mercoledì 10 giugno 2015

Don Giovanni Barbareschi su fede e libertà

Don Giovanni Barbareschi su fede e libertà

trascrizione da intervista andata in onda su Rai TG-R settimanale con il titolo “Don Giovanni Barbareschi - il prete della libertà”
Mie osservazioni

Don Giovanni Barbareschi


Commentatrice: Un prete della Resistenza don Giovanni Barbareschi. Nasce a Milano novant’anni fa, è un bambino sotto il regime fascista.
Barbareschi: “Questa è la mia fotografia di Balilla, avevo dodici anni e mezzo. Alla domenica dovevo andare alle adunate … fasciste, evidentemente. Tornavo a casa tutto contento e dicevo a papà: «Papà, ci hanno portato anche a Messa!». E papà rispondeva: «Quella Messa non vale niente!». «Perché?...». «Perché siete andati obbligati».
Commentatrice: In famiglia, anche a costo di pagarla cara, nessuno prende la tessera fascista.
Barbareschi:  “E questo mi ha innamorato della libertà, questa educazione di famiglia.”
Commentatrice: Così l’8 settembre, quando Badoglio proclama l’armistizio con gli Alleati e nel Centro-Nord d’Italia con la repubblica di Salò comincia la barbarie dell’occupazione nazi-fascista, Babareschi non ha dubbi.
Barbareschi: “Il 9 settembre 1943 sono entrato nella Resistenza.”
Commentatrice: Barbareschi entra nelle brigate Fiamme Verdi. E’ tra i fondatori del giornale clandestino Il Ribelle, con Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio, Dino Del Bo. Olivelli e Bianchi pagheranno con la vita il loro impegno per la libertà. Il giornale esce come e quando può  ha un solo motto:
Barbareschi: “Non  ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano. Insomma, il primo atto di fede che un uomo deve fare non è in Dio. Il primo atto di fede  che deve fare è nella sua libertà, cioè nella sua capacità di diventare persona libera.  Altrimenti la religione sarebbe superstizione, se non fosse un atto libero.  Sarebbe fanatismo o sarebbe superstizione. Invece è un atto libero.  E questo è un atto di fede.”
Commentatrice: Barbareschi è un uomo libero.  Il 10 agosto 1944, all’alba, quindici antifascisti prelevati da San Vittore vengono fucilati per ritorsione da un plotone fascista della Brigata Muti su ordine del capitano delle SS Saevecke. I loro cadaveri rimangono sul selciato di piazzale Loreto, guardati a vista dai fascisti, per un intero giorno.
Barbareschi: “Io vado dal cardinale Schuster e dico «Eminenza, una  processione!  Tutti, tutti a piazzale Loreto in processione! Vada a benedire quelle salme!». Lui chiede  di riflettere, di pensarci su, chiede consiglio, e il consiglio è stato «Non è prudente». Allora non  è andato. Però ha detto a me «Vai tu, vai tu, a nome mio!”. Ero diacono, non ancora ordinato sacerdote. Io ho chiesto di potermi inginocchiare davanti a quella gente. E mi sono inginocchiato. Sono stato lì, fermo, un momento così. Quando mi sono alzato in piedi, ho guardato la piazza: tutti in ginocchio! Questo ricordo non lo dimenticherò mai! Quella piazza in ginocchio… davanti a dei martiri! Non mi interessa se pregavano o non pregavano! Erano in ginocchio!”
Commentatrice: Tre giorni dopo, il 13 agosto 1944, Barbareschi viene ordinato sacerdote. Il 15 la prima Messa, la sera stessa viene arrestato.
Barbareschi: “San Vittore, cella 102, raggio quinto. Un po’ di botte…”
Commentatrice: E’ lì che trova suor Enrichetta Alfieri, l’angelo di San Vittore, già in contatto con la Resistenza.
Suor Enrichetta Alfieri

