venerdì 10 luglio 2015

Nel mondo, realmente nel mondo, ma non del mondo

Nel mondo, realmente nel mondo, ma non del mondo

[da Enrico Bartoletti, La Chiesa sacramento di Cristo segno strumento di liberazione,  relazione tenuta il 27 giugno 1973, alla tre giorni teologica organizzata dalla diocesi di Terni in occasione del 16° Centenario di S. Valentino, in: Enrico Bartoletti, La Chiesa nel mondo, a cura di Pietro Gianneschi, AVE, 1982, pag.158-158]


Enrico Bartoletti


  Ma non è soltanto con l’annuncio, con la Parola che la Chiesa deve portare nel mondo, incaricata come è di una liberazione totale anche se progressiva dell’uomo e della sua realtà, non è soltanto con la Parola che la Chiesa e il cristiano per la Chiesa devono partecipare al processo di liberazione, è con la Parola e con la vita.
 Quel cristiano che si senta, perché cristiano, sottratto alla realtà del mondo nel quale vive, non è fedele al messaggio di Dio. E la tradizione stessa della Chiesa, anche quando ha accattato, anzi, anche quando, direi, ha favorito, e non potrà non favorirle, posizioni estreme, il contemplativo, il monaco ecc.; anche quando ha accettato queste posizioni esemplari perché sottolineano un aspetto della realtà della Chiesa, anche allora non ha mai concepito il cristiano, seppure contemplativo, sottratto alla realtà del mondo nel quale vive. Ed  per questo che anche gli ordini monastici, gli stessi ordini contemplativi hanno avuto sempre un aggancio. Diceva Merton [Thomas Merton, monaco trappista e scrittore statunitense (1915-1968)]: “L’uomo non è un’isola" ed è giusto. Hanno sempre avuto un aggancio con la realtà del mondo nella quale viviamo, ed è per questo che la famosa Costituzione del Concilio Vaticano 2°, la “Gaudium et Spes” [=la gioia e la speranza], comincia proprio con questa affermazione: il cristiano, la Chiesa, non può non partecipare ai gaudi e alle speranze, ai progetti, alle realizzazioni del mondo che pure essendo, come l’uomo, sotto la tirannia del peccato, tuttavia è stato fondamentalmente liberato dal Cristo e si muove verso un processo di liberazione che avrà il suo compimento finale soltanto con l’ultimo avvento del Signore (confronta Gaudiu et Spes, n.1).
 La Chiesa perciò, e il cristiano nella Chiesa non può accontentarsi di parlare di liberazione, non può contentarsi di parlare alla liberazione, la Chiesa attraverso i suoi membri, secondo lo stato e le condizioni di ognuno, secondo le capacità e la vocazione di ognuno, deve partecipare al processo di liberazione dell’uomo. Senza per questo politicizzarsi nel senso preciso della parola, senza in qualche modo infeudarsi al potere civile che ha una sua precisa configurazione e una sua precisa finalità, la Chiesa attraverso i suoi membri deve entrare nella realtà del mondo e con la carità che le viene da Cristo, col mandato di liberazione che ha acquistato da Cristo che essa deve rendere presente, deve inserirsi, partecipando in pieno e soffrendo tutti i giusti processi di liberazione che l’uomo porta avanti nella società.
 Ed è in questa partecipazione che la Chiesa e il cristiano non ha nemmeno il bisogno di rendere proprio, esclusivo questo processo di liberazione, non ha nemmeno bisogno di metterci il timbro cristiano; è in questo processo di liberazione che la Chiesa cristiana può collaborare con gli altri, può partecipare al lavoro degli altri, portando agli altri se stessa, cioè la propria realtà intima e profonda di cristiano, e portando agli altri la testimonianza non solo della propria parola, ma anche e soprattutto della propria vita.
 Si vede qui, come in realtà il cristiano oggi, anziché sottrarsi alla realtà del mondo nel quale vive, deve invece sempre più inserirsi nella realtà di quelle strutture liberatorie del mondo e collaborare alla loro trasformazione e conseguentemente alla liberazione dell’uomo.

Nota biografica: Enrico Bartoletti (1916-1976), vescovo coadiutore e poi arcivescovo di Lucca, dal 1972 Segretario generale della Conferenza episcopale italiana; si spese perché i principi del Concilio Vaticano 2° fossero recepiti dai cattolici italiani.


note mie:
 Ogni processo di liberazione sociale richiede un attore collettivo che lo interpreti. In genere ai tempi nostri le nostre collettività religiose vengono viste prevalentemente non come agenti di liberazione  sociale ma come luoghi di sostegno psicologico e sociale ad individualità in qualche modo pericolanti, delle specie di ASL dello spirito. La società preme sulle persone e le famiglie, in qualche modo le aggredisce, e bisogna organizzare allora posti di ristoro e di risanamento, delle oasi religiose di tranquillità e benessere, della spa  religiose, per ritemprarsi prima di immergersi nuovamente nella realtà ostile. Oppure degli ovili  religiosi ben protetti, dove un gregge selezionato può produrre per riproduzione biologica e culturale, al riparo di influenze esterne, una razza di pregio da esibire orgogliosi alle periodiche fiere.  Da questa visione angusta della religiosità si cercò di uscire negli anni ’70. Ma il protagonismo delle collettività religiose di allora  mise in questione l’organizzazione feudale della nostra gerarchia del clero e tutto fu bloccato, non si andò più avanti e nemmeno però si tornò indietro, ci fu una sorta di incantamento per cui il processo fu sospeso, sopito, arginato con una repressione clericale  in genere a bassa intensità, con punte di accanimento. Rimasero le nuove idee ad aleggiare nell’aria, ma fu fermato il processo per lo sviluppo di un nuovo attore collettivo che sostenesse il nuovo modo di concepire il rapporto con il mondo pensato durante il Concilio Vaticano 2°. E’ la situazione in cui ancora oggi ci troviamo.
  E’ una condizione che sperimentiamo in parrocchia. Come in un centro benessere, ciascuno viene e sceglie il settore adatto per le sue esigenze: si va e si viene e incontrandosi non ci si riconosce nemmeno, se  non tra persone che frequentano i medesimi corsi o attrezzature o terapie. Su tutto sovraintende il clero, che vorrebbe presiedere una comunità, ma che in realtà svolge funzioni di medico religioso di base, occupandosi di casi singoli e della prevenzione generale. Una vera e propria comunità parrocchiale infatti non esiste. Le comunità particolari che abitano la parrocchia la utilizzano essenzialmente come punto di appoggio e se ne contendono gli spazi. Fanno vita propria che non comunicano agli altri. Ciascuna farebbe volentieri a meno degli altri, visti come esterni e potenzialmente pericolosi. Ognuna vorrebbe in definitiva mettere la propria targa all’esterno degli edifici della parrocchia a significare di averla totalmente assorbita e liberata da presenze aliene. Ciascuno, io per primo, si intestardisce su un certo cammino e non accetta di metterlo in discussione. Ciascuno va per la sua strada con i propri amici più stretti. E pare non sia facile accettare che la prima cosa di cui occorrerebbe liberarsi è proprio questo modo di pensare e di vivere la fede. Così facendo, infatti, abbiamo perso una nostra identità parrocchiale  nel quartiere e siamo spariti  agli occhi della gente che ci circonda. C’è questo complesso di edifici, ad un capo di viale Val Padana, ma chi li abita? Gente che va, gente che viene. E’ un po’ la situazione dell’altro centro religioso, di altra fede, che c’è da qualche anno in fondo a via Val di Lanzo: gente che va, gente che viene. Che diamo al quartiere? Che rapporti reali abbiamo con esso?  Alcuni nemmeno ci abitano, ci vengono perché da noi si è insediato un certo gruppo che loro interessa. Non siamo una presenza liberante, innanzi tutto perché non siamo una presenza. Non esistiamo, nel quartiere, come attore collettivo.
 Di chi è la colpa? Chiederselo, approfondire, sarebbe doloroso e, in fondo inutile. E’ andata così. E’ stato tutto un clima generale nella nostra confessione religiosa da trent’anni a questa parte che, poco a poco, ci ha portati a questo. C’è stata la paura della dissoluzione portata dalle novità, dalle rerum novarum, per riecheggiare il primo documento del magistero sociale. Ora però occorre cambiare. Lasciamo il passato agli storici. Perdoniamoci a vicenda le sofferenze che abbiamo inflitto, le discriminazioni che abbiamo operato, le offese che abbiamo recato, ogni chiusura verso chi la pensava diversamente da noi, ogni atteggiamento arrogante e supponente, ogni pregiudizio infondato, ogni pretesa di modellare gli altri, di ricostruirli, a nostro piacimento, la nostra infondata presunzione di sapere che cosa è meglio per gli altri senza conoscerli veramente e senza volerli realmente conoscere,  e proponiamoci di essere diversi e di fare comunità. E’ nel presente e nel futuro che dobbiamo combattere la buona battaglia. Lo esigono i tempi. La situazione sociale non è tranquilla. Di forze liberanti  c’è particolare bisogno e noi, con tutti i nostri difetti, ne abbiamo una molto potente.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli