Tornare
alla politica?
L’altro giorno il Papa ha detto che i
cattolici devono fare politica, anche se non necessariamente in un partito “dei”
o “di” cattolici.
In realtà i cattolici italiani non hanno mai
smesso di fare politica. Attualmente il partito di maggioranza relativa è in
mano loro. Quindi la politica nazionale è in mano loro. L’elezione del
presidente Mattarella lo ha dimostrato.
Dunque, perché l’appello del Papa?
Forse che egli, argentino, venuto da un altro continente,
da una realtà veramente tanto diversa da quella europea e anche da quella
italiana, non si è reso conto che i cattolici italiani non si sono mai
allontanati dalla politica?
Non conosco il Papa tanto bene da poter
rispondere. Ma, in realtà, chi, a parte una strettissima cerchia di persone,
può dire di conoscere veramente un papa?
In realtà qualcosa è veramente cambiato,
possiamo dire che si è perso, in questa stagione dell’impegno politico dei
cattolici.
Le masse cattoliche, quelle che dall’Ottocento
sono state protagoniste dell’avvicinamento delle concezioni di fede alla
democrazia contemporanea e che poi, nella linea De
Gasperi-Dossetti-Fanfani-Moro-Zaccagnini-De Mita-Prodi, la democrazia l’hanno
realizzata in Italia, consolidata, difesa ed estesa, appaiono inerti,
insterilite. E non si riesce a rianimarle. Lo constatiamo anche nella nostra AC
parrocchiale. Questo può considerarsi l’effetto terminale di una politica clericale
dispiegatasi fin dall’inizio degli anni ’80 e che solo con l’attuale Papa ha
cominciato a recedere. Essa ha stretto in una morsa repressiva le collettività
cattoliche italiane, vietando loro, con l’ideologia dei valori non negoziabili, il pensiero propriamente politico, quello
di larghe prospettive, il ragionamento sui valori
della politica, consentendo loro
solo il piccolo cabotaggio, l’accordo contingente, l’accomodamento basato su un
dare per avere, il raggiungimento di traguardi limitati. Lo ha fatto in un’epoca
in cui il pensiero politico dei cattolici cominciava a rifluire sull’organizzazione
politica ecclesiastica, esigendo riforme. Fu allora che tutto fu congelato,
nella lunga era glaciale polacca.
Ne ha risentito quello che è stato definito pensiero sociale cattolico, quello centrato sull’idea che la
democrazia sia ben più di un insieme di procedure formali per raggiungere
decisioni collettive, improntato al principio maggioritario: essa in realtà
esige la riforma della società secondo principi di giustizia collettiva o non
si può dire democrazia come ai tempi nostri la si intende.
Essa, ad esempio, esige l’attuazione della
pari dignità della donna, contro la quale ancora oggi, nonostante episodiche e
parziali prese di posizioni dei vertici del clero in senso egualitario, è
fortemente schierata la gerarchia clericale. Esige che la dignità delle persone
non sia discriminata sulla base di un orientamento sessuale, come ancora oggi
si pretende invece che i cattolici facciano secondo l’ideologia cosiddetta anti-gender. Esige che la libertà delle
persone non sia discriminata a seconda dei loro orientamenti religiosi, nessuno
dovendo essere costretto a seguire
una determinata ideologia religiosa, e ciò in particolare nelle questioni dei
rapporti civili, come nelle questioni di coppia o riproduttive. Esige infine la
piena attuazione dei diritti sociali, in un’azione di profonda riforma della
società dalla quale non può essere preservata immotivatamente l’organizzazione
ecclesiastica, i suoi privilegi, i suoi beni, le sue imprese, i suoi poteri,
quando con essa interferiscano. Negli ultimi trent’anni i cattolici italiani
sono stati spinti a tenersi lontani da tutto ciò. Ecco la ragione per cui le
nostre collettività appaiono inaridite, a confronto con la grande vivacità che
le caratterizzava ancora negli anni ’60 e ’70.
E’ l’idea di liberazione che siamo stati
abituati a considerare pericolosa e addirittura eretica. E invece la democrazia
contemporanea italiana è nata proprio da un’esperienza di massa dei cattolici
italiani di liberazione, dalla partecipazione alla lotta ideologica,
politica e militare contro il regime fascista, con cui i vertici del clero
italiano avevano concluso disonorevoli accordi, compromettendosi e compromettendo il mondo cattolico (piacerebbe
pensare che sia andata in modo diverso, ma è andata così). E all’interno di
essa che si è cominciato, anche tra i cattolici, a progettare una politica
diversa, democratica, antitetica a quella autoritaria e corporativa con la
quale erano stati indotti a trovare un accomodamento. L'allontanamento dal fascismo è certamente iniziato proprio dalla nostra Azione Cattolica, prima in settori
limitati e poi via via sempre più vasti, tirandosi dietro, alla fine, anche i
vertici del clero. Ma, anche qui, si è trattato propriamente di ripudio, di una rottura con qualcosa con
cui ci era legati in modo molto
profondo. Forse anche ora è da un qualcosa di simile che bisogna ripartire.
Tornare alla politica per un credente
significa tornare a ragionare di riforma della società secondo principi di
giustizia. Dobbiamo ripudiare l’ideologia che ci ha voluti, a lungo, solo docile massa di manovra per la politica
dei vertici del clero.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
