giovedì 9 luglio 2015

Liberazioni

Liberazioni


Moneta da una lira del pontificato del papa Pio 9°, l'ultimo Papa-Re dello Stato Pontificio; in politica, oppositore del processo di unificazione nazionale italiana e repressore dei moti patriottici; in religione, beato [immagine da Wikipedia]


[da Helder Camera, Roma due del mattino - Lettere dal Concilio Vaticano 2°,  San Paolo, 2008, raccolta di resoconti del Concilio Vaticano 2° a un gruppo di amici e collaboratori che si riunivano nell’Arcivescovato di Rio de Janeiro,  pag.93-94, 44° Circolare ]
Nota: Helder Pessoa Camara (1909-1999), arcivescovo brasiliano; fu uno dei protagonisti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), collaborò alla fondazione del Consiglio Episcopale Latino Americano - CELAM, si prodigò per combattere per la causa dei poveri nella questione sociale delle favelas  (quartieri periferici delle città brasiliani costituiti da abitazioni precarie), sostenitore delle prime Comunità Ecclesiali di Base, diffamato come “sovversivo comunista” dai suoi nemici, definito nel 1970 dal britannico Sunday Times come “l’uomo più influente dell’America Latina dopo Fidel Castro”. All’epoca del Concilio era arcivescovo ausiliare in Rio de Janeiro e, dal 1964, arcivescovo di Olinde e Recife.

Roma 26-11-62 - 44° Circolare
[…]
 Come ho già preannunciato in una circolare precedente, domenica l’Abbé Pierre [prete francese, 1912-2007, fondatore della Compagni di Emmaus, organizzazione caritativa]  e Mons. Mercier [Georges  Mercier, vescovo di Laghouat, nel Sahara] hanno passato tutta la giornata con me (fino alle 10 di sera). Sono uscito solo per la Messa dei giornalisti e, insieme a Mercier, per l’icontro con Himmer.
 Il caro Abbé Pierre ha parlato a lungo di Emmaus. E’ rimasto incantato da voi. La Campagna dei Sacchi - tipo Rio de Janeiro -sarà tentata da tutte le Comunità di Emmaus…
 Mi ha dato consiglio fraterni di grande portata. Abbiamo parlato da anima ad anima, alla presenza di Dio, degli Angeli e di Mercier. Conversazione che era già preannuncio del cielo. All’ora di pranzo ha voluto che anche Eu  e Aglaia partecipassero alla gioia spirituale.
 Se poteste ascoltare Mercier quando parla della povertà di Di! […]
 Noi tre (la cui foto seguirà a breve) abbiamo stabilito un piano completo per riportare la Santa Chiesa, con la grazia di Dio, ai perduti cammini della povertà nel corso dei tre anni di Concilio.
 Sarebbe facile - facilissimo e tentatore - un gesto spettacolare da parte di 300  vescovi. Saremmo seguiti, con maggiore o minore imbarazzo, da un altro migliaio. Saremmo messi al centro dell’attenzione…
 Ma lasceremmo nell’amarezza quei nostri fratelli che ancora non sono stati del tutto cesellati dalla grazia dell’amore alla Povertà (e correremmo un serio pericolo di fariseismo: “noi non siamo come questi poveri borghesi”…).
 Ciò che al di sopra di tutto mi ha fatto decidere a chiedere pazienza (che non è sinonimo di passività, di braccia conserte: ah! ci garantisco di no! Dio lo sa bene!) è l’impossibilità in cui si trova il Papa (persino il caro Giovanni XXIII) di liberarsi della tiara, di rompere con il Vaticano.
 Agli osservatori non cattolici con cui ho pranzato oggi, spazientiti della pomposità di San Pietro […] ho detto: “Giovanni XXIII mi sembra un uccellino in una gabbia d’oro”. Parole che avevo detto a Guitton, un altro impaziente…
 Così come nell’ora della Provvidenza Dio liberò il Papa dallo Stato Pontificio (ma Pio IX e i cattolici di tutto il mondo in quel momento non lo capirono bene), verrà il giorno in cui il Padre libererà il Vicario di Cristo dal lusso del Vaticano. Durante il bombardamento di Roma ero arrivato a pensare che Dio avrebbe agito lasciando che una bomba liquidasse ciò che sembrava impossibile abbandonare in altro modo. Non avrebbe funzionato: Rockfeller avrebbe ricostruito un Vaticano ancor più ampio e lussuoso.
 La riforma deve venire da dentro.
 Come sarebbe bello per il mondo se, anziché arrivare il giorno della devastazione, dell’incendio e del saccheggio (come tante volte mi è capitato di vedere), partisse dal Papa il gesto di spogliarsi […]


Mie osservazioni:


