Origine
del pensiero democratico nelle nostre collettività di fede
[da:
Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico
in Italia – Dalla restaurazione all’età giolittiana, Laterza 1979, pagg.
173-185]
“Protesta dello stomaco” venne detta
l’agitazione tumultuosa che si diffuse in tutta l’Italia nel maggio del 1898,
con una rapidità, come scrisse il Colajanni, “prodigiosa”. Sommosse scoppiarono
contemporaneamente al Nord come al Sud, al grido di “pane e lavoro!”. I
disordini, invero, avevano come causa immediata il rincaro del prezzo del pane;
ma una carestia assai acuta aveva incominciato a diffondersi, specie nelle
campagne, sin dall’autunno del 1897. La gravità della situazione economica era
risentita soprattutto tra i contadini del Mezzogiorno, stremati e avviliti
dalla miseria e dalla disoccupazione.
[…]
I moti del maggio 1898 non furono un moto
socialista. Eppure, secondo i moderati, la causa della rivolta sarebbe stata
nella propaganda dei partiti sovversivi: socialisti, repubblicani, anarchici e clericali.
[…]
Due paure dominavano, oramai, i pensieri della
classe dirigente liberale, cortigiana e militaresca, ammalata di autoritarismo:
quella del socialismo, in cui, come scriveva il De Viti, la borghesia italiana
vedeva la critica dei suoi privilegi economici, fatta in forme sensazionali e
capaci di trascinare le masse; e quella del clericalismo intransigente, che con
il suo astensionismo, con il suo rifiuto di correre in aiuto del moderatismo
borghese, sembrava non attendesse altro che il crollo dello Stato liberale.
[…]
Tra i clericali non mancarono coloro che
avvertirono l’avvicinarsi della crisi e che si preoccuparono che l’Opera
[l’Opera dei Congressi, il coordinamento nazionale delle associazioni di
impegno civile dei cattolici] non si trovasse sprovveduta e incapace di
affrontare nuove responsabilità. Circolava già fra i giovani il nome nuovo
della democrazia cristiana; nuclei attivissimi di preti e laici, seguaci di
Romolo Murri [prete, 1870-1944 ], esistevano un po’ in tutte le regioni d’Italia.
Albertario [Davide Albertario, prete e giornalista, 1843-1902] aveva aperto le
colonne del suo giornale a molti di questi giovani. Ma il presidente dell’Opera,
Paganuzzi [Giovanni Battista Paganuzzi] era diffidente: riteneva che nulla ci
fosse da cambiare nei vecchi programmi.
[…]
L’ondata reazionaria si abbatté sull’Opera,
mentre essa ancora dormiva nel caldo letto delle vecchie formule
paternalistiche. L’uomo che era più esposto per la sua dura polemica
antiliberale, per il suo atteggiamento di sfida contro i benpensanti,
l’Albertario, fu arrestato e processato. La maggior parte dei comitati
diocesani [gli antesignani dei Consigli pastorali] e molti comitati
parrocchiali furono sciolti dai prefetti.
[…]
Il movimento democratico cristiano non nasce fuori
della grande linea protestataria e antiliberale che aveva delimitato i confini
dell’intransigenza cattolica. Ciò che muta, da Paganuzzi a Murri, è lo spirito,
è l’intelligenza dei problemi del cattolicesimo militante, è la prospettiva del
rapporto fra la Chiesa e la società moderna.
Per Paganuzzi ogni salvezza è nella fedeltà
assoluta al papa e alla Chiesa, a una Chiesa che ha il deposito non soltanto
della fede ma del modello di una società civile devota e obbediente, al quale
il cattolico militante non ha nulla da aggiungere.
[…]
Dopo i tragici avvenimenti del 1898, le
critiche dei democratici cristiani contro la vecchia direzione veneta
dell’Opera dei Congressi aumentarono; il linguaggio si fece aspro, il sospetto
divise gli amici.
[…]
L’uomo che tentò di conciliare il vecchio e il
nuovo, che cercò di far passare ed accettare anche dai più resistenti seguaci
delle ideologie corporative della scuola sociale francese, gli orientamenti
della democrazia cristiana fu Giuseppe Toniolo [economista, sociologo, uno dei
fondatori dell’attuale Azione Cattolica, 1845-1918].
[…]
Giuseppe Toniolo prima ancora che il teorico
di una dottrina sociale, fu l’espressione di un dramma, il dramma
dell’intransigenza cattolica che, messa a confronto con i nuovi compiti economici
e sociali di uno Stato moderno, credette di poterli assolvere dilatando le
responsabilità dirette della Chiesa e della parrocchia, separando la democrazia
dal contesto della politica e vivificando il mito corporativo. Dalla sua
preoccupazione di avallare un concetto della democrazia che fosse accettabile
non soltanto ai giovani murriani, ma anche agli intransigenti della vecchia
maniera, derivò la sua tendenza a circondare di cautele e condizionamenti la
democrazia, tanto da renderla incerta ed equivoca. Colpa certamente anche dei
tempi: l’esclusione della politica, la subordinazione di ogni altro interesse
alla soluzione della questione romana, l’obbligo dell’unione politica dei
cattolici al riparo della parrocchia furono tutti elementi obiettivi che resero
difficile e contorto il lavoro del Toniolo
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I cattolici italiani cominciarono a chiedere
di potersi impegnare nella politica democratica del Regno d’Italia dopo circa
mezzo secolo di impegno sociale a favore dei ceti svantaggiati della nazione.
L’impegno sociale precedette l’impegno democratico. Quest’ultimo era loro
inibito per ragioni di obbedienza canonica, in quanto il Papa imponeva loro
l’astensione dalla politica nazionale, come forma di protesta per la
soppressione del regno pontificio nell’Italia centrale. I moti sociali di fine
Ottocento furono il catalizzatore che fece emergere, nell’Opera dei Congressi,
le correnti democratiche, che vedevano nella partecipazione alla politica
democratica del nuovo Regno unitario lo strumento per riforme sociali. Nel
1902, proprio del papa della prima enciclica sociale, la Rerum Novarum
(=sulle novità dei tempi) del 1891,
venne la sconfessione dell’idea di poter conciliare fede, democrazia
e idee sociali: con l’enciclica Graves de
communi re [=il serio dibattito sulle questioni sociali del papa Leone 13°. Nella seconda metà del
secolo si giunse però a concezioni opposte, con i deliberati del Concilio
Vaticano 2° (1962-1965) e con l’enciclica Centesimus
Annus, del 1991, promulgata dal papa Giovanni Paolo 2°. La svolta di ebbe
durante la Seconda guerra mondiale e, in particolare, con la partecipazione dei
cattolici democratici alla guerra di Resistenza
e alla successiva progettazione di una nuova Europa, in particolare in
Italia e in Germania.
Per le circostanze della loro genesi, le
concezioni democratiche dei cattolici mossero in genere dalla questione
sociale, dall’anelito a sanare le sofferenze poste nella nazione dalle
diseguaglianze sociali e dalle povertà. Queste caratteristiche le avvicina alle
esperienze socialiste. E le connota nettamente rispetto alle concezioni
democratiche liberali, caratterizzate da un marcato individualismo.
Tutta la storia del cattolicesimo sociale del
20° secolo può essere interpretata come un travagliato accostamento alle
concezione delle democrazie moderne. Il principale ostacolo in questo processo
è stato, ed è tuttora, l’organizzazione pervicacemente antidemocratica delle
nostre collettività di fede, strutturate sostanzialmente come un grande impero
feudale. L’altro grande ostacolo è stato costituito dalla pretesa dei capi
clericali di avere, sulla base di concezioni fondamentalmente teologiche, la
chiave per la risoluzione dei problemi sociali.
Dopo oltre settant’anni di impegno dei
cattolici italiani nella politica democratica nazionale, problemi permangono
ancora e ciclicamente innescano
conflitti piuttosto gravi.
Manca quasi completamente una formazione dei
fedeli laici all’impegno politico democratico, che è uno dei campi in cui
maggiormente è richiesto il loro attivo coinvolgimento. A differenza della
situazione a cavallo tra Ottocento e Novecento, in cui vediamo numerosi preti,
tra i quali il Murri, l’Albertario, e poi lo Sturzo, ad animare gruppi di
attivismo politico democratico, ai tempi nostri i preti, spesso reclutati in
nazioni lontane e poco coinvolti nelle nostre questioni nazionali, non sono in
genere all’altezza di questo compito, del quale, del resto, non dovrebbero
pretendere di farsi carico in via esclusiva, essendo fondamentale l’apporto del
laicato. Questo stando all’ideologia promulgata nell’ultimo Concilio ecumenico
e tuttora norma vigente nelle nostre collettività.
La mancanza di preparazione specificamente
politica, spinge allora i fedeli ad accostarsi in modo piuttosto superficiale
alle questioni sociali e democratiche, in particolare mettendosi al seguito di
quei movimenti politici che, strumentalmente, fanno proprie alcune parole d’ordine dell’intransigentismo contemporaneo, che viene
posto in termini di valori non
negoziabili, che poi sarebbero quelli coinvolti nei temi di aborto, contraccezione, fecondazione
assistita, divorzi facilitati, matrimoni delle persone omosessuali,
finanziamenti pubblici al clero e alle scuole cattoliche, privilegi fiscali alle istituzioni religiose, insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Una visione prettamente clericale dei
temi politici, che mira a raggiungere compromessi pur di vincere su quei temi
costi quel che costi per quanto riguarda tutto il resto, per il disegno
complessivo di riforma sociale. E’ la versione contemporanea dell’ipoteca
clericale che è gravata, fin dalla sua costituzione, sullo stato unitario
nazionale. Il fatto nuovo degli ultimi due anni è l’improvviso e imprevisto suo
venir meno. Esso accentua la
responsabilità del laicato di fede, che, in mancanza di formazione istituzionale
sui temi politici, deve necessariamente ricorrere all’autoformazione, ciò che è
uno degli impegni principali in Azione Cattolica.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
