martedì 14 luglio 2015

Idee per ricominciare

Idee per ricominciare


  Come migliorare i rapporti della parrocchia con il quartiere?
  Per cominciare bisogna chiedersi se si è veramente convinti che occorra farlo.
  Ci sono molti segni di disaffezione verso la parrocchia: ad esempio la gente non ci porta più i propri figli per l’iniziazione religiosa. Fatta la prima Comunione perdiamo quasi tutti i giovani, fatta eccezione per i figli dei camminanti  neocatecumenali. La stessa situazione si ripropone nella fascia di età più feconda della vita umana: dai venticinque ai quarantacinque anni. E la presenza dei più anziani è legata fondamentalmente alla liturgia, è essenzialmente quella di fruitori di servizi religiosi. Quando si cerca di coinvolgere la gente in un servizio per la parrocchia, ad esempio quello dell’animazione della Messa, si rimane delusi, ad un’iniziale disponibilità segue il disimpegno.
 Si può però ritenere che questo sia un portato dei tempi: ed effettivamente va così anche con altre esperienze collettive, ad esempio quelle di partito. Tutto tende a diventare, nella nostra società, un po’ come una riunione di condominio: ci si va per necessità, sperando però che finisca presto con il minor danno possibile e cercando di ricavare più vantaggi possibili per i propri interessi. Come tra gli spettatori della televisione, le esperienze generaliste  recedono e resistono quelle fondate su specifici temi o attività, lo sport, un hobby, la musica.
 La parrocchia è appunto un tipo di aggregazione generalista: vuole essere infatti la casa di tutti. Entrata in crisi, quando cominciarono i problemi per gruppi così, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, da noi si cercò di rafforzarne i legami personali seguendo la strategia del Cammino neocatecumenale, portatore di una teologia molto particolare di impronta comunitaria, che effettivamente condusse alla costituzione di un forte presenza di quel movimento, che richiama aderenti anche da fuori. Ma in questo modo la parrocchia cessò di essere la casa di tutti. Oggi è fondamentalmente l’ambiente di quell’unica esperienza collettiva. Il pluralismo che appare dalle diverse sigle  associative formalmente presenti in parrocchia è solo apparente. E’ da questo che credo occorra ricominciare. Se la parrocchia deve essere la casa di tutti, bisogna ricostituire il pluralismo al suo interno, devono avere diritto di cittadinanza religiosa anche voci che non seguono la spiritualità neocatecumenale. Ma essa non è semplicemente quella di tutta la nostra fede? No, non lo è. E’ una spiritualità, lo ripeto, molto particolare, che non va bene per tutti e non è (ancora) obbligatoria per tutti. Per quanto mi riguarda il  problema più grosso che vi individuo è quello del rapporto tra fede e libertà. Da qui poi discendono varie conseguenze di ordine specificamente politico, che riguardano il modo in cui si sta in società, che sono molto importanti nella vita di un laico. Nell’ideologia neocatecumenale, per quello che ne è arrivato ad un esterno  come me, ad un non iniziato, si è piuttosto critici verso la società in cui siamo immersi, vista sostanzialmente come il regno del male, e si cerca di difendersene chiudendosi  in spazi protetti di forte solidarietà personale, in cui si è ammessi previa rigida selezione e si è mantenuti solo lasciandosi vagliare costantemente. Per molti è una disciplina troppo rigida. E’ qualcosa che richiama il metodi degli ordini religiosi, che appunto sono esperienze particolari, non per tutti.
  In realtà mi pare che conosciamo poco la gente in mezzo alla quale abitiamo. Del resto il nostro è un quartiere in cui in genere si torna la sera, dopo il lavoro. La vita attiva in genere si passa altrove. Quando poi si torna si è stanchi. E nei week end si cerca di svagarsi da altre parti. Ci si aspetta ancora qualcosa dalla religione?
 Fino agli anni settanta c’era una forte pressione sociale verso l’apparenza di religiosità. La rispettabilità sociale comprendeva l’andare in chiesa. Poi è diventato diverso. Eppure non mancano segnali di un risveglio religioso, che da noi però sicuramente non ci sono. A prescindere dalle cicliche esperienze di massa organizzate dai movimenti, che lasciano il tempo che trovano, in diverse realtà parrocchiali, specialmente di periferia, in particolare lì dove sono ancora presenti famiglie con figli piccoli, la gente riprende ad avvicinarsi. Chiede formazione, chiede orientamento, è disposta a farsi coinvolgere. Nel nostro quartiere, in cui per un certo tempo sembrava prevalente la presenza degli anziani, sono ricominciate a tornare famiglie più giovani. Il tempo appare propizio per ripartire.
 Un buona strategia penso che potrebbe essere quella di cercare di capire la gente in mezzo alla quale abitiamo. E’ da molto che non lo facciamo. In genere, ogni anno, lanciamo una sorta di bando per arruolare  persone che vogliono farsi formare da noi, che poi attentamente selezioniamo per capire quelli che sono adatti a seguire la via che proponiamo loro. Produciamo quindi uno scarto. Facciamo una squadra e si parte con quella. E il resto? Questo atteggiamento presuppone che noi abbiamo in tasca la soluzione religiosa chiavi in mano giusta per quelli che ci circondano e che la scelta per loro sia solo quella di accettarla o di rivolgersi altrove. L’atteggiamento di ascolto parte invece dall’idea che le soluzioni per le vite della gente non possono prescindere da un reale coinvolgimento della gente stessa che quelle vite vive: non hanno solo bisogno di ricevere, possono anche darci molto. E’ il metodo sinodale che si sta cominciano a vivere da molte parti: su questo blog ho ricordato l’esempio della diocesi di Oristano e della parrocchia di San Giuseppe sposo a Bologna.
 Non sarebbe male proclamare un anno di sinodo parrocchiale, per mettersi in ascolto della gente del quartiere, aprendo le porte della parrocchia, senza pregiudizi o precomprensioni, a chi ci sta accanto e iniziando a ragionare insieme sui problemi. Non si tratta di abbandonare certe strade, ma di costruire anche altro, di coltivare la vigna che da tanto  tempo è stata relitta a se stessa, senza però trascurare quella che invece abbiamo curato.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli