Parrocchia: la
comunità ecclesiale più vicina alla gente
![]() |
| La chiesa parrocchiale dei Santi Néreo e Achìlleo, a Milano, nel quartiere Città Studi, in viale Argonne |
Questa che vedete qui sopra, nella fotografia,
è la chiesa parrocchiale intitolata ai santi Néreo e Achìlleo, a Milano, nel
quartiere Città Studi, in fondo al grande viale Argonne. Fu voluta nel 1937 dal cardinale Alfonso
Ildebrando Shuster, la cui memoria è emersa dalle parole di don Giovanni
Barbareschi che ho trascritto qualche giorno fa. E’ una chiesa molto grande,
con un’alta cupola dal disegno particolare, che si vede chiaramente anche dai
treni che arrivano da Roma e che corrono nella vicina sede ferroviaria, oltrepassata
di poco la stazione di Rogoredo. E’ a un capo di viale Argonne, una lunga
strada rettilinea che al centro ha un parco pubblico, anche con attrezzature
sportive. E’ inserita in un quartiere molto popoloso, nei pressi
dell’Università statale e dell’Istituto Tumori. Io vi abitai per circa sei mesi
al tempo in cui subii il trapianto di midollo che mi ha consentito di rimanere
in vita.
Dopo il trapianto, non potevo frequentare luoghi affollati, a causa
della grave immunodepressione che si ha dopo quel tipo di procedura e che comporta la sostituzione dei
tessuti che producono gli elementi corpuscolati del sangue, globuli rossi e
bianchi e piastrine. La carenza di globuli bianchi, che si supera in genere nel
giro di un anno, rende molto pericolose tutte le infezioni, anche quelle
banali, in particolare quelle che si trasmettono per via aerea e contro le
quali è più difficile difendersi (anche indossando la mascherina chirurgica che
è prescritta nei primi mesi quando non si può fare a meno di andare in posti
con molta gente, ad esempio per le visite mediche in ospedale).
Ai tempi del trapianto mi limitai quindi a
girare nei pressi di quella chiesa parrocchiale, passeggiando su viale Argonne
con mia moglie, all’inizio molto vicino al residence dove abitavo e poi, pian
piano sempre più lontano, fino a percorrere tutto il viale, avanti e indietro
(quando si esce dall’ospedale dopo il trapianto si è piuttosto deboli). Qualche
volta entrai in chiesa, ma non quando si celebrava la Messa. E’ un edificio
molto grande, costruito con l’architettura che negli anni ’30 ci si aspettava
per una chiesa, ad eccezione della cupola, inserita in un tiburio che venne costruito in modo da ricordare il triregno papale, la pesante corona a tra strati un
tempo indossata dai papi.
Per quanto non potessi frequentarla, quella
chiesa parrocchiale mi fu sempre molto vicina al tempo del mio soggiorno
milanese. Infatti la sera le sue campane suonavano l’Ave Maria di Lourdes
e si sentivano distintamente dalla mia stanza al residence. Era un momento
importante per me e per mia moglie, dopo una giornata di controlli all’ospedale
(nei primi tre mesi sono quotidiani, poi, per alcuni altri mesi, almeno due o
tre volte la settimana). Qualche minuto in cui venivano evocate la pace e la
speranza, in un tempo di dura lotta per la vita. Il culto mariano è molto bello
per questo. I mesi mariani di maggio in parrocchia, da noi qui a San Clemente,
vissuti con gli altri bambini del catechismo al tempo della mia infanzia, li
ricordo molto bene, mentre di tutto il resto mi è rimasto poco.
Dunque, dicevo, quella parrocchia mi fu veramente
vicina, in quel modo, con quel suono di campane che era insieme una preghiera.
ll compito della parrocchia, in fondo, è proprio questo, quello di rimanere
vicina alla gente!.
Ha scritto Ignazio Sanna, su L’Arborense (la rivista settimanale
della Diocesi di Oristano - Sardegna) che mi è appena arrivato, commentando
l’avvio alla conclusione del sinodo diocesano:
“Ribadisco che la parrocchia è la forma di Chiesa più visibile, la «comunità
ecclesiale più vicina alla gente», capace di far riconoscere la
presenza di Cristo nella storia. Essa è l’ambito ordinario dove si nasce e si
cresce nella fede, e costituisce lo spazio comunitario, il più adeguato,
affinché il ministero della Parola realizzato sia contemporaneamente
insegnamento, educazione ed esperienza vitale. In essa si vivono rapporti di
prossimità in un determinato territorio,
e al suo interno si realizzano vincoli concreti di conoscenza, di amore e di
carità. Essa rappresenta la composizione del Popolo di Dio, perché, in
comunione con il presbitero, lavorino e interagiscano tra di loro (in autentico
spirito di servizio e di corresponsabilità) uomini e donne, giovani e adulti,
ragazze e ragazze, sani e malati.
Due convinzioni in modo
particolare, devono esser acquisite come frutto del lavoro sinodale. La prima
convinzione è che la parrocchia si qualifica non per se stessa, ma in
riferimento alla Chiesa particolare, di cui costituisce un’articolazione. E’ la
diocesi che assicura la presenza della
Chiesa in un determinato territorio, nelle dimore degli uomini. Il soggetto
della missione e dell’evangelizzazione è la Chies nella sua globalità e da
essa, sul fondamento della successione apostolica, scaturisce la certezza della
fede annunciata. E’ attraverso la diocesi e, in forza della sua necessità
teologica, che la parrocchia esprime la sua propria dimensione locale, ed è a
un tempo «scelta storica», non realtà meramente
amministrativa, ma soprattutto «scelta pastorale».
In ultima analisi, la parrocchia è la forma privilegiata della localizzazione
della Chiesa particolare.
La seconda convinzione è che il
modo più adatto di vivere la comunione e la corresponsabilità è la sinodalità.
Per il Concilio, infatti, la Chiesa è un popolo che cammina insieme nella
storia, per essere segno del regno di Dio a tutta l’umanità. La radice ultima
della sinodalità è il sacramento del battesimo che consacra il cristiano e lo
fa membro del popolo di Dio. La sinodalità è un modo di essere, di esprimersi,
di incontrarsi, in cui si vive gli uni per gli altri, si cerca il bene altrui
come il proprio, si fa a gara nello stimarsi a vicenda. In tutti gli ambiti che
la pastorale consente alla comunità diocesana di lavorare insieme, lo stile di
della comunione e della sinodalità dovrà improntare i rapporti e le relazioni:
nella conduzione di progetti e di idee, nel dialogo e nel confronto continuo,
nella collaborazione tra presbiteri e fedeli battezzati, nella promozione dell’unità
nella diversità”.
Nella parrocchia milanese dei Santi Néreo e
Achilleo si è da poco svolta l’assemblea, molto partecipata, per l’elezione dei
membri del Consiglio pastorale. Notizie più dettagliate le potrete trovare all’indirizzo
WEB
<http://lnx.nereoachilleo.it/joomla/consiglio-pastorale>
Quella dei Consigli pastorali, come quella più
innovativa del sinodo parrocchiale della parrocchia bolognese di San Giuseppe
di cui ho scritto giorni fa, può essere un’importante occasione per conoscersi
meglio e per coalizzare tutte le energie
disponibili per connettersi meglio con l’ambiente sociale locale. Lo spirito sinodale di cui ha scritto Sanna è la
volontà di non sopraffare mai gli altri, di non cedere alla tentazione di fare
a meno di quelli che non la pensano come noi, di rimanere uniti in un’unità non
forzata ma realmente benevolente. Non è stato e non è sempre facile realizzare
qualcosa di simile, sia nei sinodi delle origini, che riguardavano solo il
clero, sia in quelli moderni, nella nostra e in altre confessioni delle nostra
fede, a cui partecipa anche la gente comune, oltre che i pastori. Nella nostra parrocchia
sento che c’è qualche problema in Consiglio pastorale, per coloro che non
seguono l’ideologia proposta dal Cammino Neocatecumenale, il quale esprime una
numerosa fraternità laicale. Gli amici neocatecumenali sono molto impegnati nel
costruire comunità molto coese, intorno a un preciso progetto religioso e di vita
familiare, ma anche di annuncio di fede, a gradi crescenti di coinvolgimento e
impegno. Questo li porta, almeno per come posso constatare da esterno, verso
una selezione di coloro da unire a
quel programma. Alcuni, come me, rimangono fuori perché non condividono quell’impostazione
per varie ragioni, altri perché, per le loro idee e stili di vita, non vengono
ritenuti adatti. Questo modo di fare, se può senz’altro essere alla base di un
programma comunitario specifico, un po’ come avviene per gli ordini religiosi
in cui si è ammessi previo scrutinio, non può essere generalizzato come impostazione
di un’intera parrocchia, che è la casa di tutti i battezzati del quartiere,
senza eccezione, qualunque idea o stile di vita seguano. Se però questo, anche inconsapevolmente o
comunque con le migliori intenzioni, avviene, poi si crea una sorta di frattura
con la società in cui la parrocchia è immersa. Ecco quindi la necessità di
recuperare quello stile sinodale a
cui faceva riferimento Sanna.
Bisogna acquisire consapevolezza che, nell’interpretare nella vita
sociale la fede religiosa, ci sono molte vie legittime, che riflettono l’articolazione
e la complessità della società in cui si vive. Storicamente le nostre
collettività di fede non hanno mai vissuto una monocultura, anche se il
confronto con la diversità altrui è stato spesso difficile, e anche tragico
quando, in epoche non democratiche, i sovrani religiosi avevano in sostanza
potere di vita e di morte sui fedeli, in ciò assecondati da quelli civili ai
quali erano federati.
E, soprattutto, come ha detto Domenico
Sigalini in una bella omelia pronunciata l’anno scorso a Palestrina, che potete
leggere su questo stesso blog, bisogna avere consapevolezza che:
“Non è scritto per
nessun cristiano il Libro delle Giovani Marmotte. Non so se avete
letto Paperino. Quando mancava Paperino, non sapevano
che fare quelle oche lì; allora c'era un libro nel quale andavano a leggersi
come fare un uovo fritto, lo prendi così, lo spacchi cosà, come fanno i vostri
mariti quando non ci siete voi a casa. Telefonano "Come faccio a fare
questo?", eh? Il Libro delle Giovani Marmotte,
dove c'è scritto tutto quello che devi fare quando manca il capo. Non abbiamo
il Libro delle Giovani Marmotte perché manca Gesù, dove c'è scritto
tutto, già definito, tutto quello che si deve fare. Quante volte voi mamme e
papà avete dovuto tribolare per decidere cosa fare nella vostra famiglia, pur
essendo cristiani, pur sapendo il Vangelo, pur sapendo tutti i Comandamenti!
Perché la nostra vita non è mai all'altezza del Vangelo, se non c'è lo Spirito
Santo che ci illumina. "Prendi questa decisione!", "Prendi
quest'altra". Siamo sempre aperti, non abbiate in tasca nessuno la verità!
La verità è sempre Gesù ed è lo Spirito Santo, che ci aiuta ad essere più
docili. C'è solo lo Spirito Santo. La nostra docilità e la nostra umanità,
affidata tutta a Dio e soltanto a Dio.”
Sento che è necessario un cambio di rotta,
perché la vita della nostra parrocchia mi appare impostata su una monocultura
che, proprio perché tende ad essere esclusiva, quindi a sottrarsi al confronto
sinodale con altri orientamenti presenti nelle nostre collettività religiose, può
diventare un problema nella nostra comunicazione con la gente del quartiere,
invece che arricchire il panorama sociale in cui è inserita.
Certo, nel nostro quartiere non sono tutte
rose e fiori, intorno a noi c’è gente cattiva, e anche molto cattiva, come
dimostrano gli efferati delitti di sangue che vi sono stati consumati (tre
omicidi in pochi anni). E’ piuttosto
evidente la povertà interiore di persone che, giovani e anziane, ci passano
vicino. E la meschinità dei vecchi mi avvilisce di più, sia perché mi avvio
verso l’età anziana e non vorrei cascarci dentro anch’io, sia perché da un
anziano ci si aspetta la saggezza distillato di una lunga vita. Ma la soluzione non è chiudersi in un fortino
comunitario, dal quale si esce periodicamente in processione per mostrare le
proprie bandiere, sulle quali scriviamo a grandi lettere “Dio ti ama”, per poi ritornare dietro gli spalti, senza aver
realmente incontrato nessuno, senza mai aver realmente ascoltato nessuno, senza mai aver avviato un dialogo con nessuno. Sì, va bene,
dobbiamo gridare la nostra fede dai tetti, magari ai tempi
nostri aiutandoci con gli altoparlanti, ma basta questo? Tra l’annuncio, fatto in quel modo, e l’indottrinamento, l’inculcazione di
nozioni di fede e stili di vita progettati da altri, non serve forse anche una mediazione, che passa per il dialogo e una vicinanza veramente fraterna, a prescindere da un formale reclutamento in una certa
comunità di volenterosi? Fuori c’è
solo cattiveria e malaffare o si può anche imparare qualcosa sul bene?
Sarebbe bello poterci confrontare su questi
temi con spirito veramente sinodale.
Non sarebbe tempo sprecato. Allacciare nuovi legami è bello e necessario, è il
terreno sul quale può poi essere seminata la fede.
Concludo scrivendo che uno degli annunci religiosi più belli e coinvolgenti che mi sono
giunti nella vita è stato quel suono delle campane della chiesa parrocchiale
dei Santi Néreo e Achìlleo di cui ho scritto prima. Chiamava alla preghiera e,
in fondo a una preghiera comunitaria, proponendo un’accettazione incondizionata
e, insieme, partecipe delle fatiche, dei problemi e dei dolori di tutti, anche
di coloro che erano, come me, forzatamente lontani. Un atteggiamento materno che non sarebbe male riscoprire
e che tempera il baldanzoso e pretenzioso autoritarismo paterno che mi pare abbia tanti convinti seguaci e interpreti tra noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