 La teologia della povertà,  costruita principalmente  su basi evangeliche, è stata utilizzata anche per costituire uno strumento di critica verso l’organizzazione del clero: il pastore ha un interesse privilegiato verso i poveri e deve essere lui stesso povero, sull’esempio del primo Maestro. Il pastore povero è puro, in particolare è libero dai condizionamenti sociali che sono implicati nella ricerca del benessere.
 L’ottica clericale della teologia della povertà è particolarmente avvertibile nell’interpretazione che del tema della povertà, proposto con molta forza nel corso del Concilio Vaticano II e presente in documenti molto importanti prodotti da quel consesso di capi religiosi, è stata data in religione a partire dagli anni ’80. Un capo religioso, in questa prospettiva, potrebbe recuperare una purezza personale liberandosi del lusso nella sua vita. Appartiene a questo ordine di idee la critica al lusso vaticano, allo stile di vita principesco dei principi della gerarchia della nostra organizzazione religiosa, ancora strutturata come un impero assoluto.
 Ma un papa povero  non cesserebbe di essere un sovrano assoluto. Il problema non risiede nello stile di vita personale, ma in un’organizzazione gerarchica assolutistica, verso cui le ricchezze affluiscono come per attrazione magnetica, al modo in cui succede in generale nelle società umane.
 Potenzialmente la teologia della povertà era suscettibile di sviluppi anche nel senso di una critica sociale più ampia. Le aperture in questa direzione furono però bloccate a partire dagli anni ’80. Oggi rimane quindi essenzialmente come ispirazione morale del clero, anche dell’alto clero che ne tratta ampiamente nel suo autorevole magistero, ma proprio dall’alto clero in genere ampiamente disattesa, in particolare da quella sua parte che partecipa al governo delle istituzioni centrali della nostra confessione religiosa, organizzate qui a Roma al modo di uno stato, nella specie di un regno assoluto (benché nel Trattato Lateranense del 1929 non si parli mai di “stato” con riferimento alla Città del Vaticano, ma, appunto, solo di “Città del Vaticano”, come spazio territoriale sovrano della Santa Sede in Roma).
  Per un laico la teologia della povertà, come oggi la si interpreta, può oggi  al più costituire l’orizzonte ideologico di un impegno assistenziale in favore di chi in società sta peggio.
 Possiamo però, ai tempi nostri, costruire una teologia che riguardi l’impegno sociale del laico per contrastare le origini sociali delle povertà? Lo avevano tentato le varie teologie della liberazione che si sono manifestate nei decenni passati, duramente contrastate da Roma. Centrale in esse era l’idea di uscire dalla prospettiva puramente etica, per individuare le politiche che in concreto potevano consentire uno sviluppo sociale che consentisse di elevare i poveri a una maggiore condizione di benessere. Queste politiche richiedono però una presa di posizione, una scelta di campo e, in genere, un conflitto con i ceti sociali che detengono nelle società le leve del potere e che beneficiano di un ordine sociale ingiusto, generatore di povertà. Gli sforzi del pensiero sociale della nostra fede in questa direzione sono stati bloccati, sulla base di una generica esigenza di pacificazione sociale. In particolare la teologia espressa dal magistero contemporaneo non ha integrato un importante fattore di sviluppo nelle società democratiche, vale a dire la questione del conflitto sociale mediato da istituzioni democratiche in modo da impedirne sviluppi distruttivi e violenti. Questo è un vizio di origine della dottrina sociale della nostra gerarchia, fin dal primo documento di questo tipo di letteratura, l’enciclica Rerum Novarum (=sulle novità) del 1891, del papa Leone 13°, in cui infatti si indicava come soluzione per la questione sociale un assetto corporativo della società, in cui le classi sociali collaborassero consensualmente sulla base di un’etica religiosa.
 In realtà ogni progresso sociale che storicamente si  è ottenuto da almeno due secoli nella lotta alla povertà lo si è conseguito su basi conflittuali. Se non si parte da questo dato, non si costruisce sul terreno solido: le soluzioni che si escogitano escono poco produttive.
 In questo senso la recente enciclica Laudato si’  propone una prospettiva diversa. Contiene una forte critica politica all’ordine sociale contemporaneo e non solo su basi etiche. Lo si critica in quanto irrazionale, instabile, suscettibile di portare al disastro sociale. Naturalmente si tratta di un discorso ancora incompiuto: del resto non poteva essere un capo religioso, e in particolare un capo religioso assoluto, a scendere nei dettagli operativi del che fare per modificare la situazione. Una teologia dello sviluppo democratico  dell’economia non può essere scritta da teologi, né da capi religiosi, o meglio, può essere scritta  da loro, ma solo a posteriori, dopo che sia stata ideata e interpretata da laici nella società. La democrazia è essenziale per venire a capo del problema, non se ne può uscire per altre vie. In democrazia il conflitto sociale dal quale può scaturire il cambiamento può essere attuato senza creare una nuova tirannia sociale, mantenendo l’ordinamento sociale nella responsabilità delle masse. Il problema della povertà è quello di chi in società sta peggio e si tratta in genere della maggioranza della popolazione. In democrazia le maggioranze vincono, ma non sono autorizzate a generare nuove tirannie, per il quadro di principi umanitari assoluti e inderogabili anche dalle maggioranze che, ai tempi nostri, costituiscono l’orizzonte ideale dei processi democratici.
 Quindi, in definitiva una teologia dello sviluppo democratico dell’economia richiede prima la costruzione di una teologia della democrazia: campo quest’ultimo quasi completamente inesplorato per la storica e radicata diffidenza dei nostri capi religiosi, ancora inseriti in un anacronistico impero religioso, verso i processi democratici, considerati come votati all’anarchia e all’arbitrio etico. E, aggiungo, solo per questa via potrà giungersi al recupero dell’eguaglianza in dignità delle donne anche nelle nostre collettività religiose: le donne, rispetto all’oligarchia maschile e maschilista che esprime ancora oggi il nostro ceto di governo religioso, costituiscono infatti una maggioranza di povere in dignità.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.