domenica 14 giugno 2015

L’Arciprete


L’Arciprete


La Cattedrale di Cervia


 Per circa vent’anni la mia famiglia d’estate è andata in vacanza al mare a Cervia, sul litorale romagnolo, in provincia di Ravenna.
 Qui sopra vedete un’immagine della Cattedrale, che è anche sede della parrocchia.
  Ho scritto Cattedrale  perché Cervia è una diocesi, che è stata unita all’Arcidiocesi di Ravenna. L'Arcivescovo metropolita  di Ravenna è anche vescovo di Cervia. Il parroco di Cervia è arciprete perché ha una particolare autorità sulle altre parrocchie del vicariato di Cervia.
  In quei vent’anni in cui andammo al mare a Cervia, fu arciprete mons. Elvezio Tanasini, che prima era stato parroco a Portomaggiore, in provincia di Ferrara in Emilia, per quindici anni. Il Comune di Portomaggiore gli ha intitolato una via (incollo qui sotto una foto dell’evento che ho trovato sul WEB) e questo dice bene della forte personalità di quel prete e della stima cittadina che lo circondava, sia a Portomaggiore che a Cervia.


La strada intitolata a mons. Elvezio Tanasini, a Portomaggiore in provincia di Ferrara (foto da WEB)

 Monsignor Arciprete Elvezio era uno di quei grandi e forti pretoni italiani che hanno fatto la storia delle nostre collettività religiose e che ora, in genere, non ci sono più.
 Bisogna pensare che la Romagna non era un posto facile per le cose di religione. Ora non so com’è, manco dal paese da molti anni. Fu terra di anarchici e repubblicani duramente avversi prima ai papi-re, che possedettero Cervia e i cervesi dal Cinquecento, e poi ai re Savoia, che li possedettero dall’Ottocento, e anche particolarmente anticlericali in quanto libertari antimonarchici, poco inclini ad essere posseduti. In un contesto sociale abbastanza difficile per quella radicata tradizione, mons. Elvezio godeva, per quello che potetti constatare, del generale rispetto della gente del luogo. La sua figura  mi parve sovrastare talmente quella dei suoi parrocchiani, e anche quella degli altri preti della parrocchia e dintorni, da poter dire che egli era la sua parrocchia. Bisogna dire che io andavo a Cervia d’estate, quando l’attività dei vari gruppi parrocchiali era sospesa, ma, insomma, la sensazione era che tutti facessero molto conto sull’Arciprete, il quale era molto attivo sia nel promuovere lavori di restauro della Cattedrale, sia nelle questioni pastorali e caritative.
 Ai tempi nostri è all’ordine del giorno la questione dell’accesa conflittualità che a volte contrappone i vari gruppi associativi e  confraternite che operano nelle parrocchie, non di rado conseguenza di orientamenti ideologici marcatamente diversi e in lotta fra loro per il predominio a spese degli altri. Beh, con preti del tipo di mons. Elvezio cose simili non potevano  certamente accadere. Egli era sicuramente autoritario, ma l’autorità gli veniva riconosciuta e veniva invocata dal popolo dei clericali e degli anticlericali. Cominciai a frequentare la parrocchia di Cervia da ragazzino e l’ultima volta che ci andai ero uomo fatto, con figli e un lavoro nello Stato. Anch’io ero diventato un po’ un’autorità. Ma né da adolescente né dopo mi sarebbe mai passata per la mente un’alzata di testa verso l’Arciprete. Penso che questa fosse la condizioni di tutti all’epoca. C’era  nei suoi confronti quel misto di riverenza e di affetto che qualche volta ho visto circondare certi vescovi. Ci si aspettava da mons. Elvezio che facesse  l’arciprete, anche se se ne aveva un certo timore che era però espressione di rispetto. Non si temevano le sue lavate di capo per qualche cosa di serio che potesse realmente derivarne, ma perché  si teneva al suo apprezzamento, alla sua stima, poiché era persona che tutti stimavano molto e quindi essere in linea con lui significava anche essere stimati dalla gente, di riflesso per così come dire.
 Di solito nelle parrocchie di città l’estate è un tempo in cui c’è meno lavoro per i preti. In un importante centro turistico come Cervia non è così. D’estate arrivano migliaia di turisti non pochi dei quali approfittano delle vacanze per ristorarsi anche dal punto di vista religioso. C’è quindi una domanda di quel particolare accudimento delle persone che in ecclesialese viene chiamato pastorale. All’epoca tutto ciò gravava fondamentalmente sui sacerdoti della parrocchia e in particolare sull’Arciprete.
 La domenica e nelle altre feste del periodo estivo la Messa veniva celebrata la sera, oltre che in Cattedrale, in un campetto vicino al mare, dove era stata costruita una piccola cappella che copriva un altare. Si partecipava alla Messa all’aperto. All’aperto era lo spartano confessionale, molto frequentato. Celebrava mons. Elvezio. A me piacevano molto le sue omelie. Conosceva bene le necessità del suo gregge e sembrava che parlasse al cuore di tutti. Sintetico ma profondo, capace di intuire bene i problemi di vita del gregge, alla fine ci congedava invitandoci a portare a casa o in albergo il foglietto  della Messa, con le letture bibliche del giorno. Così, in quel tempo libero delle vacanze, ci si poteva tornare su con tranquillità.
 Non ho trovato sul WEB una fotografia di mons.Elvezio e non ne ho nei miei album.
 Per dare un’idea dell’uomo, posso fare riferimento al pretone emiliano tratteggiato da Giovanni Guareschi nei suoi racconti e libri della saga di Don Camillo. Guareschi veniva in vacanza a Cervia, dove morì l’estate dell’anno in cui nella parrocchia arrivò mons. Elvezio. Non so se  i due ebbero modo di conoscersi. Certamente Guareschi non prese a modello precisamente mons. Elvezio per il suo prete letterario, perché lo creò molto prima che l’Arciprete arrivasse a Cervia. Ma di pretoni così abbondavano l’Emilia e la Romagna del suo tempo. Era, quello del Don Camillo di Guareschi,  un  modello di prete grande e grosso, burbero, autoritario, ma buono, altruista, coraggioso, sollecito per il gregge  in particolare verso i bisognosi, restauratore di edifici religiosi e di collettività di fedeli, stimato incondizionatamente dalla gente di ogni colore come realmente  fu mons. Elvezio. Il Don Camillo   e mons. Elvezio differiscono solo per il fatto che non udii mai mons. Elvezio parlare di politica dal pulpito.
  Non credo che siano rimasti molti pretoni come mons. Elvezio in giro, in Italia. I motivi sono tanti. Dagli anni ’60 entrò in crisi il modello di prete che egli impersonò. Cominciò il protagonismo dei nuovi gruppi associativi sorti dopo il Concilio Vaticano 2°. Oggi i preti italiani di nascita sono in gran parte molto anziani e i più giovani vengono molte volte dall’estero. Un prete straniero può fare senz’altro tra noi in modo dignitoso il suo mestiere, ma difficilmente può veramente esercitare per una collettività religiosa quell’intenso ruolo di animazione civile che i preti italiani svolsero in Italia dalla metà dell’Ottocento  e che, in particolare, passando per Romolo Murri, Luigi Sturzo, Lorenzo Milani, David Maria Turoldo, Giuseppe Dossetti e molti altri ha condotto alla faticosa, travagliata, accettazione del metodo e dei principi democratici anche in religione, almeno per quanto riguarda le questioni temporali, gli affari delle comunità civili.
 Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a una progressiva eclisse del clero, in particolare di quello diocesano, con tanto vigore impersonato da preti del tipo di mons. Elvezio di Cervia. Certe volte cerchiamo ancora preti così nei nostri Papi, che con Wojtyla e Bergoglio in qualche modo talvolta hanno corrisposto a questo desiderio.
  In genere però i Papi tendono a impersonare un altro modello di prete e di vescovo, quello che, ai tempi dei miei soggiorni cervesi, vidi rappresentato dall’Arcivescovo di Ravenna, Ersilio Tonini, tanto simile al modello di vescovo che troviamo nei libri di Guareschi affiancato al Don Camillo. Era impressionante vedere l’esile persona  dell’Arcivescovo, fine intellettuale e brillante giornalista, accanto alla maestosa imponenza dell’Arciprete, in occasione delle sue visite pastorali in Cattedrale, per l’apparente stridente contrasto tra le due figure che però si componeva nell’atteggiamento di affettuosa protezione del quale mons. Elvezio circondava il suo vescovo, al quale poi faceva riscontro, eco, quello di tutto il popolo, al seguito del suo parroco.
 Ma non dobbiamo farci illusioni: per tanti motivi il futuro delle nostre collettività religiose sarà affidato sempre più a noi laici. E, devo dire, qualche volta il pretenzioso autoritarismo senza autorità ed incolto espresso da alcuni settori del laicato fa rimpiangere l’autoritarismo dei grandi preti del passato, frutto di autorità conquistata tra la gente, riconosciuta e invocata dal gregge, e di una lunga e completa formazione sia culturale che spirituale che umana. Ah, la grande umanità, il grande cuore, dei pretoni di ieri! L’accanita lotta di tutti contro tutti che qualche volta caratterizza la vita delle parrocchie e diocesi, per far passare il punto di vista del proprio gruppo a scapito degli altri, di volta in volta dipinti come eretici o imbelli o corrotti o scarti da ripulire di un passato da superare, e che talvolta sembra voler cercare di influire addirittura nei conclavi, non è certo il meglio che la nostra confessione religiosa ha espresso. I laici oggi hanno acquisito dimestichezza con l’ecclesialese e si riempiono la bocca con la pastorale, ma certe volte mi sembrano più vicini alla pastorizia come è realmente nell’economia, vale a dire attività di sfruttamento del gregge, innanzi tutto di tipo politico, che a quella  presentata come parabola nei racconti evangelici, che ci parlano  di un buon pastore  che non si sognerebbe mai di macellare un abbacchietto del gregge, ma se lo porta sulle spalle, vicino alle pecore madri, come è scritto.
 La sfida, come ha scritto Ignazio Sanna nell’articolo che ho citato ieri, è quella di realizzare la sinodalità anche tra noi laici, che significa non gestire i (pochi) spazi di democrazia consultiva nei quali siamo corresponsabilizzati nelle attività parrocchiali come riunioni di condominio, che, secondo una nota battuta dell’attore Raimondo Vianello, sono spesso quanto di più simile all’inferno si possa immaginare. Sinodalità significa procedere insieme  a tutta la gente di fede che ci è capitata accanto, senza cedere alla tentazione di silenziare o di escludere quelli che non hanno le nostre stesse opinioni e stili di vita, anche quando capita che siano in minoranza. Sinodalità  significa anche andare oltre la democrazia rappresentativa, significa sentirsi tutti coinvolti nel lavoro che ci si aspetta da una collettività religiosa.
  Come fare però, senza pretoni alla mons. Elvezio che richiamino all’ordine chi si allarga, chi sgomita?
 Ratzinger una volta disse che con la nuova liturgia della Messa, con il prete rivolto verso i fedeli invece che verso l’altare, in realtà le comunità religiose celebravano se stesse, e non sempre era un bello spettacolo. Penso che la sfida consista appunto in questo: nel fare di noi uno spettacolo migliore.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli