Idee per ricominciare
- 2
La nostra parrocchia formalmente mi appare attualmente
organizzata come una federazione di associazioni, movimenti e confraternite
presieduta da esponenti del Cammino
Neocatecumenale. Quest’ultimo poi fa valere il peso del numero dei suoi
aderenti, diversi dei quali, per ciò che so, non vivono nel quartiere, per cui
nelle scelte qualificanti prevale sempre il suo punto di vista, la teologia e l’ideologia
sociale dei suoi responsabili locali. Le esperienze collettive al di fuori di
quella neocatecumenale vengono tollerate, ma non incoraggiate. Nel tempo sono
divenute prevalentemente il luogo di incontro di persone anziane, le quali, per
vari motivi, non sono state coinvolte dalla particolare spiritualità ed impegno
comunitario dei neocatecumenali. La radice dei problemi della parrocchia con il
quartiere va individuata, a mio parere, proprio in questa forma organizzativa.
Secondo l’ideologia corrente in diocesi, che corrisponde a quella
prevalente tra i vescovi italiani, la parrocchia non è la somma delle sue componenti
collettive particolari, locali: è qualcosa di più. Rappresenta l’intero mondo,
direi l’intero universo religioso, in una porzione limitata di territorio. In
questo modo può essere la casa di tutti i battezzati. Altrimenti diventa solo
un condominio religioso, con tutti i problemi di un condominio.
In un condominio ci si vede solo per cercare
di risolvere problemi comuni, sperando che tutto finisca prima possibile e
senza troppo danno per i propri interessi, cercando comunque di portare sempre
qualcosa a casa propria.
In una
parrocchia-casa di tutti si dovrebbe fare sempre vita comune, come in una
famiglia. Per riuscirci occorre adottare un’ideologia appropriata, uno schema
di comprensione che consenta di farlo. Noi, in parrocchia, attualmente ne siamo
privi, per cui dovremo rivolgerci alla diocesi per essere aiutati a costruirne
uno, concretamente, nella nostra realtà locale.
La parrocchia deve avere organizzazioni proprie,
non egemonizzate da alcun gruppo particolare, per i compiti fondamentali di
formazione e socializzazione dei fedeli.
L’organizzazione catechistica, a tutti i
livelli, deve essere distinta da quella neocatecumentale e seguire gli schemi
proposti dalla diocesi. Nell’ultima audizione in parrocchia, il vescovo
ausiliare ha rilevato che con i bambini della formazione di base utilizziamo
schemi desueti. Ma anche nella formazione dei giovani e degli adulti, per ciò
che ne so, vi sono problemi. La questione principale è che non si parla la
lingua della diocesi, ma il neocatecumentale. E’ necessario costituire un
gruppo di lavoro su questo tema, che recepisca le idee della diocesi e le
diffonda. Occorre creare una nuova organizzazione catechistica parrocchiale.
Ma la parrocchia deve avere una propria
organizzazione anche per l’autoformazione permanente dei giovani, degli adulti
e degli anziani. Queste esperienze collettive non devono essere egemonizzate da
direttori spirituali imposti dall’alto,
ma esprimere democraticamente propri organi direttivi, per le varie funzioni
che servono, periodicamente rinnovati.
Una volta ricreata una struttura organizzativa
parrocchiale, ricostruita quindi la casa
di tutti, occorre manifestarsi all’esterno con iniziative pubbliche che
colgano le esigenze collettive dell’umanità che popola il quartiere.
Attualmente l’unica iniziativa pubblica della
parrocchia è l’annuale reclutamento catechistico organizzato dalle comunità
neocatecumentali, segnalato dall’apparizione sulla facciata della parrocchia
del grande drappo con la scritta Dio ti
ama e dalle affissioni sui muri dei condomini del quartiere di manifesti
con la stessa scritta. Si tratta di un’attività che indirizza la gente verso le
comunità neocatecumenali. Quelli che non si sentono di aderirvi sono
sostanzialmente scartati, ad un certo punto.
Che cosa ci chiede la gente del quartiere? Io
non lo so.
Ammettere francamente di non conoscere a
sufficienza la gente che ci circonda è la prima tappa per prendere coscienza
del perché dell’attuale disaffezione di quella gente verso di noi.
Non abbiamo ascoltato abbastanza le persone
tra le quali abitiamo e loro, probabilmente, se ne sono accorte.
Ieri ho ricordato iniziative di sinodi che sono state svolte o sono in
corso in diverse parti d’Italia. Un sinodo parrocchiale potrebbe essere utile
per conoscere meglio la gente a cui vogliamo rivolgere il nostro appello
religioso. Dovrebbe essere un esperienza protratta nel tempo, di alcuni mesi,
meglio un anno intero, durante i quali le nostre porte dovrebbero essere spalancate
per chi sta fuori.
A volte ho notato il costume di indicare la porta a chi sta dentro, come
a dire che se non si condivide un certo
orientamento “quella è la porta”. Ho
sentito in particolare lamentarsene i più giovani. Questa è la prima cosa da
cambiare in un atteggiamento sinodale.
Noi dobbiamo invece indicare le porte della parrocchia a chi sta fuori, per
invitare la gente ad entrare, senza necessità di mostrare passaporti
religiosi, senza necessità di sottoporsi a una sorta di ispezione doganale o a forme di rieducazione spirituale. In questo modo
ci esponiamo a dei dispiaceri, a dei contrasti? Vedremo. La pace è lavoro da
artigiani, è stato scritto autorevolmente. Una volta avuta davanti la materia
su cui lavorare, la gente che ora sta fuori, vedremo che fare.
Che cos’è la mentalità sinodale, in che cosa
differisce da quella democratica? In democrazia prevale la maggioranza, che esprime
un governo fino alle successive elezioni. In un sinodo si vota, certo, ma
non si fa a meno di nessuno, si cerca di
procedere sempre tutti insieme, nessuno è veramente minoranza. Alla base dell’atteggiamento
sinodale c’è una spiritualità, non un’ideologia. E’ essa che ci fa considerare
gli altri con occhi diversi.
Se, oggi, nel quartiere si tenessero delle
elezioni democratiche per stabilire la linea
della parrocchia e la sua organizzazione, chiamando al voto tutti i battezzati
che abitano nel quartiere, quale orientamento prevarrebbe? Non è facile dirlo,
perché, lo ripeto, noi non conosciamo a sufficienza la gente tra cui abitiamo.
E tuttavia abbiamo un segnale importante: la gente del quartiere non ci porta
più i propri figli per la formazione religiosa di base. E’ un indice che ci invita
a cambiare. Probabilmente la linea che attualmente egemonizza la parrocchia,
quella espressa dal Cammino
Neocatecumentale, risulterebbe largamente minoritaria in elezioni democratiche parrocchiali. Infatti,
per quel che ne so (essenzialmente dai sacerdoti della parrocchia che la
seguono e dalle notizie che ho avuto durante il catechismo delle mie figlie), è troppo rigida sui temi della morale
familiare e presenta aspetti critici sui temi dell’emancipazione femminile. Ma
noi, in un atteggiamento schiettamente sinodale, non dobbiamo fare a meno dei
neocatecumenali: dobbiamo solo ricondurli al ruolo di esperienza particolare,
non assorbente tutta la realtà parrocchiale. Insomma, anche in San Clemente
papa deve essere possibile vivere la nostra fede religiosa a prescindere dall’appartenenza
a questo o quel movimento, a questa o quella associazione,a questa o quella
confraternita.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli