giovedì 5 febbraio 2015

Origine del pensiero democratico nelle nostre collettività di fede

Origine del pensiero democratico nelle nostre collettività di fede


Romolo Murri



[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla restaurazione all’età giolittiana, Laterza 1979, pagg. 173-185]

 “Protesta dello stomaco” venne detta l’agitazione tumultuosa che si diffuse in tutta l’Italia nel maggio del 1898, con una rapidità, come scrisse il Colajanni, “prodigiosa”. Sommosse scoppiarono contemporaneamente al Nord come al Sud, al grido di “pane e lavoro!”. I disordini, invero, avevano come causa immediata il rincaro del prezzo del pane; ma una carestia assai acuta aveva incominciato a diffondersi, specie nelle campagne, sin dall’autunno del 1897. La gravità della situazione economica era risentita soprattutto tra i contadini del Mezzogiorno, stremati e avviliti dalla miseria e dalla disoccupazione.
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  I moti del maggio 1898 non furono un moto socialista. Eppure, secondo i moderati, la causa della rivolta sarebbe stata nella propaganda dei partiti sovversivi: socialisti, repubblicani, anarchici e clericali.
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 Due paure dominavano, oramai, i pensieri della classe dirigente liberale, cortigiana e militaresca, ammalata di autoritarismo: quella del socialismo, in cui, come scriveva il De Viti, la borghesia italiana vedeva la critica dei suoi privilegi economici, fatta in forme sensazionali e capaci di trascinare le masse; e quella del clericalismo intransigente, che con il suo astensionismo, con il suo rifiuto di correre in aiuto del moderatismo borghese, sembrava non attendesse altro che il crollo dello Stato liberale.
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 Tra i clericali non mancarono coloro che avvertirono l’avvicinarsi della crisi e che si preoccuparono che l’Opera [l’Opera dei Congressi, il coordinamento nazionale delle associazioni di impegno civile dei cattolici] non si trovasse sprovveduta e incapace di affrontare nuove responsabilità. Circolava già fra i giovani il nome nuovo della democrazia cristiana; nuclei attivissimi di preti e laici, seguaci di Romolo Murri [prete, 1870-1944 ], esistevano un po’ in tutte le regioni d’Italia. Albertario [Davide Albertario, prete e giornalista, 1843-1902] aveva aperto le colonne del suo giornale a molti di questi giovani. Ma il presidente dell’Opera, Paganuzzi [Giovanni Battista Paganuzzi] era diffidente: riteneva che nulla ci fosse da cambiare nei vecchi programmi.
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 L’ondata reazionaria si abbatté sull’Opera, mentre essa ancora dormiva nel caldo letto delle vecchie formule paternalistiche. L’uomo che era più esposto per la sua dura polemica antiliberale, per il suo atteggiamento di sfida contro i benpensanti, l’Albertario, fu arrestato e processato. La maggior parte dei comitati diocesani [gli antesignani dei Consigli pastorali] e molti comitati parrocchiali furono sciolti dai prefetti.
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 Il movimento democratico cristiano non nasce fuori della grande linea protestataria e antiliberale che aveva delimitato i confini dell’intransigenza cattolica. Ciò che muta, da Paganuzzi a Murri, è lo spirito, è l’intelligenza dei problemi del cattolicesimo militante, è la prospettiva del rapporto fra la Chiesa e la società moderna.
  Per Paganuzzi ogni salvezza è nella fedeltà assoluta al papa e alla Chiesa, a una Chiesa che ha il deposito non soltanto della fede ma del modello di una società civile devota e obbediente, al quale il cattolico militante non ha nulla da aggiungere.
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 Dopo i tragici avvenimenti del 1898, le critiche dei democratici cristiani contro la vecchia direzione veneta dell’Opera dei Congressi aumentarono; il linguaggio si fece aspro, il sospetto divise gli amici.
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 L’uomo che tentò di conciliare il vecchio e il nuovo, che cercò di far passare ed accettare anche dai più resistenti seguaci delle ideologie corporative della scuola sociale francese, gli orientamenti della democrazia cristiana fu Giuseppe Toniolo [economista, sociologo, uno dei fondatori dell’attuale Azione Cattolica, 1845-1918].
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 Giuseppe Toniolo prima ancora che il teorico di una dottrina sociale, fu l’espressione di un dramma, il dramma dell’intransigenza cattolica che, messa a confronto con i nuovi compiti economici e sociali di uno Stato moderno, credette di poterli assolvere dilatando le responsabilità dirette della Chiesa e della parrocchia, separando la democrazia dal contesto della politica e vivificando il mito corporativo. Dalla sua preoccupazione di avallare un concetto della democrazia che fosse accettabile non soltanto ai giovani murriani, ma anche agli intransigenti della vecchia maniera, derivò la sua tendenza a circondare di cautele e condizionamenti la democrazia, tanto da renderla incerta ed equivoca. Colpa certamente anche dei tempi: l’esclusione della politica, la subordinazione di ogni altro interesse alla soluzione della questione romana, l’obbligo dell’unione politica dei cattolici al riparo della parrocchia furono tutti elementi obiettivi che resero difficile e contorto il lavoro del Toniolo


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 I cattolici italiani cominciarono a chiedere di potersi impegnare nella politica democratica del Regno d’Italia dopo circa mezzo secolo di impegno sociale a favore dei ceti svantaggiati della nazione. L’impegno sociale precedette l’impegno democratico. Quest’ultimo era loro inibito per ragioni di obbedienza canonica, in quanto il Papa imponeva loro l’astensione dalla politica nazionale, come forma di protesta per la soppressione del regno pontificio nell’Italia centrale. I moti sociali di fine Ottocento furono il catalizzatore che fece emergere, nell’Opera dei Congressi, le correnti democratiche, che vedevano nella partecipazione alla politica democratica del nuovo Regno unitario lo strumento per riforme sociali. Nel 1902, proprio del papa della prima enciclica sociale, la Rerum Novarum (=sulle novità dei tempi) del 1891, venne la sconfessione  dell’idea di poter conciliare fede, democrazia e idee sociali: con l’enciclica Graves de communi re [=il serio  dibattito  sulle questioni sociali  del papa Leone 13°. Nella seconda metà del secolo si giunse però a concezioni opposte, con i deliberati del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e con l’enciclica Centesimus Annus, del 1991, promulgata dal papa Giovanni Paolo 2°. La svolta di ebbe durante la Seconda guerra mondiale e, in particolare, con la partecipazione dei cattolici democratici alla guerra di Resistenza  e alla successiva progettazione di una nuova Europa, in particolare in Italia e in Germania.
 Per le circostanze della loro genesi, le concezioni democratiche dei cattolici mossero in genere dalla questione sociale, dall’anelito a sanare le sofferenze poste nella nazione dalle diseguaglianze sociali e dalle povertà. Queste caratteristiche le avvicina alle esperienze socialiste. E le connota nettamente rispetto alle concezioni democratiche liberali, caratterizzate da un marcato individualismo.
 Tutta la storia del cattolicesimo sociale del 20° secolo può essere interpretata come un travagliato accostamento alle concezione delle democrazie moderne. Il principale ostacolo in questo processo è stato, ed è tuttora, l’organizzazione pervicacemente antidemocratica delle nostre collettività di fede, strutturate sostanzialmente come un grande impero feudale. L’altro grande ostacolo è stato costituito dalla pretesa dei capi clericali di avere, sulla base di concezioni fondamentalmente teologiche, la chiave per la risoluzione dei problemi sociali.
 Dopo oltre settant’anni di impegno dei cattolici italiani nella politica democratica nazionale, problemi permangono ancora e ciclicamente  innescano conflitti piuttosto gravi.
  Manca quasi completamente una formazione dei fedeli laici all’impegno politico democratico, che è uno dei campi in cui maggiormente è richiesto il loro attivo coinvolgimento. A differenza della situazione a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui vediamo numerosi preti, tra i quali il Murri, l’Albertario, e poi lo Sturzo, ad animare gruppi di attivismo politico democratico, ai tempi nostri i preti, spesso reclutati in nazioni lontane e poco coinvolti nelle nostre questioni nazionali, non sono in genere all’altezza di questo compito, del quale, del resto, non dovrebbero pretendere di farsi carico in via esclusiva, essendo fondamentale l’apporto del laicato. Questo stando all’ideologia promulgata nell’ultimo Concilio ecumenico e tuttora norma vigente nelle nostre collettività.
  La mancanza di preparazione specificamente politica, spinge allora i fedeli ad accostarsi in modo piuttosto superficiale alle questioni sociali e democratiche, in particolare mettendosi al seguito di quei movimenti politici che, strumentalmente, fanno proprie alcune parole d’ordine  dell’intransigentismo contemporaneo, che viene posto in termini di valori non negoziabili, che poi sarebbero quelli coinvolti nei temi di aborto, contraccezione, fecondazione assistita, divorzi facilitati, matrimoni delle persone omosessuali, finanziamenti pubblici al clero e alle scuole cattoliche, privilegi fiscali alle istituzioni religiose, insegnamento della religione nelle scuole pubbliche.  Una visione prettamente clericale dei temi politici, che mira a raggiungere compromessi pur di vincere su quei temi costi quel che costi per quanto riguarda tutto il resto, per il disegno complessivo di riforma sociale. E’ la versione contemporanea dell’ipoteca clericale che è gravata, fin dalla sua costituzione, sullo stato unitario nazionale. Il fatto nuovo degli ultimi due anni è l’improvviso e imprevisto suo venir meno.  Esso accentua la responsabilità del laicato di fede, che, in mancanza di formazione istituzionale sui temi politici, deve necessariamente ricorrere all’autoformazione, ciò che è uno degli impegni principali in Azione Cattolica.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli