venerdì 6 febbraio 2015

L’impegno politico come impegno di fede

L’impegno politico come impegno di fede



  Si sforzino i cattolici di collaborare con tutti gli uomini di buona volontà nel promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto , tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile. Entrino in dialogo con essi, andando loro incontro con prudenza  e gentilezza e promuovano indagini circa le istituzioni sociali e pubbliche per portarle a perfezione secondo lo spirito del Vangelo.

[dal decreto Apostolicam actuositatem (=l’apostolato), sull’apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n. 14]

 L’ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, sia reso più conforme ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo, di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue eminentemente l’azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l’ambito dell’ordine temporale, anche a quello della cultura.

[dal decreto Apostolicam actuositatem (=l’apostolato), sull’apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, n.7]


  Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi devono essere d’esempio, sviluppando in se stessi, il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune, così da mostrare con i fatti come possano armonizzarsi l’autorità e la libertà, l’iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità. In ciò che concerne l’organizzazione delle cose terrene, devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali  e rispettare i cittadini che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro punto di vista.
 I partiti devono promuovere ciò che , a loro parere, è richiesto dal bene comune, mai però è lecito anteporre il proprio interesse al bene comune.
 Bisogna curare assiduamente l’educazione civica e politica, oggi particolarmente necessaria, sia per l’insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica. Coloro che sono o possono diventare idonei per l’esercizio dell’arte politica, così difficile, ma insieme così nobile, vi si preparino e si preoccupino di esercitarla senza badare la proprio interesse e a vantaggi materiale. Agiscano con integrità e saggezza contro l’ingiustizia e l’oppressione, l’assolutismo e l’intolleranza d’uno solo uomo e d’uno solo partito politico; si prodighino con sincerità ed equità al servizio di tutti; anzi con l’amore e la fortezza richiesti dalla vita politica

[dalla costituzione Gaudium et spes (=la gioia  e la speranza) del Concilio Vaticano 2°, 1962/1965, n.75]

 I deliberati del Concilio Vaticano 2° che ho sopra trascritto sintetizzarono e approvarono una prassi politica che ormai da vent’anni era stata seguita da quei settori delle nostre collettività di fede più impegnate nel conciliare fede e democrazia. Essi suonarono anche come un’autocritica per le istituzioni di vertice della nostra confessione religiose, che a lungo si erano condotte come un partito attento prevalentemente al proprio interesse, in particolare a recupero di una sovranità statale nell’Italia centrale, costringendo a lungo i laici di fede ad un disastroso astensionismo dalla politica democratica del Regno d’Italia, e anche, per oltre mille anni, come una fazione politica assolutistica, intollerante, opprimente. Ma per arrivare ad una autocritica esplicita si è dovuto attendere fino al 2000: essa fu espressa durante il Grande Giubileo indetto per quell’anno dal papa Giovanni Paolo 2°.
 Storicamente il magistero nelle nostre collettività di fede in materia di fede e democrazia è passato, nell’arco di circa due secoli, da 1) una posizione di intransigente rifiuto, ad 2) una di tolleranza tattica, per costituire nella società italiana una sorta di partito del Papa a guida accentrata e clericale in cui nessuna autonomia era riconosciuta ai laici di fede nelle scelte politiche, ad 3) una di accettazione tattica, in cui ai laici era riconosciuta una limitata autonomia nel quadro di principi definiti dal clero, fino ad arrivare a 4) una posizione di piena accettazione, quella del Concilio, in cui ai laici era riconosciuto un ruolo anche nella definizione dei principi di azione politica.  Quest’ultimo sviluppo fu collegato al riconoscimento di una autonomia delle  realtà temporali,  con leggi loro proprie che occorre integralmente rispettare e, innanzi tutto,  conoscere: un riconoscimento, quindi, dell’insufficienza delle sole scienze teologiche per il governo delle società umane.
  I deliberati del Concilio in materia di formazione e partecipazione dei laici alla politica non hanno ancora avuto piena attuazione. Per la verità, per lungo tempo si è assistito addirittura ad un regresso alla terza posizione. È in genere insufficiente, o addirittura inesistente come nella nostra parrocchia, la formazione dei laici di fede alla politica democratica. Ci si è assuefatti ad atteggiamenti di sudditanza paternalistica, per cui si attende sempre dalla massima autorità religiosa il dettaglio degli obiettivi politici. Del resto questa tendenza è stata assecondata dalla straripante produzione magisteriale su temi sociali, della quale si fa fatica anche solo a prendere consapevolezza. Anche dove si tenta una formazione alla politica, nelle nostra collettività di fede, il tempo in genere viene quasi interamente occupato dallo studio di documenti di quella fonte, a cui si rimanda continuamente anche in sede più sofisticata, in testi di livello universitario.
  In materia di fede e impegno politico democratico, l’ideologia conciliare può essere riassunta in questi principi:
         1)l’impegno politico è un impegno di fede;
2)l’impegno politico richiede di collaborare anche con chi non la pensa come noi in materia di fede e su altre questioni importanti;
3)l’impegno politico richiede una formazione e delle indagini sociali.
Non basta essere un buon coniuge e un buon genitore ed essere devoto alle liturgie per fare politica da persona di fede. Eppure la politica è un degli impegni fondamentali per una persona di fede.  Non possiamo utilizzare i nostri testi sacri come un manuale di politica democratica e poco ci serve l’enorme produzione letteraria in materia di fede e politica espressa da gente della nostra confessione religiosa prima degli ultimi decenni dell’Ottocento, o perché formatasi in ere politiche caratterizzate da assolutismi monarchici o in ere in cui nelle nostre collettività di fede non si ammetteva l’idea di conciliare fede e democrazia. Nella formazione alla politica si deve necessariamente ricorrere a testi laici, quindi non creati espressamente per gente della nostra fede. Ma soprattutto non basta attrezzarsi dal punto di vista morale: occorre conoscere  la società in cui si vive, i suoi principali problemi e le soluzioni che si pensa di dare loro. Ecco la grande importanza dell’indagini sociale di cui si tratta nel brano del decreto Apostolicam Actuositatem  che ho citato per primo. Un’indagine sociale che, per essere efficace, deve essere condotta in spirito di verità, senza pregiudizi o precomprensioni. È questo che ancora sembra tanto difficile da ottenere nelle nostre collettività religiose quando si tratta di problemi politici. Infatti, a volte, la verità fa male, perché richiede una autocritica. Ma la via del Concilio è  anche una via di autocritica. Allora, non di rado, si preferisce lasciare la politica fuori della nostre chiese, come ordinò il fascismo storico.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli