mercoledì 15 luglio 2015

Idee per ricominciare - 2

Idee per ricominciare - 2

 La nostra parrocchia formalmente mi appare attualmente organizzata come una federazione di associazioni, movimenti e confraternite presieduta da esponenti del Cammino Neocatecumenale. Quest’ultimo poi fa valere il peso del numero dei suoi aderenti, diversi dei quali, per ciò che so, non vivono nel quartiere, per cui nelle scelte qualificanti prevale sempre il suo punto di vista, la teologia e l’ideologia sociale dei suoi responsabili locali. Le esperienze collettive al di fuori di quella neocatecumenale vengono tollerate, ma non incoraggiate. Nel tempo sono divenute prevalentemente il luogo di incontro di persone anziane, le quali, per vari motivi, non sono state coinvolte dalla particolare spiritualità ed impegno comunitario dei neocatecumenali. La radice dei problemi della parrocchia con il quartiere va individuata, a mio parere, proprio in questa forma organizzativa.
  Secondo l’ideologia corrente in diocesi, che corrisponde a quella prevalente tra i vescovi italiani, la parrocchia non è la somma delle sue componenti collettive particolari, locali: è qualcosa di più. Rappresenta l’intero mondo, direi l’intero universo religioso, in una porzione limitata di territorio. In questo modo può essere la casa di tutti i battezzati. Altrimenti diventa solo un condominio religioso, con tutti i problemi di un condominio.
 In un condominio ci si vede solo per cercare di risolvere problemi comuni, sperando che tutto finisca prima possibile e senza troppo danno per i propri interessi, cercando comunque di portare sempre qualcosa a casa propria.
  In una parrocchia-casa di tutti si dovrebbe fare sempre vita comune, come in una famiglia. Per riuscirci occorre adottare un’ideologia appropriata, uno schema di comprensione che consenta di farlo. Noi, in parrocchia, attualmente ne siamo privi, per cui dovremo rivolgerci alla diocesi per essere aiutati a costruirne uno, concretamente, nella nostra realtà locale.
 La parrocchia deve avere organizzazioni proprie, non egemonizzate da alcun gruppo particolare, per i compiti fondamentali di formazione e socializzazione dei fedeli.
 L’organizzazione catechistica, a tutti i livelli, deve essere distinta da quella neocatecumentale e seguire gli schemi proposti dalla diocesi. Nell’ultima audizione in parrocchia, il vescovo ausiliare ha rilevato che con i bambini della formazione di base utilizziamo schemi desueti. Ma anche nella formazione dei giovani e degli adulti, per ciò che ne so, vi sono problemi. La questione principale è che non si parla la lingua della diocesi, ma il neocatecumentale. E’ necessario costituire un gruppo di lavoro su questo tema, che recepisca le idee della diocesi e le diffonda. Occorre creare una nuova organizzazione catechistica parrocchiale.
 Ma la parrocchia deve avere una propria organizzazione anche per l’autoformazione permanente dei giovani, degli adulti e degli anziani. Queste esperienze collettive non devono essere egemonizzate da direttori spirituali imposti dall’alto, ma esprimere democraticamente propri organi direttivi, per le varie funzioni che servono, periodicamente rinnovati.
 Una volta ricreata una struttura organizzativa parrocchiale, ricostruita quindi la casa di tutti, occorre manifestarsi all’esterno con iniziative pubbliche che colgano le esigenze collettive dell’umanità che popola il quartiere.
 Attualmente l’unica iniziativa pubblica della parrocchia è l’annuale reclutamento  catechistico organizzato dalle comunità neocatecumentali, segnalato dall’apparizione sulla facciata della parrocchia del grande drappo con la scritta Dio ti ama e dalle affissioni sui muri dei condomini del quartiere di manifesti con la stessa scritta. Si tratta di un’attività che indirizza la gente verso le comunità neocatecumenali. Quelli che non si sentono di aderirvi sono sostanzialmente scartati, ad un certo punto.
 Che cosa ci chiede la gente del quartiere? Io non lo so.
 Ammettere francamente di non conoscere a sufficienza la gente che ci circonda è la prima tappa per prendere coscienza del perché dell’attuale disaffezione di quella gente verso di noi.
 Non abbiamo ascoltato abbastanza le persone tra le quali abitiamo e loro, probabilmente, se ne sono accorte.
 Ieri ho ricordato iniziative di sinodi che sono state svolte o sono in corso in diverse parti d’Italia. Un sinodo parrocchiale potrebbe essere utile per conoscere meglio la gente a cui vogliamo rivolgere il nostro appello religioso. Dovrebbe essere un esperienza protratta nel tempo, di alcuni mesi, meglio un anno intero, durante i quali le nostre porte dovrebbero essere spalancate per chi sta fuori.
  A volte ho notato il costume di indicare la porta a chi sta dentro, come a dire che se  non si condivide un certo orientamento “quella è la porta”. Ho sentito in particolare lamentarsene i più giovani. Questa è la prima cosa da cambiare in un atteggiamento sinodale. Noi dobbiamo invece indicare le porte della parrocchia a chi sta fuori, per invitare la gente ad entrare, senza necessità di  mostrare passaporti religiosi, senza necessità di sottoporsi a una sorta di ispezione doganale o a forme di rieducazione spirituale. In questo modo ci esponiamo a dei dispiaceri, a dei contrasti? Vedremo. La pace è lavoro da artigiani, è stato scritto autorevolmente. Una volta avuta davanti la materia su cui lavorare, la gente che ora sta fuori, vedremo che fare.
 Che cos’è la mentalità sinodale, in che cosa differisce da quella democratica? In democrazia prevale la maggioranza, che esprime un governo fino alle successive elezioni. In un sinodo si vota, certo, ma non  si fa a meno di nessuno, si cerca di procedere sempre tutti insieme, nessuno è veramente minoranza. Alla base dell’atteggiamento sinodale c’è una spiritualità, non un’ideologia. E’ essa che ci fa considerare gli altri con occhi diversi.
 Se, oggi, nel quartiere si tenessero delle elezioni democratiche per stabilire la linea della parrocchia e la sua organizzazione, chiamando al voto tutti i battezzati che abitano nel quartiere, quale orientamento prevarrebbe? Non è facile dirlo, perché, lo ripeto, noi non conosciamo a sufficienza la gente tra cui abitiamo. E tuttavia abbiamo un segnale importante: la gente del quartiere non ci porta più i propri figli per la formazione religiosa di base. E’ un indice che ci invita a cambiare. Probabilmente la linea che attualmente egemonizza la parrocchia, quella espressa dal Cammino Neocatecumentale, risulterebbe largamente minoritaria in elezioni democratiche parrocchiali. Infatti, per quel che ne so (essenzialmente dai sacerdoti della parrocchia che la seguono e dalle notizie che ho avuto durante il catechismo delle mie figlie),   è troppo rigida sui temi della morale familiare e presenta aspetti critici sui temi dell’emancipazione femminile. Ma noi, in un atteggiamento schiettamente sinodale, non dobbiamo fare a meno dei neocatecumenali: dobbiamo solo ricondurli al ruolo di esperienza particolare, non assorbente tutta la realtà parrocchiale. Insomma, anche in San Clemente papa deve essere possibile vivere la nostra fede religiosa a prescindere dall’appartenenza a questo o quel movimento, a questa o quella associazione,a questa o quella confraternita.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli