Parrocchia
come tribù separata (riserva religiosa) o luogo di contatto tra fede e mondo
Dopo la conclusione dell’attività del nostro
gruppo parrocchiale di AC per la stagione 2014/2015, ho iniziato a pubblicare alcune
riflessioni sul nostro modo di fare parrocchia.
Ho l’impressione di una crescente separatezza
tra il quartiere e la parrocchia, che si è espressa in modo particolarmente eclatante quest’anno nel
forte calo delle iscrizioni dei bambini
alla formazione religiosa di base, quella per la Prima Comunione. Rilevo il
dato, su cui avevo già sentito voci durante l’anno, dal fatto che si è fatto un
unico turno per le Prime Comunioni, mentre quando fu la volta delle mie figlie
ce ne furono almeno tre, se ben ricordo.
D’altra parte, da quello che sento, le cose
funzionano bene nei gruppi di adulti che seguono il metodo e la spiritualità
del Cammino Neocatecumenale, persone che però non abitano tutte nel territorio
della nostra parrocchia. C’è stata quindi una immigrazione che non sembra comunque
aver colmato i vuoti lasciati dalla gente del quartiere. Per ciò che ne so, e
non è molto, quei gruppi sono organizzati un po’ come tribù, quindi con una forte gerarchia interna che esprime
una direzione spirituale laicale piuttosto decisa e con un forte accento sui legami familiari naturali.
Si presentano, in definitiva, come una federazione di famiglie, in cui si dà
molta importanza ad un’etica sessuale e riproduttiva concepita come un’interpretazione
molto rigorosa dell’ideologia religiosa su questi temi ancora oggi prevalente
in religione, promossa e sviluppata in particolare durante il lungo pontificato
del papa Giovanni Paolo 2°. Parlo di ideologia e non di “fede”, per indicare
che, a mio parere, la fede religiosa non ammette un unico modello, un unico
stile di vita, in queste materie. Di fatto quello seguito nelle comunità
neocatecumenali non è quello che mi pare prevalente tra i laici di fede ai
tempi nostri e sicuramente non è quello
mio e di mia moglie. Il primo (e non di rado definitivo e fatale) scoglio che i
ragazzi della nostra parrocchia trovano nel partecipare nella nostra parrocchia
alla catechesi di secondo livello, per la Cresima e nel post-Cresima, è appunto
riferito alla particolare insistenza dei formatori laici sui temi della
sessualità. La questione si ripropone nella preparazione prematrimoniale, alla
quale spesso si avvicinano persone che già vivono un’esperienza coniugale prima
della formalizzazione di un vincolo propriamente matrimoniale, sia in sede
civile che religiosa. Come già
francamente ammesso nel corso dell’audizione che il vescovo ausiliare di
settore ha tenuto nella nostra parrocchia, i formatori per la Cresima e il
Matrimonio sembrano considerare un successo la rinuncia delle persone a questi
sacramenti se non riescono ad attuare il rigido modello sessuale e riproduttivo
tipico dell’ideologia neocatecumentale. Quindi la situazione, per quello che
posso capire dal mio punto di vista, è questa: un gruppo piuttosto numeroso di
laici adulti ad organizzazione tribale, quindi intendo con forti legami
personali e forte disciplina collettiva e accentuazione sull’aspetto naturale
riproduttivo, e intorno quasi il vuoto,
in particolare tra quei giovani che non sono figli di persone che aderiscono a
quel gruppo.
Bisogna chiedersi se, in questa
configurazione, la nostra parrocchia svolga al meglio il lavoro dovrebbe
esserle proprio, vale a dire quello di porre a contatto la fede con il mondo.
La gente del quartiere dovrebbe guardarci e,
vedendo come ci amiamo, essere attirata verso di noi: questo è il modello che
troviamo ricordato, ad esempio, negli Atti degli Apostoli e in quell’importante
scritto patristico che è la Lettera a Diogneto.
Trascrivo alcuni brani molto noti di quest’ultimo.
V. 1.I cristiani in fatti non si
distinguono dagli altri uomini né per il territorio, né per la lingua, né per
il modo di vestire. 2.Non abitano, in un qualche luogo, città proprie, né si
servono di qualche dialetto strano, né praticano un genere di vita particolare.
3. Non è certo per una qualche invenzione o pensata di uomini irrequieti che
questa loro conoscenza è stata trovata, né essi si fanno campioni di una
dottrina umana, come certuni. 4. Invece, mentre abitano città greche o barbare,
secondo quel che ciascuno ha ricevuto in sorte, e seguono le usanze locali
quanto agli abiti, al cibo, e modo di vivere, manifestano in modo mirabile e, a
detta di tutti, paradossale il sistema delle loro istituzioni. 5. Abitano
ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano
attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente, come stranieri;
ogni terra straniera è per loro patri, e ogni patria terra straniera.
Di fatto è proprio questa generale ammirazione
della gente del quartiere che sembra essere venuta meno. Poiché il gruppo
laicale prevalente nella parrocchia, e anche più sollecito a manifestarsi all’esterno
in eventi pubblici, è quello neocatecumenale è possibile che lì stia il
problema, nella sua impostazione sui temi religiosi e sugli stili personali di vita. In effetti a volte colgo una certa insofferenza verso le concezioni piuttosto rigide degli amici necatecumenali. Loro mi pare la vivano come una
conferma della giustezza del loro orientamento, della malvagità del mondo
intorno e della conseguente necessità di difendersene stando ben chiusi tra
gente della loro fede. La parrocchia, ad
un occhio superficiale, può apparire quindi un po’ come una riserva in cui sono
rinchiuse tribù un po’ fissate sui temi riproduttivi.
Come può un laico di fede formarsi nella
nostra parrocchia per il lavoro che gli spetta di svolgere nel mondo, secondo
la missione che si ritiene essergli propria, vale a dire quello di contribuire alla sua santificazione lavorando al suo interno
al modo di fermento (così si espresse la
Costituzione conciliare Lumen Gentium)?
C’è, per quello che ho potuto constatare, scarsa o nulla consapevolezza del
lungo sviluppo storico delle concezioni nazionali in materia di impegno dei laici
di fede nella società democratica e, innanzi tutto, al loro importantissimo apporto
per lo sviluppo della democrazia in Italia.
Sembra che l’unica storia che meriti in qualche modo di conoscere sia
quella dei tempi apostolici e che ai tempi nostri si debba vivere insieme come
gente di fede al modo in cui si pensa lo si facesse nel primo secolo. L’orientamento
che mi pare prevalere in parrocchia è quello di rifiutare il mondo
contemporaneo ed esso mi pare francamente ricambiato nel quartiere. La parrocchia si
avvia ad essere una sorta di corpo estraneo, l’ho scritto in un precedente post. Bisognerebbe però acquisire
consapevolezza che questo è un problema da superare, non una fatalità. Sarebbe
possibile da parte nostra modificare la situazione.
L’ho già scritto: al punto in cui siamo non
mi pare che nella parrocchia si abbiano le risorse per farlo. E’ necessario un
aiuto dall’esterno, dalla Diocesi o dalle altre parrocchie vicine. Lo richiede,
in particolare, la scarsità di clero italiano, meglio a conoscenza delle
complesse dinamiche storiche di inculturazione della fede in Italia negli
ultimi due secoli, dalle quali molti degli attuali problemi derivano. Sarebbe
necessario costituire un gruppo di lavoro per promuovere una diversa
organizzazione delle attività della parrocchia,
non per abolire ma per integrare e aggiungere, in particolare per aprire spazi in cui discutere liberamente, senza
pregiudizi, anche con l’aiuto di esperti ed esaminando altre esperienze
collettive, di come ripristinare contatti positivi con la gente del quartiere,
in particolare ricreando occasioni di formazione per i laici di fede anche al di
fuori delle comunità neocatecumenali, seguendo meglio i percorsi programmati in
Diocesi. L’alternativa potrebbe essere quella di abolire l’istituzione canonica
della parrocchia e suddividerne il territorio tra quelle di San Frumenzio e del
Redentore, verso le quali già si stanno orientando diversi fedeli, riconoscendo
la chiesa di San Clemente papa come struttura territoriale del solo Cammino
neocatecumentale. Abito a due passi
dalla parrocchia: spero che non si debba arrivare a questa soluzione estrema.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
