domenica 7 giugno 2015

Parrocchia come tribù separata (riserva religiosa) o luogo di contatto tra fede e mondo

Parrocchia come tribù separata (riserva religiosa) o luogo di contatto tra fede e mondo

La parrocchia degli Angeli Custodi a Piazza Sempione, in cui passai tanto tempo della mia adolescenza, in particolare nei locali della sede  degli scout dell'ASCI (oggi AGESCI), il gruppo all'epoca denominato "Roma 26",  che erano dietro le tre  finestre che si vedono in basso, sulla destra della Chiesa. Una realtà parrocchiale che, all'epoca, ricordo molto viva e partecipata, con tante forme associative che si parlavano e si stimavano. Il nostro assistente era padre Nello, che poi a lungo fu parroco.


 Dopo la conclusione dell’attività del nostro gruppo parrocchiale di AC per la stagione  2014/2015, ho iniziato a pubblicare alcune riflessioni sul nostro modo di fare parrocchia.
 Ho l’impressione di una crescente separatezza tra il quartiere e la parrocchia, che si è espressa in modo  particolarmente eclatante quest’anno nel forte calo delle iscrizioni  dei bambini alla formazione religiosa di base, quella per la Prima Comunione. Rilevo il dato, su cui avevo già sentito voci durante l’anno, dal fatto che si è fatto un unico turno per le Prime Comunioni, mentre quando fu la volta delle mie figlie ce ne furono almeno tre, se ben ricordo.
 D’altra parte, da quello che sento, le cose funzionano bene nei gruppi di adulti che seguono il metodo e la spiritualità del Cammino Neocatecumenale, persone che però non abitano tutte nel territorio della nostra parrocchia. C’è stata quindi una immigrazione che non sembra comunque aver colmato i vuoti lasciati dalla gente del quartiere. Per ciò che ne so, e non è molto, quei gruppi sono organizzati un po’ come tribù, quindi  con una forte gerarchia interna che esprime una direzione spirituale laicale piuttosto decisa e con un  forte accento sui legami familiari naturali. Si presentano, in definitiva, come una federazione di famiglie, in cui si dà molta importanza ad un’etica sessuale e riproduttiva concepita come un’interpretazione molto rigorosa dell’ideologia religiosa su questi temi ancora oggi prevalente in religione, promossa e sviluppata in particolare durante il lungo pontificato del papa Giovanni Paolo 2°. Parlo di ideologia e non di “fede”, per indicare che, a mio parere, la fede religiosa non ammette un unico modello, un unico stile di vita, in queste materie. Di fatto quello seguito nelle comunità neocatecumenali non è quello che mi pare prevalente tra i laici di fede ai tempi nostri  e sicuramente non è quello mio e di mia moglie. Il primo (e non di rado definitivo e fatale) scoglio che i ragazzi della nostra parrocchia trovano nel partecipare nella nostra parrocchia alla catechesi di secondo livello, per la Cresima e nel post-Cresima, è appunto riferito alla particolare insistenza dei formatori laici sui temi della sessualità. La questione si ripropone nella preparazione prematrimoniale, alla quale spesso si avvicinano persone che già vivono un’esperienza coniugale prima della formalizzazione di un vincolo propriamente matrimoniale, sia in sede civile che religiosa.  Come già francamente ammesso nel corso dell’audizione che il vescovo ausiliare di settore ha tenuto nella nostra parrocchia, i formatori per la Cresima e il Matrimonio sembrano considerare un successo la rinuncia delle persone a questi sacramenti se non riescono ad attuare il rigido modello sessuale e riproduttivo tipico dell’ideologia neocatecumentale. Quindi la situazione, per quello che posso capire dal mio punto di vista, è questa: un gruppo piuttosto numeroso di laici adulti ad organizzazione tribale, quindi intendo con forti legami personali e forte disciplina collettiva e accentuazione sull’aspetto naturale riproduttivo,  e intorno quasi il vuoto, in particolare tra quei giovani che non sono figli di persone che aderiscono a quel gruppo.
  Bisogna chiedersi se, in questa configurazione, la nostra parrocchia svolga al meglio il lavoro dovrebbe esserle proprio, vale a dire quello di porre a contatto la fede con il mondo.
 La gente del quartiere dovrebbe guardarci e, vedendo come ci amiamo, essere attirata verso di noi: questo è il modello che troviamo ricordato, ad esempio, negli Atti degli Apostoli e in quell’importante scritto patristico che è la Lettera a Diogneto.
 Trascrivo alcuni brani molto noti di quest’ultimo.
V. 1.I cristiani in fatti non si distinguono dagli altri uomini né per il territorio, né per la lingua, né per il modo di vestire. 2.Non abitano, in un qualche luogo, città proprie, né si servono di qualche dialetto strano, né praticano un genere di vita particolare. 3. Non è certo per una qualche invenzione o pensata di uomini irrequieti che questa loro conoscenza è stata trovata, né essi si fanno campioni di una dottrina umana, come certuni. 4. Invece, mentre abitano città greche o barbare, secondo quel che ciascuno ha ricevuto in sorte, e seguono le usanze locali quanto agli abiti, al cibo, e modo di vivere, manifestano in modo mirabile e, a detta di tutti, paradossale il sistema delle loro istituzioni. 5. Abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente, come stranieri; ogni terra straniera è per loro patri, e ogni patria terra straniera.
  Di fatto è proprio questa generale ammirazione della gente del quartiere che sembra essere venuta meno. Poiché il gruppo laicale prevalente nella parrocchia, e anche più sollecito a manifestarsi all’esterno in eventi pubblici, è quello neocatecumenale è possibile che lì stia il problema, nella sua impostazione sui temi religiosi e sugli stili personali di vita. In effetti a volte colgo una certa insofferenza verso le concezioni  piuttosto rigide degli amici necatecumenali. Loro mi pare la vivano come una conferma della giustezza del loro orientamento, della malvagità del mondo intorno e della conseguente necessità di difendersene stando ben chiusi tra gente della loro fede.  La parrocchia, ad un occhio superficiale, può apparire quindi un po’ come una riserva in cui sono rinchiuse tribù un po’ fissate sui temi riproduttivi.
  Come può un laico di fede formarsi nella nostra parrocchia per il lavoro che gli spetta di svolgere nel mondo, secondo la missione che si ritiene essergli propria, vale a dire  quello di contribuire  alla sua santificazione lavorando al suo interno al modo  di fermento (così si espresse la Costituzione conciliare Lumen Gentium)? C’è, per quello che ho potuto constatare, scarsa o nulla consapevolezza del lungo sviluppo storico delle concezioni nazionali in materia di impegno dei laici di fede nella società democratica e, innanzi tutto, al loro importantissimo apporto per lo sviluppo della democrazia in Italia.  Sembra che l’unica storia che meriti in qualche modo di conoscere sia quella dei tempi apostolici e che ai tempi nostri si debba vivere insieme come gente di fede al modo in cui si pensa lo si facesse nel primo secolo. L’orientamento che mi pare prevalere in parrocchia è quello di rifiutare il mondo contemporaneo ed esso mi pare francamente  ricambiato nel quartiere. La parrocchia si avvia ad essere una sorta di corpo estraneo, l’ho scritto in un precedente post. Bisognerebbe però acquisire consapevolezza che questo è un problema da superare, non una fatalità. Sarebbe possibile da parte nostra modificare la situazione.
  L’ho già scritto: al punto in cui siamo non mi pare che nella parrocchia si abbiano le risorse per farlo. E’ necessario un aiuto dall’esterno, dalla Diocesi o dalle altre parrocchie vicine. Lo richiede, in particolare, la scarsità di clero italiano, meglio a conoscenza delle complesse dinamiche storiche di inculturazione della fede in Italia negli ultimi due secoli, dalle quali molti degli attuali problemi derivano. Sarebbe necessario costituire un gruppo di lavoro per promuovere una diversa organizzazione delle attività  della parrocchia, non per abolire ma per integrare e aggiungere, in particolare  per aprire  spazi in cui discutere liberamente, senza pregiudizi, anche con l’aiuto di esperti ed esaminando altre esperienze collettive, di come ripristinare contatti positivi con la gente del quartiere, in particolare ricreando occasioni di formazione per i laici di fede anche al di fuori delle comunità neocatecumenali, seguendo meglio i percorsi programmati in Diocesi. L’alternativa potrebbe essere quella di abolire l’istituzione canonica della parrocchia e suddividerne il territorio tra quelle di San Frumenzio e del Redentore, verso le quali già si stanno orientando diversi fedeli, riconoscendo la chiesa di San Clemente papa come struttura territoriale del solo Cammino neocatecumentale.  Abito a due passi dalla parrocchia: spero che non si debba arrivare a questa soluzione estrema.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli