Rinnovamento della catechesi
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| L'Università Pontificia Salesiana, in piazza dell'Ateneo Salesiano, a Roma |
Qualche mese fa, durante l’audizione che fece
qui in parrocchia, l’ausiliare di settore ci fece qualche obiezione in materia
di catechesi. Gli sembrava che le nostre idee e consuetudini in merito non
fossero in linea con gli orientamenti correnti in Diocesi. Non mi pare che l’argomento
sia stato molto approfondito. Se ci capitasse di organizzare qualcosa di simile al
sinodo parrocchiale in corso nella parrocchia di San Giuseppe a Bologna, di cui
ho scritto qualche giorno fa, potremmo farlo.
Non so se ci sia tra noi la consapevolezza che il come fare catechismo
agli altri sia materia di studio oltre che di indottrinamento. Che differenza c’è?
Lo studio parte da una ricerca di una consapevolezza realistica e critica di
ciò che si fa e degli effetti che si producono, l’indottrinamento è ricevere un
manuale di istruzioni e seguirlo pedantemente.
A due passi da casa nostra si studia la
catechesi ad alto livello. Lo si fa all’Università Pontificia Salesiana. I
salesiani sono dei formatori formidabili. In particolare quelli che studiano in
quell’università. Mia madre è andata ad abitare in un piccolo pensionato
gestito da suore nel territorio di una parrocchia vicina alla nostra e alla
domenica vengono a celebrare messa dei preti che stanno studiando là. A volta
mi capita di andare a messa al pensionato di mia madre e le omelie che sento mi rimangono dentro. Semplici ma profonde, incisive e coinvolgenti.
Negli anni ’70 mia madre era catechista qui,
nella nostra parrocchia. Per farlo meglio, si iscrisse, con altre sue due
amiche, al corso di scienze dell’educazione dell’università salesiana, che all’epoca
si chiamava Pontificio Ateneo Salesiano. Furono le prime tre donne laiche ad
essere ammesse a frequentare quell’università. Andava piuttosto bene negli
studi: mia madre, farmacista, era diligente e studiosa. Poi aveva la ricchezza
di un’esperienza pratica che gli altri giovani corsisti spesso non avevano
ancora maturato. Tra gli insegnamenti che seguiva ce n’era uno che studiava le
dinamiche di gruppo, facendo anche delle sperimentazioni pratiche, che venivano
chiamate simulate, in cui si
inscenavano varie situazioni concrete di catechesi e si vedeva come gli
studenti le affrontavano. Dallo studio mia madre ricavò idee da porre in
pratica in parrocchia. Cominciò, ad esempio, ad introdurre sussidi audiovisivi,
come diapositive, cartelloni, musica. Naturalmente dopo un po’ fu esonerata
dalla catechesi in parrocchia . Al parroco dell’epoca non piacevano molto le novità. Poi diceva che nelle classi di
catechismo di mia madre si faceva troppa confusione. La gente del quartiere, inoltre, è sempre stata piuttosto orientata
verso destra e, in definitiva, i salesiani e le loro idee non credo che
andassero in quella direzione. E anche il nome Ardigò era associato all’epoca a un dialogo con la sinistra
politica che non era visto di buon occhio tra noi: c’entrava mio zio professore
sociologo, grande e amato formatore di una generazione di studiosi della sua
disciplina e ideologo molto seguito e stimato (oggi dimenticato) del
cattolicesimo progressista di allora. Allontanata dalla catechesi, mia madre
non finì il corso di studi, non si laureò. Il suo non era stato un interesse
solo intellettuale, ma essenzialmente pratico: voleva imparare a fare meglio la
catechista. Tutto ciò accadde in una stagione della mia vita in cui mi stavo
allontanando da tutte le realtà parrocchiali che avevo frequentato e, inoltre,
da dopo la Cresima, che all’epoca si faceva con la Prima Comunione alle
elementari, la mia parrocchia era stata quella degli Angeli Custodi. Quindi non
ci feci caso più di tanto, se non per la sofferenza che vidi inflitta a mia
madre. Ragionandoci su pensai però che era stata, quella del suo
allontanamento dalla catechesi, una storia insensata, uno spreco assurdo, al
pari di tante altre esperienze analoghe che cominciavo a conoscere, come
quella, ad esempio, del brusco esonero del cardinal Giacomo Lercaro, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano 2°, da vescovo
di Bologna, dopo una presa di posizione sui bombardamenti statunitensi in
Vietnam. Ora, col senno del poi, capisco che quello che capitò a mia madre si
inserisce in definitiva in una radicata tentazione di esclusione espressa nella parrocchia. Anche oggi infatti mi
pare di poter constatare che di fronte a qualsiasi persona che si mostri un po’
restia all’indottrinamento, si preferisca indicare la porta piuttosto che
affrontare i problemi e le obiezioni. Ecco che, dunque, siamo giunti al momento
in cui è stato proprio l’ausiliare di settore a porci certe obiezioni.
Seguii
il catechismo d’iniziazione religiosa qui, nella nostra parrocchia, prima di
andare a fare il Lupetto agli Angeli Custodi. Che cosa mi è rimasto di quell’esperienza,
gestita da formatori laici piuttosto giovani? Mi è rimasto solo il ricordo vivo
del catechismo a domande e risposte che ho memorizzato con l’aiuto di mia madre.
Del catechismo e dei catechisti in
parrocchia, nulla. In sostanza mia madre è stata la mia prima e, in
definitiva, unica catechista della mia infanzia. Per quello che so, mia madre fu
importante come catechista anche per le
varie generazioni di bambini che le furono affidati in parrocchia, loro la ricordano:
la loro esperienza del catechismo fu quindi piuttosto diversa dalla mia. Le
cose sembrano essere addirittura peggiorate, rispetto ai tempi del mio primo
catechismo, se fosse vero quello che si dice, che c’è stata una fuga delle
famiglie del quartiere dal catechismo d’iniziazione che si fa in parrocchia. Il
discorso poi si complica per il catechismo di secondo livello, per la Cresima e
il post-Cresima. Parlo di cose che conosco, essendo stato padre di due allieve
di quei corsi. Per come la penso io, quel catechismo fu improntato ad eccessiva
rigidità, con scarsa attitudine dialogica e, soprattutto, fissato veramente
troppo sugli aspetti di un’etica sessuale che mi parve piuttosto bigotta. Non so
se le cose siano cambiate dai tempi delle mie figlie, ma non mi sembra di notare
un accorrere di giovani in parrocchia. Io e mia moglie abbiamo dovuto rimediare
a diversi problemi creati alle nostre figlie da quel tipo di catechesi e penso
che ci siamo riusciti, tanto che le nostre figlie si sono iscritte al nostro
stesso gruppo di Azione Cattolica parrocchiale. Ma abbiamo saputo di reazioni
di rifiuto di ragazzi loro coetanei non superate. Per via abbiamo perso dei ragazzi che ci erano stati affidati. Sembra strano doverlo dire, ma il
catechismo per i giovani non serve per selezionare i più docili e per
respingere i renitenti, ma innanzi tutto per attirare tutti verso la fede. In
questo non mi pare che si eccella in parrocchia. Dovremmo migliorare e potremmo veramente farlo, visto che, tra l’altro, molto vicino a noi abbiamo quell’università religiosa
salesiana a cui potremmo rivolgerci per un aiuto.
Il nostro gruppo di Azione Cattolica si è offerto di animare alcuni
incontri con i genitori dei bambini del catechismo di primo livello, che a
volte, attendendo i figli, passano diverso tempo in piedi fuori dalle aule dal
catechismo, chiacchierando. All’inizio questa proposta sembrava essere stata
presa in considerazione, poi non se ne è fatto nulla. Certo, le idee correnti
in AC su come fare catechismo sono un po’
diverse, ad esempio, da quelle che sento espresse dagli amici del Cammino
Neocatecumenale. Noi, in AC, non ci sentiamo assediati da un mondo infero. Non
è solo questione di punti di vista: sono cose che incidono su come si affronta
il dialogo con gli altri e, innanzi tutto, sulla decisione di aprire un
dialogo. Noi dell’AC non saremmo stati sicuramente degli indottrinatori:
pensavamo innanzi tutto di conoscere le persone con cui entravamo in contatto, di ascoltarle.
Non ci sentivamo investiti del compito di fare una sorta di casting religioso, per arruolare solo i tipi giusti. Del resto
non ci pareva che quel modo di intendere il catechismo corrispondesse agli
orientamenti espressi recentemente dal nostro nuovo vescovo. E la catechesi non
dovrebbe essere materia esclusiva di una
parrocchia o, peggio, di un gruppo di tendenza religioso, ma affare della
Diocesi.
No, non si può parlare ancora di un
rinnovamento della catechesi tra noi in parrocchia. Ciò può essere messo in
relazione con gli insuccessi che apparentemente si sono registrati in questo campo? Fatto sta
che ogni tanto si sentono sostenere delle cose che, dal mio punto di vista, sono
inaccettabili in materia di fatti sociali, ad esempio sul ruolo della donna e sulla
gestione dell’andamento della famiglia, che alcuni vorrebbero piuttosto
autoritaria e sottoposta al dominio di una
figura paterna che (per nostra buona sorte) è veramente recessiva nel mondo di oggi. Proporre alle donne
e ai giovani di oggi di sottomettersi all’autorità di un maschio dominatore
sociale e religioso è fuori del tempo, ma non solo, è un anacronismo a cui, in
religione, non siamo veramente obbligati a soggiacere. E che dire dalla
diffidenza con cui in genere vedo che ci si accosta a coloro che vengono
timidamente in parrocchia dopo aver avuto esperienza familiari dolorose, che li
hanno portati a realizzare modelli
familiari diversi da quello ritenuto ideale in religione ai tempi nostri, con, per
tutta una vita insieme, una mamma e un papà, quest’ultimo autoritario dominatore sulla donna e su tutti gli altri membri della famiglia, anche quelli non più bimbi? O a vivere esperienza coniugali prima della
formalizzazione di un atto pubblico di matrimonio, religioso o civile? Certe volte mi pare che stiamo prendendo congedo dalla realtà sociale di oggi, ricambiati di cuore.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli
