui erano impegnati gli Occidentali e si voleva che cessassero. In particolare l’attenzione dell’opinione pubblica era diretta alle guerre degli Stati Uniti in Indocina che, iniziate negli anni Sessanta, finirono verso la metà del decennio seguente. Le si vedeva come manifestazioni di un residuo imperialismo degli Occidentali. In particolare erano i giovani a manifestare in piazza, nel Nord America e in Europa.
 Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Europa ha vissuto un lungo periodo di pace. La guerra contro la Serbia, che ha impegnato direttamente l’Italia alla fine degli anni ’90, è stata vissuta da noi come se riguardasse posti molto lontani, non una nazione distante più  o meno un’ora di aereo: infatti la fase più dura del conflitto la affrontammo tutta con l’aviazione, senza impegnare truppe sul terreno. Ricordo che ci preoccupò di più la prima Guerra del Golfo, all’inizio degli anni ’90, in cui il nostro impegno era molto limitato (mandammo solo alcuni cacciabombardieri) e che si svolgeva effettivamente molto distante.
  Nelle guerre che ho ricordato bastava che gli Occidentali si ritirassero perché i conflitti cessassero.
  In quest’epoca stiamo vivendo una situazione diversa, della quale mi pare l’opinione pubblica abbia scarsa consapevolezza.
  Dai moti del mondo arabo originati nel Vicino Oriente e in Africa dopo l’inizio della presidenza statunitense di Barack Obama nel 2008, si è  prodotto un esercito di popolo, multietnico, unificato da una ideologia politico-religiosa, a guida totalitaria, che sta combattendo in campo aperto dalla Siria alla Libia, minacciando esplicitamente l’Europa. La guerra sta avvicinandosi a fonti di energia che per l’Italia sono strategiche, vale a dire agli impianti petroliferi che abbiamo in Libia e ai terminali di uno dei metanodotti che collegano l’Africa e l’Italia. Per questo abbiamo schierato al largo delle coste libiche, per ora in acque internazionali, una potente forza da sbarco, con l’impiego di molte navi da guerra, in particolare della portaerei Cavour, la più grande che abbiamo, progettata proprio per fungere da comando di una forza da sbarco, e di un contingente di nostri marines che, per come ho letto sulla stampa, dovrebbe essere di un migliaio di unità. E’ una forza militare che è molto vicina a quello che dobbiamo considerare il nemico, il quale l’altro ieri è arrivato ad attaccare in campo aperto una potenza regionale come l’Egitto ed appare votato allo sterminio degli infedeli, cioè noi. Se il nemico ci attaccherà, scatterà la clausola di difesa comune prevista dal Trattato NATO, come scattò  a sostegno degli Stati Uniti dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York, nel 2001, e sarà guerra aperta.
 In Italia non se ne parla molto. Più che altro la questione viene vista sotto il profilo dell’invasione  dei profughi dall’Africa e il problema di coscienza che ci poniamo è se respingerli o non, come se fosse effettivamente possibile farlo.
 In realtà dovremmo riflettere sulla guerra che ci sta per arrivare addosso. Non basterà ritirarsi  per farla cessare. Occorrerà combatterla e sarà una guerra dura, sanguinosa, in un campo bellico che sappiamo molto difficile per avervi già storicamente combattuto a lungo, dopo l’invasione italiana della Libia e nel corso della Seconda guerra mondiale.
 Ma, a parte questo,  ciò che veramente non siamo più preparati  ad accettare è che la guerra contro di noi, e una guerra che si propone come di sterminio, sia animata da ideali religiosi. Infatti dagli anni Sessanta, sulla scia del movimento ecumenico, ci siamo fatti l’idea che tutte le religioni puntino al bene degli esseri umani e alla pace, per cui sia possibile una sorta di benefica Internazionale delle religioni, un’ONU delle religioni. Storicamente non è stato sempre così, e questo lo dico anche della nostra  religione, che ha animato conflitti stragisti. Emergono, in sostanza, le molte controindicazioni delle religioni, quando abbandonino l’uso della ragione, il costume della tolleranza e una certa aderenza con la realtà. Si capisce, da quello che sta succedendo, che, su base religiosa, è ancora possibile far fare alle persone ogni cosa, inducendole anche a sopprimere se stesse e gli altri intorno a loro. Su base religiosa le persone possono trasformarsi in mostri. E questa parola, mostro, ricorre spesso nel descrivere quello che sta accadendo nel Vicino Oriente e in Africa. Le religioni possono produrre mostri. E’ accaduto e ancora può accadere. E’ accaduto, lo ripeto, anche alla nostra. Ma, anche di questo, noi, mi pare, non  siamo più ben consapevoli.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, valli.