giovedì 2 luglio 2015

6. Laudato si'. Un mondo bisognoso di sviluppo

6. Laudato si'. Un mondo bisognoso di sviluppo


Creazione di Adamo - Michelangelo - Cappella Sistina - Roma [immagine da Wikipedia]


[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa il 18-6-15]

80. Ciononostante, Dio, che vuole agire con noi e contare sulla nostra collaborazione, è anche in grado di trarre qualcosa di buono dai mali che noi compiamo, perché « lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere a sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili ».[ citazione da  Giovanni Paolo II, Catechesi (24 aprile 1991)]. In qualche modo, Egli ha voluto limitare sé stesso creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali, pericoli o fonti di sofferenza, fanno parte in realtà dei dolo­ri del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore [rimanda a  Cate­chismo della Chiesa Cattolica, 310]. Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene [ rimanda a Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 36]. Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo svilup­po di ogni essere, « è la continuazione dell’azione creatrice »[ cita  Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q. 104, art. 1, ad 4].1 Lo Spirito di Dio ha riempito l’uni­verso con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germo­gliare qualcosa di nuovo: « La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina, inscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave » [ cita Tommaso D’Aquino, opera In octo libros Physicorum Aristotelis expositio, lib. II, lec­tio 14].
81. L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pie­namente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Ognuno di noi dispone in sé di un’identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso. La capacità di riflessione, il ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica ed altre capacità originali mostrano una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico. La novità qualitativa implica­ta dal sorgere di un essere personale all’interno dell’universo materiale presuppone un’azione di­retta di Dio, una peculiare chiamata alla vita e alla relazione di un Tu a un altro tu. A partire dai testi biblici, consideriamo la persona come soggetto, che non può mai essere ridotto alla categoria di oggetto.
82. Sarebbe però anche sbagliato pensare che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti sottoposti all’arbitrario domi­nio dell’essere umano. […]

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[dal Catechismo della Chiesa Cattolica, 310]

 Ma perché Dio non ha creato il mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinta potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore [si rimanda a Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, I, q.25, a.6]. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi  insieme con il  bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione [si rimanda a San Tommaso D’Aquino, Summa contra gentiles, 3, 71].


 La realtà della natura, come ci viene progressivamente svelata dalla scienza contemporanea, ci parla di sistemi fisici, chimici e biologici in equilibrio precario, le cui dinamiche non sono necessariamente spinte verso la perfezione, per cui nel tempo si passi dal meno perfetto al più perfetto. Per quanto in tutto questo possa essere individuata una logica, per cui entro certi limiti i processi della natura possono essere capiti, spiegati, e per quanto per capire e spiegare questa logica occorra una intelligenza, complessivamente le scienze della natura non riescono a individuare un  disegno intelligente che regga l’universo e, in particolare, un progetto verso la perfezione del cosmo. Ma ciò che è più sconvolgente per l’animo di fede è che la logica che riusciamo a intravedere negli eventi della natura non ci parla di un Creatore buono. La natura, in particolare quel suo aspetto che è la biologia dei viventi, ci appare votata alla violenza e alla distruzione. Il sistema che regge le relazioni ecologiche degli esseri viventi è improntato a una logica in cui tutti mangiano tutti e in cui  senza la morte degli individui non sarebbe possibile la sopravvivenza delle specie. Questa condizione ha preceduto di molto la comparsa degli esseri umani e non può quindi essere collegata a un male da loro prodotto: è semplicemente la natura, che travaglia gli esseri umani come gli altri viventi.
 Questa realtà, che le scienze contemporanee ci rimandano con particolare affidabilità e precisione, era già presente al pensiero degli antichi ed anche a quello religioso. Per quello che so, era tuttavia del tutto estraneo al pensiero di un uomo medievale come Francesco d’Assisi. Egli conosceva da mistico i fatti della natura in cui era immerso, di cui faceva esperienza diretta nel modo comune in cui una persona del suo tempo poteva farla, senza alcuno sforzo speculativo per capirne le dinamiche, le logiche reali. Lo ritroviamo invece, sulla scorta degli antichi, in quello di Tommaso D’Aquino, anche lui uomo medievale, ma studioso delle scienze del suo tempo. La sua idea era quella di una Creazione ancora in svolgimento, verso la perfezione. Essa contrasta con i risultati delle scienze della natura nostre contemporanee nel vedere la natura indirizzata da forme meno perfette a forme più perfette. Lo stesso problema riguarda la teologia del gesuita francese Teilhard de Chardin (1881-1955), il cui pensiero è (molto cautamente) citato nell’enciclica attraverso rimandi a tre papi, a partire dal papa Paolo 6° (per decenni la sua teologia, che cercava di comprendere l’evoluzione naturale in un’ottica religiosa, fu sospettata di errori).
 L’enciclica segnala la drammatica situazione in cui la persona di fede si trova a dover vivere nella nostra cultura, con una fede che confida su un Creatore buono e un universo che non ce ne parla, e cerca di indicare vie per costruire un contesto ideale che consenta di mantenere una visione e un impegno religiosi nel mondo contemporaneo.
  La raggiunta consapevolezza del problema, assai grave, è dimostrata dalle molte citazioni (4) di una singola opera del teologo italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), La fine dell’epoca moderna, del 1950, in cui si cerca di fare i conti con una rappresentazione della natura più aderente a quella rimandata dalle scienze, anche con riferimento ai fatti umani.
 Si cerca quindi di presentare l’umanità come collaboratrice  dell’opera della Creazione in un quadro di ecologia integrale in cui l’azione degli esseri umani, recuperata ad un ordine morale e sottratta alle crudeli dinamiche delle forze naturali come lo è lo stesso Creatore, è essenziale per la sopravvivenza di tutti gli ecosistemi della Terra. Ci si richiama all’orizzonte ideale proposto da Paolo, di una Creazione in preda alle doglie del parto, ma la prospettiva che si propone è assai più di una semplice azione ostetrica, quindi di facilitazione e assecondamento delle forze naturali, trattandosi in realtà di costruire una nuova realtà, ponendo la nuova potenza raggiunta dall’umanità sulla natura al servizio della sopravvivenza dei viventi, umani e non umani. E ciò a cominciare dall’ordine sociale.
In definitiva, con spirito religioso possiamo pensare ad un universo buono perché esso comprende gli esseri umani, capaci di bene, capaci di elevarsi sulla crudele legge naturale, oltre la belva da cui originarono, per volgersi al bene universale  facendosi  con-creatori. E’ una prospettiva che, benché si cerchi di collegarla ad un pensiero del passato, è piuttosto nuova. Ed è, in particolare, il senso   del limite che va sviluppato culturalmente e che si pone per gli esseri umani in maniera analoga, ma diversa, rispetto a quello del Creatore, perché da un lato l’umanità rimarrà sempre soggetta alle forze della natura, che sono immani e sovrastano immensamente ogni potenza umana raggiungibile in concreto, per cui gli esseri umani non saranno mai onnipotenti  nel cosmo, e dall’altra, come scritto nell’enciclica, volgersi al bene può significare anche creare  un modello di sviluppo più lento, meno aggressivo sulle risorse del pianeta, perché l'umanità, a differenza del Creatore, è legata da rapporti di dipendenza ecologica  con gli altri viventi e con gli ambienti naturali del pianeta e per la sua sopravvivenza consuma  risorse naturali non disponibili in misura illimitata.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli