Alle origini dell’azione
democratica dei laici di fede
[Da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla
Restaurazione all’età giolittiana, Laterza,1979, pag. 181-182]
Murri [prete, fondatore del movimento della democrazia cristiana, fondatore della
FUCI, 1870-1944: proponeva l’impegno politico democratico dei cattolici nell’epoca
in cui ciò era vietato per disposizioni delle autorità religiose, scomunicato
nel 1910, riammesso nella comunione ecclesiale nel 1943] e i suoi amici
attaccano il sistema paganuzziano [da Giovanni Battista Paganuzzi, presidente
dell’Opera dei Congressi, il coordinamento nazionale delle iniziative sociali
dei cattolici sciolta nel 1904, fautore della linea intransigente, del rifiuto
della politica liberale democratica del nuovo Regno d’Italia, ordinata dalle
autorità religiose dell’epoca] nella sua ispirazione di fondo; introducono nel
movimento cattolico il principio della responsabilità autonoma dei cattolici
sul terreno sociale e politico, proprio per garantire alla Chiesa una sua più
attiva presenza nel mondo moderno. Essi ritengono che l’obbedienza [al Papa] predicata dal Paganuzzi non sia
obbedienza, ma sudditanza e che la religiose fossilizzata in un determinato
sistema temporale rischia di diventare un vero e proprio ostacolo alla marcia
dell’operaio e del povero verso una libertà veramente cristiana. Se per salvare
la religiose gli operai dovessero essere docili ai padroni, limitandosi a
praticare la virtù della rassegnazione si accumulerebbe contro la religione a
un certo punto tale massa d’odio che sarebbe ineluttabile la sua fine. I
murriani sostengono di non essere relativisti o razionalisti, ma tomisti
[=ispirati alla filosofia di Tommaso D’Aquino, 1225-1274. Dal 1974 il tomismo
venne riconosciuto come filosofia aderente alla fede cattolica] della più bell’acqua,
in quanto essi in definitiva non si discostano dalla dottrina del dottore
angelico [appellativo dato a Tommaso D’Aquino] nella questione della
natura e dell’uso dei beni
materiali. I murriani in altri termini incominciano ad affermare una funzione
attiva del laicato moderno in seno alla Chiesa, sostituendo al principio della fedeltà passiva, quello di
una fedeltà per così dire partecipe delle esigenze di una umanità doppiamente
sofferente nel mondo moderno, perché liberalisticamente abbandonata a se
stessa, alle leggi ineluttabili del profitto, e perché diffidata da una
religione che sta a sé, chiusa ancora
nel vaneggiamento di un mondo che fu e
nell’esaltazione delle virtù passive. Tra le due tendenze, la murriana e la
paganuzziana, non c’è possibilità di intesa: le loro logiche sono divergenti,
anche se nell’adozione dei mezzi, come più volte si è detto, esse spesso si
incontrano, come ad esempio nella difesa dell’astensionismo elettorale.
[…]
Dopo i tragici avvenimento del 1898, le
critiche de democratici cristiani contro la vecchia direzione dell’Opera dei
congressi aumentarono: il linguaggio si
fece aspro, il sospetto divise gli amici. I “giovani sociologi”, come il
Sacchetti [Giuseppe Sacchetti, 1845/1906, giornalista, esponente intransigente
dell’Opera dei Congressi] chiamava i democratici cristiani, sentivano la
insofferenza dei legami che inceppavano un più libero e moderno svolgimento
dell’azione dell’Opera. Le repressioni avevano suscitato “l’ira e giusta e la
volontà di reagire dei cattolici più vigorosi” [da Romolo Murri, Quello che volemmo, 1903], e le
debolezze, i difetti, il centralismo dell’organizzazione clericale avevano
acuito il desiderio di riforme
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La storia degli
eventi drammatici che coinvolsero anche le nostre collettività di fede a
cavallo tra Ottocento e Novecento mostra che certe questioni che sono d’attualità
ai tempi nostri travagliavano anche a quell’epoca.
Obbedienza, docilità: fino a che punto esse sono
virtù per un laico di fede? E’ mai possibile che la fedeltà ai principi
religiosi debba farci schierare accanto agli oppressori contro gli oppressi?
Gli interessi
materiali dell’organizzazione del clero devono essere la priorità assoluta nell’impegno
del laicato di fede?
I laici di fede possono condurre autonomamente
le indagini sociali per capire la società del loro tempo e determinarsi nell’azione
sociale e politica individuale e collettiva? O devono attendere sempre
istruzioni dettagliate dalle autorità religiose?
Molte soluzioni che circa un secolo fa erano
vissute addirittura come eretiche, oggi fanno invece parte della dottrina
ufficiale della nostra confessione religiosa. Inutile cercare una continuità
ideologica: c’è effettivamente stato un mutamento dei principi, del resto come
su tante altre questioni importanti per la nostra vita sociale. Questo
cambiamento ha seguito, non preceduto, l’azione sociale e lo sviluppo di un
pensiero sociale e politico delle genti di fede, venendo a porsi come una
tardiva autorizzazione e un (cauto) incentivo.
Rinnovamento dell’ordine sociale come frutto
dell’autonoma azione delle collettività di fede nella società del loro tempo,
senza essere vincolati da interdetti clericali: questo sostanzialmente l’anelito
dei murriani. Questo è stato tanto difficile ottenere in Italia, pur dopo la
svolta culturale e dottrinale prodottasi nel scorsi anni Sessanta.
Il laico di fede che non si rifà
pedissequamente a una qualche pronuncia della suprema autorità religiosa viene
ancor oggi sospettato di disobbedienza.
L’emancipazione dal paternalismo clericale, il voler essere adulti, è visto con sospetto. Il
contributo laicale è ammesso solo sotto forma di pareri da riversare in forma anonima nella straripante produzione
clericale in materia sociale. Si sa
infatti che, fin dal primo documento della serie, nel 1891, le grandi pronunce
delle autorità religiose in materia sociale sono frutto di un lavoro collettivo, e ciò in particolare
dagli scorsi anni Sessanta, da quando cioè gli apporti dell’economia, della
sociologia e della politologia sono stati sempre più utilizzati in esse. Ma i movimenti di pensiero e d’azione
sottostanti non vi vengono menzionati. Non in tutto c’è stata una continuità
ideologica in quegli scritti dell’autorità religiosa. Leggendoli si intuisce in
alcuni aspetti un mutamento degli schemi di pensiero di riferimento. Ciò è stato molto evidente nei passaggi di
fase prodottisi al vertice supremo delle nostre collettività religiose dalla
fine degli anni Settanta ad oggi. Silenziando gli autori di riferimento si
intende favorire il mantenimento dell’unità, ponendo ogni pronuncia sotto il
segno dell’autorità sacrale. In questo modo però si è sfuggita la sfida del
pluralismo.
Per essere reale, non solo immagine
rappresentata, l’unità deve però farsi alla base, nel dialogo franco fra
posizioni diverse. In questo campo siamo solo agli inizi. La dialettica viene
di solito vissuto sempre secondo lo schema obbedienza/disobbienza, che condusse,
agli inizi del Novecento, a drammatiche dinamiche di repressione nelle nostre
collettività di fede, analogamente a quanto successe, ma in proporzioni molto
minori negli anni ’80, ’90 e nel primo decennio del nuovo millennio. E’
possibile che non sia possibile raggiungere l’unità su tutte le questioni, in
materia di rinnovamento della società. Sarà sufficiente, allora, un’unità sull’idea
di mantenere comunque il dialogo, di non rinchiudersi al di là di frontiere
invalicabili. Secondo i principi della nostra fede, un’unità su certi valori
umani dovrà necessariamente sempre rimanere, perché diretta derivazione da
valori religiosi, dei principi massimi che riteniamo di aver ricevuto dall’alto.
I particolare quello dell’agàpe, che
ingloba quello dell’attivismo compassionevole per il sofferente umano, a
qualsiasi gruppo sociale appartenga.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli