Antichi e moderni
[da: Gabriele De Rosa, Il
movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana,
Laterza, 1979]
Al congresso di Bologna (novembre 1903) [dell’Opera
dei Congressi, il coordinamento nazionale delle iniziative sociali dei
cattolici italiani] si dettero battaglia per l’ultima volta quelli che il
Crispolti chiamava “gli antichi”, alludendo alla schiera degli intransigente
guidati da Paganuzzi [Giovanni Battista Paganuzzi, presidente dell’Opera], e i “moderni”,
alludendo semplicemente al Murri [Romolo Murri, prete, fondatore del movimento
della democrazia cristiana] e ai
suoi, sebbene, come apparì chiaro, proprio al congresso di Bologna, il campo
dei “moderni” assumesse proporzioni più vaste e più complesse. Fu un congresso
drammatico e violento per le passioni che vi esplosero e per la divisione delle
tendenze che si manifestò.
La stessa stampa borghese rimase colpita dall’animosità
delle discussioni che non si trattenne dal definire “rivoluzionarie” in
rapporto ai passati congressi; e la moderata “Perseveranza” [giornale politico
milanese] poté scrivere stupita che pareva “quasi d’essere ad un comizio
operaio o socialista”.
Prima ancora che il congresso incominciasse i
suoi lavori, Murri aveva tenuto nella sala dei Fiorentini un’adunanza a parte
dei democratici cristiani. Erano presenti più di cinquecento giovani
provenienti da tutte le parti d’Italia. Due
correnti si delinearono nell’assemblea, la corrente decisamente
autonomista e la corrente favorevole “alla penetrazione dell’Opera dei
congressi da parte dei giovani”, la quale aveva l’appoggio di Murri. La
corrente murriana vinse largamente, ma non senza vivaci contrasti di coloro che
volevano un’affermazioni più decisa contro gli
“scottoniani” [corrente clericale].
Il clima ritratto nella narrazione del De Rosa
che ho sopra trascritto ricorda quello che si visse in Italia, nelle nostre
collettività di fede, nella mia adolescenza, negli anni ’70. In particolare, c’erano
tanti giovani impegnati in discussioni intorno alle questioni di fede, con una
particolare attenzione al sociale.
Ai tempi nostri la fede sembra diventata meno
importante nella società fondamentalmente perché negli ultimi trent’anni si è
fortemente clericalizzata, in particolare intorno alla figura del suo padre
universale romano. L’attualità viene di solito lasciata al di fuori delle
nostre collettività di fede e tra i laici ci si estenua fondamentalmente
intorno alle questioni sulla famiglia e la riproduzione, del resto spesso su
indicazione del clero.
Prevalgono in genere concezioni francamente
reazionarie che allontanano le forze più giovani, ora che farlo non comporta
più alcun discredito sociale.
Ci si definisce non credenti, ma spesso si è
semplicemente persa qualsiasi dimestichezza con le questioni della fede
religiosa. E, non di rado, se ci si connette a una vaga appartenenza religiosa,
lo si fa mossi da esigenze discriminatorie, per distinguersi da altre
componenti sociali, per marcare dei confini sociali.
Si è persa la consuetudine al dibattito aperto
e non si è formati ad esso. Sulle questioni di fede si preferisce spesso essere
semplici ripetitori di lezioni impartite da altri, senza alcuna minima
creatività. Ciò è particolarmente evidente nei casi in cui la formazione
religiosa è organizzata secondo modalità paternalistiche e autoritarie.
Uno degli scopi dell’Azione Cattolica è di reagire a questa situazione,
formando laici secondo le impostazioni del Concilio Vaticano 2° (1962/1965),
capaci di interloquire validamente con le società in cui sono inseriti, secondo
il metodo del dialogo.
La sfida è quella di mantenere una unità sui
principi che non si fondi solo e tanto sulla soggezione a sovrani religiosi, ma
su un comune sentire. La capacità di creare collegamenti tra culture diverse è
ciò che ha portato, dal secondo dopoguerra, al successo sociale di politiche
formulate in ambienti delle nostre collettività di fede. Questa particolare
attitudine è stata sviluppata anche negli ultimi trent’anni, ma essa è stata
vista con crescente sospetto, come potenziale fonte di innovazioni pericolose.
Ciò ha portato uno spreco di risorse sociali e alla progressiva accentuazioni
del carattere conservatore, o francamente reazionario, degli orientamenti dell’organizzazione
clericale di vertice delle nostre
collettività di fede. Una situazione che ciclicamente si è prodotta in Italia.
Ad esempio, all’inizio del Novecento, dopo lo scioglimento dell’Opera dei
congressi, a seguito delle irriducibili contrapposizioni che si erano in essa
manifestate, o all’inizio degli anni Ottanta del medesimo secolo, per motivi
analoghi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
