sabato 11 luglio 2015

Artigiani della pace


Artigiani della pace



[Dall'omelia pronunciata da papa Francesco  nel corso della messa per l'Evangelizzazione dei popoli, il 7 luglio 2015, in piazza Bicentenario a Quito (Ecuador)]

La parola di Dio ci invita a vivere l’unità perché il mondo creda.
Immagino quel sussurro di Gesù nell’ultima cena come un grido, in questa Messa che celebriamo nella Piazza del Bicentenario. Immaginiamoli insieme. il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell’America Ispanofona. Quello è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati, «soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno» (Esortazione apostolica Evangelii Gaudium - la gioia del Vangelo, n.213).
Vorrei che oggi queste due grida concordassero nel segno della bella sfida dell’evangelizzazione. Non con parole altisonanti, o termini complicati, ma una concordia che nasca “dalla gioia del Vangelo”, che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, n.1), dalla coscienza isolata. Noi qui riuniti, tutti insieme alla mensa con Gesù, diventiamo un grido, un clamore nato dalla convinzione che la sua presenza ci spinge verso l’unità e «segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, n.14).
Padre, che siano una cosa sola perché il mondo creda” (cfr Gv 17,21): così Gesù manifestò il suo desiderio guardando il cielo. Nel cuore di Gesù sorge questa domanda in un contesto di invio: «Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo» (Gv 17,18). In quel momento, il Signore sta sperimentando nella propria carne il peggio di questo mondo, che ama comunque alla follia: intrighi, sfiducia, tradimento, però non si nasconde, non si lamenta. Anche noi constatiamo quotidianamente che viviamo in un mondo lacerato dalle guerre e dalla violenza. Sarebbe superficiale ritenere che la divisione e l’odio riguardano soltanto le tensioni tra i Paesi o i gruppi sociali. In realtà, sono manifestazioni di quel “diffuso individualismo” che ci separa e ci pone l’uno contro l’altro (cfr Esort. ap. Evangelii Gaudium n.99), frutto della ferita del peccato nel cuore delle persone, le cui conseguenze si riversano anche sulla società e su tutto il creato. Proprio a questo mondo che ci sfida, con i suoi egoismi, Gesù ci invia, e la nostra risposta non è fare finta di niente, sostenere che non abbiamo mezzi o che la realtà ci supera. La nostra risposta riecheggia il grido di Gesù e accetta la grazia e il compito dell’unità.
A quel grido di libertà che proruppe poco più di 200 anni fa non mancò né convinzione né forza, ma la storia ci dice che fu decisivo solo quando lasciò da parte i personalismi, l’aspirazione ad un’unica autorità, la mancanza di comprensione per altri processi di liberazione con caratteristiche diverse, ma non per questo antagoniste.
E l’evangelizzazione può essere veicolo di unità di aspirazioni, di sensibilità, di sogni e persino di certe utopie. Certamente lo può essere e questo noi crediamo e gridiamo. Già ho avuto modo di dire: «Mentre nel mondo, specialmente in alcuni Paesi, riappaiono diverse forme di guerre e scontri, noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci a portare i pesi gli uni degli altri» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, n.67). L’anelito all’unità suppone la dolce e confortante gioia di evangelizzare, la convinzione di avere un bene immenso da comunicare, e che, comunicandolo, si radica; e qualsiasi persona che abbia vissuto questa esperienza acquisisce una sensibilità più elevata nei confronti delle necessità altrui (cfrEsort. ap. Evangelii Gaudium, n.9). Da qui, la necessità di lottare per l’inclusione a tutti i livelli, lottare per l’inclusione a tutti i livelli!, evitando egoismi, promuovendo la comunicazione e il dialogo, incentivando la collaborazione. «Bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze … Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, n.244). E’ impensabile che risplenda l’unità se la mondanità spirituale ci fa stare in guerra tra di noi, alla sterile ricerca di potere, prestigio, piacere o sicurezza economica. E questo sulle spalle dei più poveri, dei più esclusi, dei più indifesi, di quelli che non perdono la loro dignità a dispetto del fatto che la colpiscono tutti i giorni.
Questa unità è già un’azione missionaria “perché il mondo creda”. L’evangelizzazione non consiste nel fare proselitismo – il proselitismo è una caricatura dell’evangelizzazione – ma nell’attrarre con la nostra testimonianza i lontani, nell’avvicinarsi umilmente a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, avvicinarsi a quelli che si sentono giudicati e condannati a priori da quelli che si sentono perfetti e puri. Avvicinarci a quelli che hanno paura o agli indifferenti per dire loro: «Il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, n.113). Perché il nostro Dio ci rispetta persino nella nostra bassezza e nel nostro peccato. Questa chiamata del Signore con che umiltà e con che rispetto lo descrive il testo dell’Apocalisse: Vedi? Sto alla porta e chiamo; se vuoi aprire…; non forza, non fa saltare la serratura, semplicemente suona il campanello, bussa dolcemente e aspetta. Questo è il nostro Dio!
[…]


[Dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=La gioia del Vangelo) del papa Francesco - 24 novembre 2013, n.244)

La credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande se i cristiani superassero le loro divisioni e la Chiesa realizzasse «la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione».[cita il decreto Unitatis redintegratio (= la ricostituzione dell’unità) n.4, del Concilio Vaticano 2°]. Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme. A tale scopo bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza diffidenze, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio. Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale. Gesù ci ha detto: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). In questo impegno, anche tra di noi, si compie l’antica profezia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4).

note mie:

 Il nostro vescovo e padre universale, Jorge Mario Bergoglio, è in Sud America in un viaggio apostolico. Per noi è andato in un altro  mondo, in quello che, visto dall’Italia, è il nuovo  mondo; per lui è un tornare nel suo  mondo. Nell’incontrare le genti di laggiù ha detto  cose che nel nostro  mondo suonano abbastanza inconsuete, sulle quali sto riflettendo. Potete consultare i suoi discorsi suo WEB all’indirizzo
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/travels/2015/outside/documents/papa-francesco-ecuador-bolivia-paraguay-2015.html
 Parlando del Bicentenario dell’Indipendenza dell’America Ispanofona dal Regno di Spagna, da una potenza europea, da noi  europei, all’esito di guerre d’indipendenza combattute tra il 1810 e il 1925, ha accostato il grido di libertà che uscì da quell’esperienza politica di lotta all’appello del nostro primo Maestro all’unità durante l’ultima cena, “Padre, che siano una cosa sola perché il mondo creda” (cfr Gv 17,21), un sussurro da lui immaginato come un grido, analogo al primo, a quel grido di liberazione. Il processo di liberazione dei popoli richiede l’unità delle collettività che di esso sono protagoniste, solo così l’azione di liberazione diventa decisiva. L’impegno per l’unità è visto da Bergoglio come una lotta, afermando “la necessità di lottare per l’inclusione a tutti i livelli, lottare per l’inclusione a tutti i livelli!, evitando egoismi, promuovendo la comunicazione e il dialogo, incentivando la collaborazione. «Bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze … Affidarsi all’altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale» [omelia della Messa per l’evangelizzazione dei popoli, Quito - Equador, piazza Bicentenario - 7 luglio 2015; cita l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo, 244].” Di solito eravamo invitati a pregare per l’unità, qualcosa sarebbe successo si sperava. A volte anche a cambiare mentalità per fare unità, ed era già qualcosa di più. Ma la lotta  per l’unità è qualcosa di molto intenso. E ha a che vedere con l’efficacia di un’altra lotta, quella per cambiare  il mondo, altro tema trattato dal Bergoglio in questo viaggio. Riferendosi al processo di liberazione dell’America di lingua spagnola dalla potenze colonizzatrice europea ha dichiarato di ritenere che “la storia ci dice che fu decisivo solo quando lasciò da parte i personalismi, l’aspirazione ad un’unica autorità, la mancanza di comprensione per altri processi di liberazione con caratteristiche diverse, ma non per questo antagoniste.” Un’unità quindi non dispotica, non intollerante delle differenze, fondata sull’inclusione.
 Non si tratta solo di temi etici, ma anche specificamente politici, su cui in democrazia, in una democrazia come ancora la stiamo vivendo in Italia, si deve aprire un dibattito franco tra noi. Nessuna autorità religiosa, fosse anche quella suprema del nostro padre universale, ci può imporre una determinata visione politica. In democrazia la politica è una conquista culturale dei popoli. Sentiamo, qui in Italia, oggi, la necessità di un processo di liberazione  politica? In genere le nostre collettività religiose si sono attestate su posizioni conservatrici o addirittura reazionarie. E come possiamo pensare un processo di quel tipo in un’ottica religiosa, a confronto con la nostra fede? Fino ad epoca recente, a riflettere su cose del genere si incappava in interdetti della nostra gerarchia del clero, ora invece la nostra suprema autorità religiosa sembra precederci in questo campo.
 La lotta per l’unità ha una diversa valenza e vale a prescindere dalle scelte politiche che si fanno in società. E’ cosa che specificamente riguarda la vita ordinaria delle nostre collettività di fede. Di solito la cosa veniva presentata sotto due aspetti: il ragionamento per costruire le basi culturali dell’unità, che veniva riservato ai teologi di professione, e la disciplina per l’unità che veniva riservata ai capi religiosi espressi dal clero. In quest’ultimo caso, si concepiva l’unità come un sottomettersi  ad un’autorità comune. La cosa riguardava anche il lavoro dei teologi. Ai fedeli comuni si chiedeva di non fare resistenza. Ma se si tratta di lottare  la cosa assume un aspetto diverso. E’ un lavoro che compete a tutti, a prescindere dal loro livello culturale, e che non consiste solo in un obbedire a disposizioni dall’alto. E’ un lavoro artigianale, basato sull’esperienza quotidiana, pratica, delle relazioni con gli altri e, innanzi tutto, sullo sforzo di superare concretamente  le diffidenze reciproche, affidandosi ai compagni di strada. “La pace è artigianale”  dice Bergoglio: non dobbiamo attendere l’ennesimo foglio di istruzioni dei nostri capi religiosi per cominciare. Si potrà sbagliare e allora ci si correggerà, come fa l’artigiano modellando la sua opera. Siamo quindi invitati a divenire più intraprendenti in questo campo, laddove in passato venivano invitati prevalentemente ad essere prudenti e  docili.  La lotta  per qualche cosa richiede, appunto, intraprendenza, non docilità. “…Siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme. A tale scopo bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza diffidenze, senza diffidenze…”  ci dice il nostro vescovo e padre universale. Non è una cosa che ci riesce facile, in genere. Mi riferisco anche alla nostra esperienza concreta di vita parrocchiale. Di solito preferiamo starcene con chi condivide la nostra ideologia religiosa, la nostra impostazione di vita, degli altri diffidiamo e speriamo che pian piano si levino di torno. Intanto cerchiamo di togliere loro spazio, di rendere meno accogliente per loro l’ambiente. Li tolleriamo perché sarebbe sconveniente un regolamento di conti aperto, ma, insomma, non perdiamo occasione di far loro capire come la pensiamo diversamente su tutto e che la loro posizione non va bene e pensino, loro, se non sia il caso di emigrare. Molti poi l’hanno fatto: questo il principale problema della nostra parrocchia. Anch’io lo feci. Ma oggi quella mia decisione mi appare un po’ come una diserzione. Non  sono stato un buon artigiano della paceLottare  si doveva. Cercare di ricostruire un contesto unitario che pian piano stava sgretolandosi.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli