domenica 3 maggio 2015

Tornare alla politica?

Tornare alla politica?

Franco Rodano (1920-1983), politico e politologo formatosi nell'Azione Cattolica e nella Fuci. Aderì al PCI e per tale motivo di solito non è ricordato nell'agiografia corrente dei cattolici impegnati in politica.


 L’altro giorno il Papa ha detto che i cattolici devono fare politica, anche se non necessariamente in un partito “dei” o “di” cattolici.
 In realtà i cattolici italiani non hanno mai smesso di fare politica. Attualmente il partito di maggioranza relativa è in mano loro. Quindi la politica nazionale è in mano loro. L’elezione del presidente Mattarella lo ha dimostrato.
 Dunque, perché l’appello del Papa?
 Forse che egli, argentino, venuto da un altro continente, da una realtà veramente tanto diversa da quella europea e anche da quella italiana, non si è reso conto che i cattolici italiani non si sono mai allontanati dalla politica?
 Non conosco il Papa tanto bene da poter rispondere. Ma, in realtà, chi, a parte una strettissima cerchia di persone, può dire di conoscere veramente un papa?
 In realtà qualcosa è veramente cambiato, possiamo dire che si è perso, in questa stagione dell’impegno politico dei cattolici.
 Le masse cattoliche, quelle che dall’Ottocento sono state protagoniste dell’avvicinamento delle concezioni di fede alla democrazia contemporanea e che poi, nella linea De Gasperi-Dossetti-Fanfani-Moro-Zaccagnini-De Mita-Prodi, la democrazia l’hanno realizzata in Italia, consolidata, difesa ed estesa, appaiono inerti, insterilite. E non si riesce a rianimarle. Lo constatiamo anche nella nostra AC parrocchiale. Questo può considerarsi l’effetto terminale di una politica clericale dispiegatasi fin dall’inizio degli anni ’80 e che solo con l’attuale Papa ha cominciato a recedere. Essa ha stretto in una morsa repressiva le collettività cattoliche italiane, vietando loro, con l’ideologia dei valori non negoziabili, il pensiero propriamente politico, quello di larghe prospettive, il ragionamento sui valori  della politica, consentendo loro solo il piccolo cabotaggio, l’accordo contingente, l’accomodamento basato su un dare per avere, il raggiungimento di traguardi limitati. Lo ha fatto in un’epoca in cui il pensiero politico dei cattolici cominciava a rifluire sull’organizzazione politica ecclesiastica, esigendo riforme. Fu allora che tutto fu congelato, nella lunga era glaciale polacca.
 Ne ha risentito quello che  è stato definito pensiero sociale cattolico, quello centrato sull’idea che la democrazia sia ben più di un insieme di procedure formali per raggiungere decisioni collettive, improntato al principio maggioritario: essa in realtà esige la riforma della società secondo principi di giustizia collettiva o non si può dire democrazia come ai tempi nostri la si intende.
 Essa, ad esempio, esige l’attuazione della pari dignità della donna, contro la quale ancora oggi, nonostante episodiche e parziali prese di posizioni dei vertici del clero in senso egualitario, è fortemente schierata la gerarchia clericale. Esige che la dignità delle persone non sia discriminata sulla base di un orientamento sessuale, come ancora oggi si pretende invece che i cattolici facciano secondo l’ideologia cosiddetta anti-gender. Esige che la libertà delle persone non sia discriminata a seconda dei loro orientamenti religiosi, nessuno dovendo essere costretto a seguire una determinata ideologia religiosa, e ciò in particolare nelle questioni dei rapporti civili, come nelle questioni di coppia o riproduttive. Esige infine la piena attuazione dei diritti sociali, in un’azione di profonda riforma della società dalla quale non può essere preservata immotivatamente l’organizzazione ecclesiastica, i suoi privilegi, i suoi beni, le sue imprese, i suoi poteri, quando con essa interferiscano. Negli ultimi trent’anni i cattolici italiani sono stati spinti a tenersi lontani da tutto ciò. Ecco la ragione per cui le nostre collettività appaiono inaridite, a confronto con la grande vivacità che le caratterizzava ancora negli anni ’60 e ’70.
 E’ l’idea di liberazione  che siamo stati abituati a considerare pericolosa e addirittura eretica. E invece la democrazia contemporanea italiana è nata proprio da un’esperienza di massa dei cattolici italiani di liberazione,  dalla partecipazione alla lotta ideologica, politica e militare contro il regime fascista, con cui i vertici del clero italiano avevano concluso disonorevoli accordi, compromettendosi  e compromettendo il mondo cattolico (piacerebbe pensare che sia andata in modo diverso, ma è andata così). E all’interno di essa che si è cominciato, anche tra i cattolici, a progettare una politica diversa, democratica, antitetica a quella autoritaria e corporativa con la quale erano stati indotti a trovare un accomodamento. L'allontanamento dal fascismo è certamente iniziato proprio dalla nostra Azione Cattolica, prima in settori limitati e poi via via sempre più vasti, tirandosi dietro, alla fine, anche i vertici del clero. Ma, anche qui, si è trattato propriamente di ripudio, di una rottura con qualcosa con cui ci era legati in modo  molto profondo. Forse anche ora è da un qualcosa di simile che bisogna ripartire.
  Tornare alla politica per un credente significa tornare a ragionare di riforma della società secondo principi di giustizia. Dobbiamo ripudiare l’ideologia che ci ha voluti, a lungo, solo docile massa di manovra per la politica dei vertici del clero.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli