L’impegno politico
come impegno di fede
Si sforzino i cattolici di collaborare con tutti gli uomini di buona
volontà nel promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto , tutto ciò
che è santo, tutto ciò che è amabile. Entrino in dialogo con essi, andando loro incontro con prudenza e gentilezza e promuovano indagini circa le istituzioni sociali e pubbliche per
portarle a perfezione secondo lo spirito del Vangelo.
[dal decreto Apostolicam actuositatem (=l’apostolato), sull’apostolato dei
laici, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n. 14]
L’ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue
proprie, sia reso più conforme ai principi superiori della vita cristiana e
adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli. Tra le opere
di simile apostolato si distingue eminentemente l’azione sociale dei cristiani.
Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l’ambito dell’ordine
temporale, anche a quello della cultura.
[dal decreto Apostolicam actuositatem (=l’apostolato), sull’apostolato dei
laici, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.7]
Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale
vocazione nella comunità politica; essi devono essere d’esempio, sviluppando in
se stessi, il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da
mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa
personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la
proficua diversità. In ciò che concerne l’organizzazione delle cose terrene, devono ammettere la legittima molteplicità
e diversità delle opzioni temporali e
rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il
loro punto di vista.
I partiti devono promuovere
ciò che , a loro parere, è richiesto dal bene comune, mai però è lecito anteporre il proprio interesse al bene comune.
Bisogna curare assiduamente l’educazione
civica e politica, oggi particolarmente necessaria, sia per l’insieme del
popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano
svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica. Coloro che sono
o possono diventare idonei per l’esercizio dell’arte politica, così difficile,
ma insieme così nobile, vi si preparino e si preoccupino di esercitarla senza
badare la proprio interesse e a vantaggi materiale. Agiscano con integrità e saggezza contro l’ingiustizia e l’oppressione,
l’assolutismo e l’intolleranza d’uno solo uomo e d’uno solo partito politico;
si prodighino con sincerità ed equità al
servizio di tutti; anzi con l’amore e la fortezza richiesti dalla vita
politica
[dalla costituzione Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) del Concilio Vaticano 2°,
1962/1965, n.75]
I deliberati del Concilio Vaticano 2° che ho
sopra trascritto sintetizzarono e approvarono una prassi politica che ormai da
vent’anni era stata seguita da quei settori delle nostre collettività di fede
più impegnate nel conciliare fede e democrazia. Essi suonarono anche come un’autocritica
per le istituzioni di vertice della nostra confessione religiose, che a lungo
si erano condotte come un partito attento prevalentemente al proprio interesse,
in particolare a recupero di una sovranità statale nell’Italia centrale,
costringendo a lungo i laici di fede ad un disastroso astensionismo dalla
politica democratica del Regno d’Italia, e anche, per oltre mille anni, come
una fazione politica assolutistica, intollerante, opprimente. Ma per arrivare
ad una autocritica esplicita si è dovuto attendere fino al 2000: essa fu
espressa durante il Grande Giubileo indetto per quell’anno dal papa Giovanni
Paolo 2°.
Storicamente il magistero nelle nostre
collettività di fede in materia di fede e democrazia è passato, nell’arco di
circa due secoli, da 1) una posizione di intransigente rifiuto, ad 2) una di
tolleranza tattica, per costituire nella società italiana una sorta di partito del Papa a guida accentrata e
clericale in cui nessuna autonomia era riconosciuta ai laici di fede nelle
scelte politiche, ad 3) una di accettazione tattica, in cui ai laici era
riconosciuta una limitata autonomia nel quadro di principi definiti dal clero,
fino ad arrivare a 4) una posizione di piena accettazione, quella del Concilio,
in cui ai laici era riconosciuto un ruolo anche nella definizione dei principi
di azione politica. Quest’ultimo
sviluppo fu collegato al riconoscimento di una autonomia delle realtà temporali, con leggi loro proprie che occorre
integralmente rispettare e, innanzi tutto, conoscere: un riconoscimento, quindi, dell’insufficienza
delle sole scienze teologiche per il governo delle società umane.
I deliberati del Concilio in materia di formazione e partecipazione dei
laici alla politica non hanno ancora avuto piena attuazione. Per la verità, per
lungo tempo si è assistito addirittura ad un regresso alla terza posizione. È
in genere insufficiente, o addirittura inesistente come nella nostra
parrocchia, la formazione dei laici di fede alla politica democratica. Ci si è
assuefatti ad atteggiamenti di sudditanza paternalistica, per cui si attende
sempre dalla massima autorità religiosa il dettaglio degli obiettivi politici.
Del resto questa tendenza è stata assecondata dalla straripante produzione
magisteriale su temi sociali, della quale si fa fatica anche solo a prendere
consapevolezza. Anche dove si tenta una formazione alla politica, nelle nostra
collettività di fede, il tempo in genere viene quasi interamente occupato dallo
studio di documenti di quella fonte, a cui si rimanda continuamente anche in
sede più sofisticata, in testi di livello universitario.
In materia di fede e impegno politico democratico, l’ideologia
conciliare può essere riassunta in questi principi:
1)l’impegno
politico è un impegno di fede;
2)l’impegno
politico richiede di collaborare anche con chi non la pensa come noi in materia
di fede e su altre questioni importanti;
3)l’impegno
politico richiede una formazione e delle indagini sociali.
Non basta essere un buon coniuge
e un buon genitore ed essere devoto alle liturgie per fare politica da persona
di fede. Eppure la politica è un degli impegni fondamentali per una persona di
fede. Non possiamo utilizzare i nostri
testi sacri come un manuale di politica democratica e poco ci serve l’enorme
produzione letteraria in materia di fede e politica espressa da gente della
nostra confessione religiosa prima degli ultimi decenni dell’Ottocento, o
perché formatasi in ere politiche caratterizzate da assolutismi monarchici o in
ere in cui nelle nostre collettività di fede non si ammetteva l’idea di
conciliare fede e democrazia. Nella formazione alla politica si deve necessariamente
ricorrere a testi laici, quindi non
creati espressamente per gente della nostra fede. Ma soprattutto non basta
attrezzarsi dal punto di vista morale: occorre conoscere la società in cui
si vive, i suoi principali problemi e le soluzioni che si pensa di dare loro. Ecco
la grande importanza dell’indagini
sociale di cui si tratta nel brano del decreto Apostolicam Actuositatem che
ho citato per primo. Un’indagine sociale che, per essere efficace, deve essere
condotta in spirito di verità, senza pregiudizi o precomprensioni. È questo che
ancora sembra tanto difficile da ottenere nelle nostre collettività religiose
quando si tratta di problemi politici. Infatti, a volte, la verità fa male,
perché richiede una autocritica. Ma la via del Concilio è anche una via di
autocritica. Allora, non di rado, si preferisce lasciare la politica fuori
della nostre chiese, come ordinò il fascismo storico.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli