Liberazioni
[da Helder Camera, Roma due del mattino - Lettere dal Concilio
Vaticano 2°, San Paolo, 2008,
raccolta di resoconti del Concilio Vaticano 2° a un gruppo di amici e
collaboratori che si riunivano nell’Arcivescovato di Rio de Janeiro, pag.93-94, 44°
Circolare ]
Nota:
Helder Pessoa Camara (1909-1999), arcivescovo brasiliano; fu uno dei
protagonisti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), collaborò alla fondazione
del Consiglio Episcopale Latino Americano - CELAM, si prodigò per combattere
per la causa dei poveri nella questione sociale delle favelas (quartieri
periferici delle città brasiliani costituiti da abitazioni precarie),
sostenitore delle prime Comunità Ecclesiali di Base, diffamato come “sovversivo
comunista” dai suoi nemici, definito nel 1970 dal britannico Sunday Times come “l’uomo più influente
dell’America Latina dopo Fidel Castro”. All’epoca del Concilio era arcivescovo
ausiliare in Rio de Janeiro e, dal 1964, arcivescovo di Olinde e Recife.
Roma
26-11-62 - 44° Circolare
[…]
Come ho già preannunciato in una circolare
precedente, domenica l’Abbé Pierre [prete francese, 1912-2007, fondatore della
Compagni di Emmaus, organizzazione caritativa] e Mons. Mercier [Georges Mercier, vescovo di Laghouat, nel Sahara]
hanno passato tutta la giornata con me (fino alle 10 di sera). Sono uscito solo
per la Messa dei giornalisti e, insieme a Mercier, per l’icontro con Himmer.
Il caro Abbé Pierre ha parlato a lungo di
Emmaus. E’ rimasto incantato da voi. La Campagna dei Sacchi - tipo Rio de
Janeiro -sarà tentata da tutte le Comunità di Emmaus…
Mi ha dato consiglio fraterni di grande
portata. Abbiamo parlato da anima ad anima, alla presenza di Dio, degli Angeli
e di Mercier. Conversazione che era già preannuncio del cielo. All’ora di
pranzo ha voluto che anche Eu e Aglaia partecipassero alla gioia spirituale.
Se poteste ascoltare Mercier quando parla
della povertà di Di! […]
Noi tre (la cui foto seguirà a breve) abbiamo
stabilito un piano completo per riportare la Santa Chiesa, con la grazia di
Dio, ai perduti cammini della povertà nel corso dei tre anni di Concilio.
Sarebbe facile - facilissimo e tentatore - un
gesto spettacolare da parte di 300
vescovi. Saremmo seguiti, con maggiore o minore imbarazzo, da un altro
migliaio. Saremmo messi al centro dell’attenzione…
Ma lasceremmo nell’amarezza quei nostri
fratelli che ancora non sono stati del tutto cesellati dalla grazia dell’amore
alla Povertà (e correremmo un serio pericolo di fariseismo: “noi non siamo come
questi poveri borghesi”…).
Ciò che al di sopra di tutto mi ha fatto
decidere a chiedere pazienza (che non è sinonimo di passività, di braccia
conserte: ah! ci garantisco di no! Dio lo sa bene!) è l’impossibilità in cui si
trova il Papa (persino il caro Giovanni XXIII) di liberarsi della tiara, di
rompere con il Vaticano.
Agli osservatori non cattolici con cui ho
pranzato oggi, spazientiti della pomposità di San Pietro […] ho detto: “Giovanni
XXIII mi sembra un uccellino in una gabbia d’oro”. Parole che avevo detto a
Guitton, un altro impaziente…
Così come nell’ora della Provvidenza Dio
liberò il Papa dallo Stato Pontificio (ma Pio IX e i cattolici di tutto il
mondo in quel momento non lo capirono bene), verrà il giorno in cui il Padre
libererà il Vicario di Cristo dal lusso del Vaticano. Durante il bombardamento
di Roma ero arrivato a pensare che Dio avrebbe agito lasciando che una bomba
liquidasse ciò che sembrava impossibile abbandonare in altro modo. Non avrebbe
funzionato: Rockfeller avrebbe ricostruito un Vaticano ancor più ampio e
lussuoso.
La riforma deve venire da dentro.
Come sarebbe bello per il mondo se, anziché
arrivare il giorno della devastazione, dell’incendio e del saccheggio (come
tante volte mi è capitato di vedere), partisse dal Papa il gesto di spogliarsi
[…]
Mie osservazioni:
La teologia della povertà, costruita principalmente su basi evangeliche, è stata utilizzata anche
per costituire uno strumento di critica verso l’organizzazione del clero: il
pastore ha un interesse privilegiato verso i poveri e deve essere lui stesso
povero, sull’esempio del primo Maestro. Il pastore povero è puro, in
particolare è libero dai condizionamenti sociali che sono implicati nella
ricerca del benessere.
L’ottica clericale della teologia della
povertà è particolarmente avvertibile nell’interpretazione che del tema della
povertà, proposto con molta forza nel corso del Concilio Vaticano II e presente
in documenti molto importanti prodotti da quel consesso di capi religiosi, è
stata data in religione a partire dagli anni ’80. Un capo religioso, in questa
prospettiva, potrebbe recuperare una purezza personale liberandosi del lusso
nella sua vita. Appartiene a questo ordine di idee la critica al lusso
vaticano, allo stile di vita principesco
dei principi della gerarchia della
nostra organizzazione religiosa, ancora strutturata come un impero assoluto.