Barbareschi: “Tra noi del raggio quinto, eravamo i politici, eravamo d’accordo che quando uno tornava da un interrogatorio, e non aveva parlato, alzava il braccio destro, così gli altri, dagli spioncini delle celle, guardavano: «Non ha parlato!». Ma quella volta per me l’interrogatorio era stato un po’ troppo duro e non potevo alzare il braccio, me l’avevano rotto… Io tentavo… e mi accompagnava suor Enrichetta, mi accompagnava, e il milite fascista e il milite tedesco. Ad un certo punto la suora capisce che io non posso muovermi e allora vuole intervenire lei. Vedono che si muove. Il milite fascista: «Suora, cosa fa?». «Perché?»,  lei tranquilla, [alza il braccio destro per fare un ampio segno della Croce] «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, Amen.  Fra noi religiosi  ci salutiamo sempre così».  Enrichetta, grazie ancora!”.
Commentatrice: Ad ottenere la liberazione di Barbareschi è il cardinale Schuster. I due si incontrano.
Barbareschi: “Lui mi vede. Viene vicino a me. Si inginocchia davanti a me. Mi bacia le mani e mi dice: «Così, nella Chiesa primitiva, facevano i vescovi di fronte ai martiri».  Poi aggiunge: «Ti hanno fatto tanto male, gli alemanni?”. Questo è Schuster.”
Commentatrice: Ma il cardinale non potrà nulla quando, dopo un secondo arresto, Barbareschi viene deportato nel campo di concentramento di Bolzano. Lui riesce a fuggire mentre lo stanno portando in un lager in Germania.
Barbareschi: “Eravamo d’accordo in tre, di cui mi fidavo totalmente: «Noi ci buttiamo, prima di varcare il confine ci buttiamo». Ci siamo buttati, tutti e tre. Ma, centro metri in là, il camion si fermò, allora capisco che si sono accorti. Quelli arrivano, con le pile illuminano i due e li ammazzano, con una mitragliata. Basta, poi ho sentito il camion che andava. Io sono rimasto lì.
Commentatrice: Barbareschi, tra mille avventure, torna a Milano. Il 25 Aprile, incredibilmente, salva proprio uno degli aguzzini di San Vittore, il caporale delle SS Franz Staltmayer.
Barbareschi: “La gente vuole linciarlo. Io intervengo e dico “Sono un partigiano. Questa persona mi ha torturato, datelo a me, ci penso io!”.
Commentatrice: Barbareschi consegnerà poi Franz agli Alleati.
Barbareschi: “Il cardinale Schuster mi aveva detto: «Salva tutti quelli che puoi. Cerca di sottrarli al linciaggio, al giudizio sommario».
Commentatrice: Così farà con il colonnello Eugen Dollmann, legato ai servizi segreti, informatore degli Alleati, che il prete partigiano ospita in Valle Spluga, nella casa alpina Motta di cui è vicerettore.
Barbareschi: “Era ufficialmente il dott.Ammon. Quello era il suo nome. Io gli avevo fatto il documento falso, «dott.Ammon». Lo stesso documento che avevo fatto per ebrei, per tanta altra gente, è servito anche a lui.
Commentatrice: Anche Dollmann viene consegnato agli Alleati, in Svizzera, da dove organizza la resa tedesca.
Barbareschi: “L’importante è capire che la vita umana è una cosa preziosa e quando  è in pericolo il tuo dovere  è solo salvarla.”
Commentatrice: Chiunque sia, anche il peggiore…
Barbareschi: “Chiunque, qualunque cosa abbia fatto. Poi posso denunciarlo, fare un processo. Questo va tutto bene…Ma prima va salvato.
Commentatrice: Un prete ribelle per amore, sempre dalla parte della vita e della libertà.
Barbareschi: “Ho capito che la libertà è tutto, per un essere umano, tutto…”

Il video dell’intervista si trova sul WEB all’indirizzo:
https://www.youtube.com/watch?v=ZEorL35wV-Y


Mie osservazioni

 E’ sempre tanto difficile, nei nostri gruppi religiosi, parlare di libertà.  Di solito si inizia sempre mettendo le mani avanti, dichiarando quello che la libertà non  deve essere. Si teme l’anarchia. Ma la libertà è la libertà, semplicemente: è riconoscersi il diritto di agire in ogni occasione secondo coscienza e autodeterminazione. A volte, di fronte a poteri autoritari, dispotici, può esprimersi politicamente anche come anarchia. Ma è la democrazia la via maestra per la libertà, perché senza la democrazia la libertà dell’individuo può manifestarsi come dispotica verso quella degli altri. E’ la democrazia che consente al maggior numero di persone possibile di essere libere contemporaneamente. In religione invece spesso si diffida talmente della libertà da consigliare di disfarsene liberamente. Ma questa diserzione dalla libertà non ci è lecita, perché in religione ci si vuole liberi, anche se tanto spesso nella storia si è poi realizzato il contrario.
 Il dispotismo più insidioso è quello del gruppo, innanzi tutto  della famiglia, della tribù, di ogni collettività che concepisce sé stessa al modo di famiglia, di tribù. Lo è perché ci sottopone alla tentazione del ricatto affettivo e alla ritorsione dell’abbandono. Una delle più rilevanti conquiste dell’era contemporanea, in Occidente, è un relativa libertà dai legami oppressivi di gruppo, ad esempio di quelli che storicamente oltraggiarono le donne e ancora le oltraggiano in tante parti del mondo. Essi vengono addirittura orgogliosamente rivendicati e riproposti in altre fedi. Noi possiamo ripudiarli: non siamo obbligati ad essere reazionari, in religione, su questi temi. A volte invece mi sembra che si tenda a pensare il contrario.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli