Irrilevanti
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| Ernesto Balducci (1922-1992), uno dei grandi preti formatori alla politica per la mia generazione |
Leggo queste frasi, che ci vengono dall’alto:
“…in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie
sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare
afflizione e tribolazione -in questo quadro realisticamente poco confortante-
la nostra vocazioni cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente:
ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e
speranza agli altri. La nostra vocazione è ascoltare ciò che il Signore ci
chiede: ‘Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40,1).
Infatti, a noi viene chiesto di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza
alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro
croci, accompagnandoli, senza mai stancarci di operare per risollevarli con la
forza che viene solo da Dio.
[…]
[Occorre avere sempre sensibilità
ecclesiale, vale a dire un] appropriarsi
degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia,
di concretezza -la carità di Cristo è concreta- e di saggezza. [Ciò
comporta il dovere] di non essere timidi o irrilevanti nello
sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e
provata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie,
pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani,
sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando
i deboli e i bisognosi. Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa
uscire verso il popolo di Dio, per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche
che gli tolgono l’identità e la dignità umana.
[…]
La
sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza nel rinforzare l’indispensabile
ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono. In
realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero
aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input
clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello
politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo. Hanno
invece tutti la necessità del vescovo pastore!
[…]
Manca l’abitudine di verificare la recezione di programmi e l’attuazione
dei progetti. Si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le
solite voci, narcotizza le Comunità, omologando scelte, opinioni e persone”.
In uno dei miei precedenti interventi ho accennato alle molte
controindicazioni delle religioni, e anche di quella nostra. Parlando di religioni, mi riferisco alla dimensione sociale delle
fedi. In Europa orientale, nel Vicino Oriente e nell’Africa Settentrionale ed
Equatoriale abbiamo assistito a manifestazioni politiche molto negative delle
religioni. Nel conflitto in Ucraina, ad esempio, la nostra stessa fede
religiosa è stata utilizzata per motivare allo scontro bellico. Può sembrare
paradossale, tenendo conto del tanto parlare e scrivere che si fa di amore nelle nostre questioni di fede, ma
per la verità storicamente è una posizione che ciclicamente è stata
predominante. Anche in Italia abbiamo potuto riscontrare effetti
controproducenti della religione, questa volta proprio di quella espressa dalla
nostra confessione religiosa, e, in particolare, nel campo dello sviluppo dei
diritti civili. Ciò è stato molto
sensibile nel campo delle questioni della parità di genere, della libertà
sessuale e delle questioni riproduttive. In politica si è stati spinti verso
orientamenti opportunistici e tattici, perdendo la capacità della riflessione
strategica, di lungo periodo: possiamo francamente riconoscere che si è
interrotto il processo di assimilazione dei principi democratici da parte delle
nostre collettività religiose. Questo è accaduto in tempi in cui la loro
rilevanza politica è molto aumentata, costituendo esse, complessivamente, la
più potente, estesa e capillare organizzazione politica in Italia. Tanto che il
passaggio di fase politica attuatosi nell’autunno del 2011 è stato sostanzialmente prodotto per decreto
dei nostri vescovi e che la successiva fase politica ha visto sostanzialmente una
formazione neoclericale partecipe della maggioranza di governo. L’attuale scena
politica nazionale può esser vista come
il prodotto di quel processo, con l’aggiunta della rilevantissima novità
costituita dal nuovo atteggiamento politico della gerarchia del clero che, per
la prima volta dall’Unità nazionale!, apparentemente ora si astiene dal cercare
di intervenire in prima persona e con il vincolo dell’obbedienza canonica nelle
questioni politiche.
In generale nelle nostre collettività religiose manca da molto tempo la
possibilità di discutere sui temi della politica, quindi delle questioni
pubbliche. La faccenda è sbrigativamente risolta nel senso che si devono
appoggiare le formazioni che nei loro programmi fanno atto di sottomissione all’ideologia
dei valori non negoziabili e,
sostanzialmente, all’ideologia della nostra gerarchia del clero in materia di
aborto e prevenzione di gravidanze indesiderate, eutanasia, procreazione assistita,
unioni civili, omosessualità, finanziamenti alla scuola privata, insegnamento
della religione nelle scuole pubbliche, tassazione dei redditi delle
organizzazioni religiose. In genere solo le organizzazioni di destra sono
disposte a farlo. Ma la politica nazionale è molto di più di questo. E in
quello che rimane fuori c’è appunto quello che serve per contrastare la
corruzione pubblica e privata, per correggere le diseguaglianze sociali e per
dare ai giovani la speranza di un loro futuro di inclusione sociale. Proprio
perché tutto questo è rimasto per tanto tempo fuori dell’orizzonte della formazione religiosa, e invece ora se ne
torna a comprendere il valore anche per la fede, noi difettiamo di un numero
sufficiente di laici “con formazione
cristiana autentica” pronti ad assumersi le responsabilità in politica. Certo,
oggi si colgono gli effetti controproducenti dei vescovi-pilota e dei
monsignori-pilota, ma per un tempo veramente tanto lungo si è pensato che essi
potessero sostituire i laici nella politica animata dalla fede religiosa, ed
effettivamente lo hanno fatto. E’ vero, sotto questo profilo le nostre
collettività religiose sono state narcotizzate.
In Italia stiamo vivendo un’epoca regressiva in materia di rapporti tra
politica e fede. Non è sempre stato così, naturalmente. Nel brano di De Rosa
che ho trascritto ieri viene narrato di collettività religiose di inizio
Novecento molto più attive e vivaci del desolante panorama attuale, pur in
epoca in cui, come sempre, la gerarchia nazionale del clero era generalmente attestata
su posizioni reazionarie, in particolare il vertice romano. All’epoca, come ad
esempio negli scorsi anni ’60 e ’70, il basso clero, i preti di base come
diremmo oggi, rivestì un ruolo importante. Ho ricordato la figura di Romolo
Murri. Preti così ci sono anche oggi, ma sono stati a lungo emarginati e
isolati dalle rispettive collettività di riferimento, se non seguivano l’ideologia
normativa ufficiale. Ancora oggi va sostanzialmente così. In genere però manca
una sensibilità politica del clero di base, composto in maggioranza di persone
molto anziane e da sacerdoti stranieri, estranei alla complessa realtà nazionale
in materia di fede e politica. Di modo che è rimasto sostanzialmente inattuato
il programma del Concilio Vaticano 2° di fare delle nostre collettività
religiose anche il luogo di confronto tra laici in materia di scelte politiche.
Suona persino strano parlarne, perché è prevalente la sensazione che, in
religione, la politica sia affare da papi e da vescovi. Eppure proprio questo
ci si proponeva di realizzare. A ben riflettere però è strano che, se la
politica è una manifestazione di carità, anzi tra le più grandi come sosteneva
Montini, e se una delle più eclatanti espressioni della fede è proprio la
carità, il discorso politico rimanga fuori da ciò di cui si discute nelle
nostre chiese tra laici di fede e questi ultimi si debbano formare al discorso
politico fuori degli ambienti religiosi.
Dunque, ai laici viene, ai tempi nostri, l’appello a non essere irrilevanti. Poi però si
riconosce francamente che siamo stati narcotizzati.
E’ stata questa narcosi a renderci
irrilevanti. Temo che nella narcosi del gregge
abbia avuto un ruolo importante la
classe dei pastori. Sono veramente disposti oggi, i nostri pastori, a fare i conti con un gregge
non narcotizzato? E, innanzi tutto,
sono disposti a creare, nei nostri spazi religiosi e anche al di fuori dell’alta
cultura delle università pontificie, occasioni libere e democratiche di risveglio della dialettica laicale sui temi che
primariamente rientrano nella responsabilità dei laici di fede? Per lungo tempo
se ne è diffidato e la situazione non mi pare ancora sostanzialmente cambiata.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in
San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