Ma un papa povero
non cesserebbe di essere un sovrano
assoluto. Il problema non risiede nello stile di vita personale, ma in un’organizzazione
gerarchica assolutistica, verso cui le ricchezze affluiscono come per attrazione
magnetica, al modo in cui succede in generale nelle società umane.
Potenzialmente la teologia della povertà era
suscettibile di sviluppi anche nel senso di una critica sociale più ampia. Le
aperture in questa direzione furono però bloccate a partire dagli anni ’80.
Oggi rimane quindi essenzialmente come ispirazione morale del clero, anche dell’alto
clero che ne tratta ampiamente nel suo autorevole magistero, ma proprio dall’alto
clero in genere ampiamente disattesa, in particolare da quella sua parte che
partecipa al governo delle istituzioni centrali della nostra confessione
religiosa, organizzate qui a Roma al modo di uno stato, nella specie di un
regno assoluto (benché nel Trattato Lateranense del 1929 non si parli mai di “stato”
con riferimento alla Città del Vaticano, ma, appunto, solo di “Città del
Vaticano”, come spazio territoriale sovrano della Santa Sede in Roma).
Per un laico la teologia della povertà, come oggi la si interpreta, può
oggi al più costituire l’orizzonte
ideologico di un impegno assistenziale in favore di chi in società sta peggio.
Possiamo però, ai tempi nostri, costruire una
teologia che riguardi l’impegno sociale del laico per contrastare le origini
sociali delle povertà? Lo avevano tentato le varie teologie della liberazione
che si sono manifestate nei decenni passati, duramente contrastate da Roma.
Centrale in esse era l’idea di uscire dalla prospettiva puramente etica, per
individuare le politiche che in concreto potevano consentire uno sviluppo
sociale che consentisse di elevare i poveri a una maggiore condizione di
benessere. Queste politiche richiedono però una presa di posizione, una scelta
di campo e, in genere, un conflitto con i ceti sociali che detengono nelle
società le leve del potere e che beneficiano di un ordine sociale ingiusto,
generatore di povertà. Gli sforzi del pensiero sociale della nostra fede in
questa direzione sono stati bloccati, sulla base di una generica esigenza di
pacificazione sociale. In particolare la teologia espressa dal magistero
contemporaneo non ha integrato un importante fattore di sviluppo nelle società
democratiche, vale a dire la questione del conflitto sociale mediato da
istituzioni democratiche in modo da impedirne sviluppi distruttivi e violenti.
Questo è un vizio di origine della dottrina sociale della nostra gerarchia, fin
dal primo documento di questo tipo di letteratura, l’enciclica Rerum Novarum (=sulle novità) del 1891,
del papa Leone 13°, in cui infatti si indicava come soluzione per la questione sociale un assetto corporativo
della società, in cui le classi sociali collaborassero consensualmente sulla
base di un’etica religiosa.
In realtà ogni progresso sociale che
storicamente si è ottenuto da almeno due
secoli nella lotta alla povertà lo si è conseguito su basi conflittuali. Se non
si parte da questo dato, non si costruisce sul terreno solido: le soluzioni che
si escogitano escono poco produttive.
In questo senso la recente enciclica Laudato si’ propone una prospettiva diversa. Contiene una
forte critica politica all’ordine sociale contemporaneo e non solo su basi
etiche. Lo si critica in quanto irrazionale, instabile, suscettibile di portare
al disastro sociale. Naturalmente si tratta di un discorso ancora incompiuto:
del resto non poteva essere un capo religioso, e in particolare un capo
religioso assoluto, a scendere nei dettagli operativi del che fare per
modificare la situazione. Una teologia dello sviluppo democratico dell’economia
non può essere scritta da teologi, né da capi religiosi, o meglio, può essere scritta da loro, ma solo a posteriori, dopo che sia
stata ideata e interpretata da laici nella società. La democrazia è essenziale per venire a capo del problema, non se ne
può uscire per altre vie. In democrazia il conflitto sociale dal quale può
scaturire il cambiamento può essere attuato senza creare una nuova tirannia
sociale, mantenendo l’ordinamento sociale nella responsabilità delle masse. Il
problema della povertà è quello di chi in società sta peggio e si tratta
in genere della maggioranza della popolazione. In democrazia le maggioranze
vincono, ma non sono autorizzate a generare nuove tirannie, per il quadro di
principi umanitari assoluti e inderogabili anche dalle maggioranze che, ai
tempi nostri, costituiscono l’orizzonte ideale dei processi democratici.
Quindi, in definitiva una teologia dello
sviluppo democratico dell’economia richiede prima la costruzione di una teologia della democrazia: campo quest’ultimo
quasi completamente inesplorato per la storica e radicata diffidenza dei nostri
capi religiosi, ancora inseriti in un anacronistico impero religioso, verso i
processi democratici, considerati come votati all’anarchia e all’arbitrio
etico. E, aggiungo, solo per questa via potrà giungersi al recupero dell’eguaglianza
in dignità delle donne anche nelle nostre collettività religiose: le donne,
rispetto all’oligarchia maschile e maschilista che esprime ancora oggi il
nostro ceto di governo religioso, costituiscono infatti una maggioranza di povere in dignità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.
