L’Arciprete
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| La Cattedrale di Cervia |
Per circa vent’anni la mia famiglia d’estate è
andata in vacanza al mare a Cervia, sul litorale romagnolo, in provincia di Ravenna.
Qui sopra vedete un’immagine della Cattedrale,
che è anche sede della parrocchia.
Ho
scritto Cattedrale perché Cervia è una diocesi, che è stata unita
all’Arcidiocesi di Ravenna. L'Arcivescovo metropolita di Ravenna è anche vescovo di Cervia. Il
parroco di Cervia è arciprete perché
ha una particolare autorità sulle altre parrocchie del vicariato di Cervia.
In quei vent’anni in cui andammo al mare a Cervia, fu arciprete mons.
Elvezio Tanasini, che prima era stato parroco a Portomaggiore, in provincia di
Ferrara in Emilia, per quindici anni. Il Comune di Portomaggiore gli ha
intitolato una via (incollo qui sotto una foto dell’evento che ho trovato sul
WEB) e questo dice bene della forte personalità di quel prete e della stima
cittadina che lo circondava, sia a Portomaggiore che a Cervia.
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| La strada intitolata a mons. Elvezio Tanasini, a Portomaggiore in provincia di Ferrara (foto da WEB) |
Monsignor Arciprete
Elvezio era uno di quei grandi e forti pretoni italiani che hanno fatto la
storia delle nostre collettività religiose e che ora, in genere, non ci sono
più.
Bisogna pensare che la Romagna non era un
posto facile per le cose di religione. Ora non so com’è, manco dal paese da
molti anni. Fu terra di anarchici e repubblicani duramente avversi prima ai
papi-re, che possedettero Cervia e i cervesi dal Cinquecento, e poi ai re
Savoia, che li possedettero dall’Ottocento, e anche particolarmente
anticlericali in quanto libertari antimonarchici, poco inclini ad essere posseduti. In un contesto sociale
abbastanza difficile per quella radicata tradizione, mons. Elvezio godeva, per
quello che potetti constatare, del generale rispetto della gente del luogo. La
sua figura mi parve sovrastare talmente
quella dei suoi parrocchiani, e anche quella degli altri preti della parrocchia
e dintorni, da poter dire che egli era la
sua parrocchia. Bisogna dire che io andavo a Cervia d’estate, quando
l’attività dei vari gruppi parrocchiali era sospesa, ma, insomma, la sensazione
era che tutti facessero molto conto sull’Arciprete, il quale era molto attivo
sia nel promuovere lavori di restauro della Cattedrale, sia nelle questioni
pastorali e caritative.
Ai tempi nostri è all’ordine del giorno la
questione dell’accesa conflittualità che a volte contrappone i vari gruppi
associativi e confraternite che operano
nelle parrocchie, non di rado conseguenza di orientamenti ideologici marcatamente
diversi e in lotta fra loro per il predominio a spese degli altri. Beh, con
preti del tipo di mons. Elvezio cose simili non potevano certamente accadere. Egli era
sicuramente autoritario, ma l’autorità gli veniva riconosciuta e veniva
invocata dal popolo dei clericali e degli anticlericali. Cominciai a frequentare
la parrocchia di Cervia da ragazzino e l’ultima volta che ci andai ero uomo
fatto, con figli e un lavoro nello Stato. Anch’io ero diventato un po’ un’autorità.
Ma né da adolescente né dopo mi sarebbe mai passata per la mente un’alzata di
testa verso l’Arciprete. Penso che questa fosse la condizioni di tutti all’epoca.
C’era nei suoi confronti quel misto di
riverenza e di affetto che qualche volta ho visto circondare certi vescovi. Ci
si aspettava da mons. Elvezio che facesse
l’arciprete, anche se se ne aveva un
certo timore che era però espressione di rispetto. Non si temevano le sue
lavate di capo per qualche cosa di serio che potesse realmente derivarne, ma
perché si teneva al suo apprezzamento, alla sua stima, poiché era persona
che tutti stimavano molto e quindi essere in linea con lui significava anche
essere stimati dalla gente, di riflesso per così come dire.
Di solito nelle parrocchie di città l’estate è
un tempo in cui c’è meno lavoro per i preti. In un importante centro turistico
come Cervia non è così. D’estate arrivano migliaia di turisti non pochi dei
quali approfittano delle vacanze per ristorarsi anche dal punto di vista
religioso. C’è quindi una domanda di quel particolare accudimento delle persone
che in ecclesialese viene chiamato pastorale. All’epoca tutto ciò gravava
fondamentalmente sui sacerdoti della parrocchia e in particolare sull’Arciprete.
La domenica e nelle altre feste del periodo
estivo la Messa veniva celebrata la sera, oltre che in Cattedrale, in un
campetto vicino al mare, dove era stata costruita una piccola cappella che copriva
un altare. Si partecipava alla Messa all’aperto. All’aperto era lo spartano
confessionale, molto frequentato. Celebrava mons. Elvezio. A me piacevano molto
le sue omelie. Conosceva bene le necessità del suo gregge e sembrava che parlasse al cuore di tutti. Sintetico ma
profondo, capace di intuire bene i problemi di vita del gregge, alla fine ci congedava invitandoci a portare a casa o in
albergo il foglietto della Messa, con le letture bibliche del
giorno. Così, in quel tempo libero delle vacanze, ci si poteva tornare su con
tranquillità.
Non ho trovato sul WEB una fotografia di
mons.Elvezio e non ne ho nei miei album.
Per dare un’idea dell’uomo, posso fare
riferimento al pretone emiliano tratteggiato da Giovanni Guareschi nei suoi
racconti e libri della saga di Don
Camillo. Guareschi veniva in vacanza a Cervia, dove morì l’estate dell’anno
in cui nella parrocchia arrivò mons. Elvezio. Non so se i due ebbero modo di conoscersi. Certamente
Guareschi non prese a modello precisamente mons. Elvezio per il suo prete
letterario, perché lo creò molto prima che l’Arciprete arrivasse a Cervia. Ma
di pretoni così abbondavano l’Emilia e la Romagna del suo tempo. Era, quello
del Don Camillo di Guareschi, un
modello di prete grande e grosso, burbero, autoritario, ma buono,
altruista, coraggioso, sollecito per il gregge
in particolare verso i bisognosi, restauratore
di edifici religiosi e di collettività di fedeli, stimato incondizionatamente dalla
gente di ogni colore come realmente fu
mons. Elvezio. Il Don Camillo e
mons. Elvezio differiscono solo per il fatto che non udii mai mons. Elvezio
parlare di politica dal pulpito.
Non credo che siano rimasti molti pretoni come mons. Elvezio in giro, in
Italia. I motivi sono tanti. Dagli anni ’60 entrò in crisi il modello di prete
che egli impersonò. Cominciò il protagonismo dei nuovi gruppi associativi sorti
dopo il Concilio Vaticano 2°. Oggi i preti italiani di nascita sono in gran
parte molto anziani e i più giovani vengono molte volte dall’estero. Un prete
straniero può fare senz’altro tra noi in modo dignitoso il suo mestiere, ma
difficilmente può veramente esercitare per una collettività religiosa quell’intenso
ruolo di animazione civile che i preti italiani svolsero in Italia dalla metà dell’Ottocento e che, in particolare, passando per Romolo
Murri, Luigi Sturzo, Lorenzo Milani, David Maria Turoldo, Giuseppe Dossetti e
molti altri ha condotto alla faticosa, travagliata, accettazione del metodo e
dei principi democratici anche in religione, almeno per quanto riguarda le
questioni temporali, gli affari delle
comunità civili.
Negli ultimi cinquant’anni abbiamo assistito a
una progressiva eclisse del clero, in particolare di quello diocesano, con
tanto vigore impersonato da preti del tipo di mons. Elvezio di Cervia. Certe
volte cerchiamo ancora preti così nei nostri Papi, che con Wojtyla e Bergoglio
in qualche modo talvolta hanno corrisposto a questo desiderio.
In genere però i Papi tendono a impersonare un altro modello di prete e
di vescovo, quello che, ai tempi dei miei soggiorni cervesi, vidi rappresentato
dall’Arcivescovo di Ravenna, Ersilio Tonini, tanto simile al modello di vescovo
che troviamo nei libri di Guareschi affiancato al Don Camillo. Era impressionante vedere l’esile persona dell’Arcivescovo,
fine intellettuale e brillante giornalista, accanto alla maestosa imponenza dell’Arciprete,
in occasione delle sue visite pastorali in Cattedrale, per l’apparente
stridente contrasto tra le due figure che però si componeva nell’atteggiamento
di affettuosa protezione del quale mons. Elvezio circondava il suo vescovo, al
quale poi faceva riscontro, eco, quello di tutto il popolo, al seguito del suo
parroco.
Ma non dobbiamo farci illusioni: per tanti
motivi il futuro delle nostre collettività religiose sarà affidato sempre più a
noi laici. E, devo dire, qualche volta il pretenzioso autoritarismo senza
autorità ed incolto espresso da alcuni settori del laicato fa rimpiangere l’autoritarismo
dei grandi preti del passato, frutto di autorità conquistata tra la gente,
riconosciuta e invocata dal gregge, e
di una lunga e completa formazione sia culturale che spirituale che umana. Ah,
la grande umanità, il grande cuore, dei pretoni di ieri! L’accanita lotta di
tutti contro tutti che qualche volta caratterizza la vita delle parrocchie e
diocesi, per far passare il punto di vista del proprio gruppo a scapito degli
altri, di volta in volta dipinti come eretici o imbelli o corrotti o scarti da
ripulire di un passato da superare, e che talvolta sembra voler cercare di
influire addirittura nei conclavi, non è certo il meglio che la nostra
confessione religiosa ha espresso. I laici oggi hanno acquisito dimestichezza
con l’ecclesialese e si riempiono la
bocca con la pastorale, ma certe
volte mi sembrano più vicini alla pastorizia come è realmente nell’economia,
vale a dire attività di sfruttamento del gregge,
innanzi tutto di tipo politico, che a quella presentata come parabola nei racconti evangelici, che ci parlano di un buon pastore che non si sognerebbe mai di macellare un
abbacchietto del gregge, ma se lo porta sulle spalle, vicino alle pecore madri,
come è scritto.
La sfida, come ha scritto Ignazio Sanna nell’articolo
che ho citato ieri, è quella di realizzare la sinodalità anche tra noi laici, che significa non gestire i (pochi)
spazi di democrazia consultiva nei quali siamo corresponsabilizzati nelle
attività parrocchiali come riunioni di condominio, che, secondo una nota
battuta dell’attore Raimondo Vianello, sono spesso quanto di più simile all’inferno
si possa immaginare. Sinodalità
significa procedere insieme a tutta la gente di fede che ci è capitata
accanto, senza cedere alla tentazione di silenziare o di escludere quelli che
non hanno le nostre stesse opinioni e stili di vita, anche quando capita che
siano in minoranza. Sinodalità significa anche andare oltre la democrazia
rappresentativa, significa sentirsi tutti
coinvolti nel lavoro che ci si aspetta da una collettività religiosa.
Come fare però, senza pretoni alla mons. Elvezio che richiamino all’ordine
chi si allarga, chi sgomita?
Ratzinger una volta disse che con la nuova
liturgia della Messa, con il prete rivolto verso i fedeli invece che verso l’altare,
in realtà le comunità religiose celebravano se stesse, e non sempre era un
bello spettacolo. Penso che la sfida consista appunto in questo: nel fare di
noi uno spettacolo migliore.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

