mercoledì 11 febbraio 2015

Sinodi

Sinodi



[da Cristian Carboni, “Sinodo diocesano:partecipazione e corresponsabilità”, pubblicato su  L’Arborense, giornale locale della diocesi di Oristano, n.2/2015 del 25-1-15]

 Il nuovo anno della diocesi di Oristano inizia con un evento importante. Domenica scorsa in Cattedrale si è tenuta infatti l’Assemblea plenaria del 4° Sinodo Diocesano sul tema “Parrocchia, Chiesa tra la gente”. Quasi duecento fedeli arrivati da tutte le parrocchie della diocesi hanno partecipato all’incontro discutendo e votando le proposte della 4° Commissione sinodale sulla “Gestione e la conservazione di beni immobili e dei beni culturali della parrocchia”.
 Una missione importante quella a cui sono stati chiamati i membri effettivi con diritto di voto, un compito delicato come quello svolto ogni giorno da parroci, catechisti e collaboratori che portano avanti le attività delle parrocchie. Nell’omelia proclamata nel corso della liturgia della Parola che ha preceduto la discussione e la votazione delle tre proposizioni sinodali, l’Arcivescovo ha paragonato la chiamata nella vita cristiana di tutti i membri di una comunità parrocchiale alla chiamata dei primi discepoli. “Ogni cristiano deve acquisire la certezza di essere chiamato da Dio, qualsiasi professione egli svolga”, ha spiegato mons. Sanna, tutti i cristiani hanno dunque una vocazione, “si è sempre chiamati per svolgere un servizio. Ogni servizio ecclesiale è nobile e meritorio, ed è paragonabile a una missione – ha proseguito il vescovo-. La nobiltà del servizio assunto non sta tanto nel tipo di laovoro che si esegue, ma nel fatto che ci si pone a servizio della causa del Regno, che cioè, si risponde della propria opera a Dio stesso”. E mettersi al servizio della causa del Regno porsi al servizio della comunità, perché si è cristiani  all’interno di una comunità di Chiesa, si essa la parrocchia, la diocesi, un’associazione o un movimento. “Nella comunità ecclesiale non c’è posto per chi cerca solo visibilità e successo personale, tutti siamo partecipi e corresponsabili della  comunità –ha detto ancora il vescovo Sanna-, nessuno si deva tirare indietro pensando che il suo servizio sia meno importate degli altri servizi. Nella vigna del Signore si è tutti operai; il padrone è uno solo. Conta solo essere chiamati dal padrone della vigna e lavorare con gratitudine e passione”
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  Prima di concludere l’incontro, sono state presentate le bozze delle proposizioni  relative alla vita sacramentale delle parrocchie e all’evangelizzazione  che verranno messe in votazioni nell’assemblea plenaria di febbraio.

 Nella riunione di ieri ci siamo chiesti che cosa diremmo alla gente, se ci fosse chiesto di fare, come gli amici del Cammino Neocatecumenale, un annuncio su di noi ai fedeli delle Messe domenicali.  Io, in occasione del genere, direi che nella nostra parrocchia noi, oggi, vorremmo essere il piccolo resto della Chiesa del Concilio, di quella Chiesa vivamente partecipata dai fedeli che splende in un sinodo diocesano come quello celebrato a Oristano, in Sardegna, dove da tempo è andato a lavorare il sacerdote che fu l’assistente ecclesiastico del gruppo FUCI (organizzazione di universitari cattolici) che io e mia moglie frequentammo da giovani. Un piccolo resto che è tollerato, ma non veramente apprezzato. Lo si concepisce, in fondo, come un gruppo ad esaurimento, destinato ad anziani irriducibili.  Ed in effetti, avrebbe bisogno di forze nuove, che, però, temo che prendano la via dell’emigrazione parrocchiale, a causa di una certa rigidità dell’ideologia prevalente da noi, e mi riferisco in particolare ai giovani adolescenti e alle giovani coppie di sposi. Con il tempo si è creata una separazione evidente tra la vita del quartiere e quella di chiesa. La gente, a parte coloro che sono più coinvolti in alcune particolari esperienze collettive, tende a non sentirsi a casa propria entrando nei nostri spazi liturgici. Non siamo solo noi dell’AC a sentirci solo tollerati, ma non amati.
  E’ possibile correggere questa tendenza, questa impostazione? Penso di sì. Ma, come accade ad Oristano, è  necessario l’intervento della Diocesi. La parrocchia non ha più le forze sufficienti per cambiare, dopo tanti anni. E’ necessario farci aiutare. Del resto proprio a questo serve un’istituzione come la Diocesi.
 Un buon inizio potrebbe essere cominciare a programmare un’esperienza di assemblea plenaria parrocchiale sul modello di quella sinodale vissuta a Oristano e in altre Diocesi italiane, in cui tutti, ma veramente tutti, comincino ad avere voce.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli