sabato 6 giugno 2015

Irrilevanti

Irrilevanti

Ernesto Balducci (1922-1992), uno dei grandi preti formatori alla politica per la mia generazione


  Leggo queste frasi, che ci vengono dall’alto:
“…in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione -in questo quadro realisticamente poco confortante- la nostra vocazioni cristiana ed episcopale è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri. La nostra vocazione è ascoltare ciò che il Signore ci chiede: ‘Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio” (Is 40,1). Infatti, a noi viene chiesto di consolare, di aiutare, di incoraggiare, senza alcuna distinzione, tutti i nostri fratelli oppressi sotto il peso delle loro croci, accompagnandoli, senza mai stancarci di operare per risollevarli con la forza che viene solo da Dio.
[…]
[Occorre avere sempre sensibilità ecclesiale, vale a dire un] appropriarsi degli stessi sentimenti di Cristo, di umiltà, di compassione, di misericordia, di concretezza -la carità di Cristo è concreta- e di saggezza. [Ciò comporta il dovere] di non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e provata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi. Sensibilità ecclesiale che, come buoni pastori, ci fa uscire verso il popolo di Dio, per difenderlo dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana.
[…]
 La sensibilità ecclesiale e pastorale si concretizza nel rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono. In realtà, i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo. Hanno invece tutti la necessità del vescovo pastore!
[…]

Manca l’abitudine di verificare la recezione di programmi e l’attuazione dei progetti. Si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le Comunità, omologando scelte, opinioni e persone”.

   In uno dei miei precedenti interventi ho accennato alle molte controindicazioni delle religioni, e anche di quella nostra. Parlando di religioni,  mi riferisco alla dimensione sociale delle fedi. In Europa orientale, nel Vicino Oriente e nell’Africa Settentrionale ed Equatoriale abbiamo assistito a manifestazioni politiche molto negative delle religioni. Nel conflitto in Ucraina, ad esempio, la nostra stessa fede religiosa è stata utilizzata per motivare allo scontro bellico. Può sembrare paradossale, tenendo conto del tanto parlare e scrivere che si fa di amore nelle nostre questioni di fede, ma per la verità storicamente è una posizione che ciclicamente è stata predominante. Anche in Italia abbiamo potuto riscontrare effetti controproducenti della religione, questa volta proprio di quella espressa dalla nostra confessione religiosa, e, in particolare, nel campo dello sviluppo dei diritti civili. Ciò  è stato molto sensibile nel campo delle questioni della parità di genere, della libertà sessuale e delle questioni riproduttive. In politica si è stati spinti verso orientamenti opportunistici e tattici, perdendo la capacità della riflessione strategica, di lungo periodo: possiamo francamente riconoscere che si è interrotto il processo di assimilazione dei principi democratici da parte delle nostre collettività religiose. Questo è accaduto in tempi in cui la loro rilevanza politica è molto aumentata, costituendo esse, complessivamente, la più potente, estesa e capillare organizzazione politica in Italia. Tanto che il passaggio di fase politica attuatosi nell’autunno del 2011  è stato sostanzialmente prodotto per decreto dei nostri vescovi e che la successiva fase politica ha visto sostanzialmente una formazione neoclericale partecipe della maggioranza di governo. L’attuale scena politica nazionale  può esser vista come il prodotto di quel processo, con l’aggiunta della rilevantissima novità costituita dal nuovo atteggiamento politico della gerarchia del clero che, per la prima volta dall’Unità nazionale!, apparentemente ora si astiene dal cercare di intervenire in prima persona e con il vincolo dell’obbedienza canonica nelle questioni politiche.
  In generale nelle nostre collettività religiose manca da molto tempo la possibilità di discutere sui temi della politica, quindi delle questioni pubbliche. La faccenda è sbrigativamente risolta nel senso che si devono appoggiare le formazioni che nei loro programmi fanno atto di sottomissione all’ideologia dei valori non negoziabili e, sostanzialmente, all’ideologia della nostra gerarchia del clero in materia di aborto e prevenzione di gravidanze indesiderate, eutanasia, procreazione assistita, unioni civili, omosessualità, finanziamenti alla scuola privata, insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, tassazione dei redditi delle organizzazioni religiose. In genere solo le organizzazioni di destra sono disposte a farlo. Ma la politica nazionale è molto di più di questo. E in quello che rimane fuori c’è appunto quello che serve per contrastare la corruzione pubblica e privata, per correggere le diseguaglianze sociali e per dare ai giovani la speranza di un loro futuro di inclusione sociale. Proprio perché tutto questo è rimasto per tanto tempo fuori dell’orizzonte della formazione religiosa, e invece ora se ne torna a comprendere il valore anche per la fede, noi difettiamo di un numero sufficiente di  laici “con formazione cristiana autentica” pronti ad assumersi le responsabilità in politica. Certo, oggi si colgono gli effetti controproducenti dei vescovi-pilota e dei monsignori-pilota, ma per un tempo veramente tanto lungo si è pensato che essi potessero sostituire i laici nella politica animata dalla fede religiosa, ed effettivamente lo hanno fatto. E’ vero, sotto questo profilo le nostre collettività religiose sono state narcotizzate.
  In Italia stiamo vivendo un’epoca regressiva in materia di rapporti tra politica e fede. Non è sempre stato così, naturalmente. Nel brano di De Rosa che ho trascritto ieri viene narrato di collettività religiose di inizio Novecento molto più attive e vivaci del desolante panorama attuale, pur in epoca in cui, come sempre, la gerarchia nazionale del clero era generalmente attestata su posizioni reazionarie, in particolare il vertice romano. All’epoca, come ad esempio negli scorsi anni ’60 e ’70, il basso clero, i preti di base come diremmo oggi, rivestì un ruolo importante. Ho ricordato la figura di Romolo Murri. Preti così ci sono anche oggi, ma sono stati a lungo emarginati e isolati dalle rispettive collettività di riferimento, se non seguivano l’ideologia normativa ufficiale. Ancora oggi va sostanzialmente così. In genere però manca una sensibilità politica del clero di base, composto in maggioranza di persone molto anziane e da sacerdoti stranieri, estranei alla complessa realtà nazionale in materia di fede e politica. Di modo che è rimasto sostanzialmente inattuato il programma del Concilio Vaticano 2° di fare delle nostre collettività religiose anche il luogo di confronto tra laici in materia di scelte politiche. Suona persino strano parlarne, perché è prevalente la sensazione che, in religione, la politica sia affare da papi e da vescovi. Eppure proprio questo ci si proponeva di realizzare. A ben riflettere però è strano che, se la politica è una manifestazione di carità, anzi tra le più grandi come sosteneva Montini, e se una delle più eclatanti espressioni della fede è proprio la carità, il discorso politico rimanga fuori da ciò di cui si discute nelle nostre chiese tra laici di fede e questi ultimi si debbano formare al discorso politico fuori degli ambienti religiosi.
  Dunque, ai laici viene, ai tempi nostri,  l’appello a non essere irrilevanti.  Poi però si riconosce francamente che siamo stati narcotizzati. E’ stata questa narcosi a renderci irrilevanti. Temo che nella narcosi del gregge  abbia avuto un ruolo importante la classe dei pastori. Sono veramente  disposti oggi, i nostri pastori, a fare i conti con un gregge  non narcotizzato? E, innanzi tutto, sono disposti a creare, nei nostri spazi religiosi e anche al di fuori dell’alta cultura delle università pontificie, occasioni  libere e democratiche di risveglio della dialettica  laicale sui temi che primariamente rientrano nella responsabilità dei laici di fede? Per lungo tempo se ne è diffidato e la situazione non mi pare ancora sostanzialmente cambiata.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli