domenica 8 febbraio 2015

Alle origini dell’azione democratica dei laici di fede

Alle origini dell’azione democratica dei laici di fede



[Da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana, Laterza,1979, pag. 181-182]

 Murri [prete,  fondatore del movimento della democrazia cristiana, fondatore della FUCI, 1870-1944: proponeva l’impegno politico democratico dei cattolici nell’epoca in cui ciò era vietato per disposizioni delle autorità religiose, scomunicato nel 1910, riammesso nella comunione ecclesiale nel 1943] e i suoi amici attaccano il sistema paganuzziano [da Giovanni Battista Paganuzzi, presidente dell’Opera dei Congressi, il coordinamento nazionale delle iniziative sociali dei cattolici sciolta nel 1904, fautore della linea intransigente, del rifiuto della politica liberale democratica del nuovo Regno d’Italia, ordinata dalle autorità religiose dell’epoca] nella sua ispirazione di fondo; introducono nel movimento cattolico il principio della responsabilità autonoma dei cattolici sul terreno sociale e politico, proprio per garantire alla Chiesa una sua più attiva presenza nel mondo moderno. Essi ritengono che l’obbedienza  [al Papa] predicata dal Paganuzzi non sia obbedienza, ma sudditanza e che la religiose fossilizzata in un determinato sistema temporale rischia di diventare un vero e proprio ostacolo alla marcia dell’operaio e del povero verso una libertà veramente cristiana. Se per salvare la religiose gli operai dovessero essere docili ai padroni, limitandosi a praticare la virtù della rassegnazione si accumulerebbe contro la religione a un certo punto tale massa d’odio che sarebbe ineluttabile la sua fine. I murriani sostengono di non essere relativisti o razionalisti, ma tomisti [=ispirati alla filosofia di Tommaso D’Aquino, 1225-1274. Dal 1974 il tomismo venne riconosciuto come filosofia aderente alla fede cattolica] della più bell’acqua, in quanto essi in definitiva non si discostano dalla dottrina del dottore angelico [appellativo dato a Tommaso D’Aquino] nella questione della natura  e dell’uso dei beni materiali.  I murriani in altri termini incominciano ad affermare una funzione attiva del laicato moderno in seno alla Chiesa, sostituendo  al principio della fedeltà passiva, quello di una fedeltà per così dire partecipe delle esigenze di una umanità doppiamente sofferente nel mondo moderno, perché liberalisticamente abbandonata a se stessa, alle leggi ineluttabili del profitto, e perché diffidata da una religione che sta a sé, chiusa  ancora nel vaneggiamento di un mondo che fu  e nell’esaltazione delle virtù passive.  Tra le due tendenze, la murriana e la paganuzziana, non c’è possibilità di intesa: le loro logiche sono divergenti, anche se nell’adozione dei mezzi, come più volte si è detto, esse spesso si incontrano, come ad esempio nella difesa dell’astensionismo elettorale.
[…]
 Dopo i tragici avvenimento del 1898, le critiche de democratici cristiani contro la vecchia direzione dell’Opera dei congressi aumentarono: il linguaggio  si fece aspro, il sospetto divise gli amici. I “giovani sociologi”, come il Sacchetti [Giuseppe Sacchetti, 1845/1906, giornalista, esponente intransigente dell’Opera dei Congressi] chiamava i democratici cristiani, sentivano la insofferenza dei legami che inceppavano un più libero e moderno svolgimento dell’azione dell’Opera. Le repressioni avevano suscitato “l’ira e giusta e la volontà di reagire dei cattolici più vigorosi” [da Romolo Murri, Quello che volemmo, 1903], e le debolezze, i difetti, il centralismo dell’organizzazione clericale avevano acuito il desiderio di riforme

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 La storia degli eventi drammatici che coinvolsero anche le nostre collettività di fede a cavallo tra Ottocento e Novecento mostra che certe questioni che sono d’attualità ai tempi nostri travagliavano anche a quell’epoca.
 Obbedienza, docilità: fino a che punto esse sono virtù per un laico di fede? E’ mai possibile che la fedeltà ai principi religiosi debba farci schierare accanto agli oppressori contro gli oppressi?
  Gli interessi materiali dell’organizzazione del clero devono essere la priorità assoluta nell’impegno del laicato di fede?
 I laici di fede possono condurre autonomamente le indagini sociali per capire la società del loro tempo e determinarsi nell’azione sociale e politica individuale e collettiva? O devono attendere sempre istruzioni dettagliate dalle autorità religiose?
 Molte soluzioni che circa un secolo fa erano vissute addirittura come eretiche, oggi fanno invece parte della dottrina ufficiale della nostra confessione religiosa. Inutile cercare una continuità ideologica: c’è effettivamente stato un mutamento dei principi, del resto come su tante altre questioni importanti per la nostra vita sociale. Questo cambiamento ha seguito, non preceduto, l’azione sociale e lo sviluppo di un pensiero sociale e politico delle genti di fede, venendo a porsi come una tardiva autorizzazione e un (cauto) incentivo.
 Rinnovamento dell’ordine sociale come frutto dell’autonoma azione delle collettività di fede nella società del loro tempo, senza essere vincolati da interdetti clericali: questo sostanzialmente l’anelito dei murriani. Questo è stato tanto difficile ottenere in Italia, pur dopo la svolta culturale e dottrinale prodottasi nel scorsi anni Sessanta.
 Il laico di fede che non si rifà pedissequamente a una qualche pronuncia della suprema autorità religiosa viene ancor oggi sospettato di disobbedienza. L’emancipazione dal paternalismo clericale, il voler essere adulti, è visto con sospetto. Il contributo laicale è ammesso solo sotto forma di pareri da riversare in forma anonima nella straripante produzione clericale in  materia sociale. Si sa infatti che, fin dal primo documento della serie, nel 1891, le grandi pronunce delle autorità religiose in materia sociale sono frutto di  un lavoro collettivo, e ciò in particolare dagli scorsi anni Sessanta, da quando cioè gli apporti dell’economia, della sociologia e della politologia sono stati sempre più utilizzati in  esse. Ma i movimenti di pensiero e d’azione sottostanti non vi vengono menzionati. Non in tutto c’è stata una continuità ideologica in quegli scritti dell’autorità religiosa. Leggendoli si intuisce in alcuni aspetti un mutamento degli schemi di pensiero di riferimento.  Ciò è stato molto evidente nei passaggi di fase prodottisi al vertice supremo delle nostre collettività religiose dalla fine degli anni Settanta ad oggi. Silenziando gli autori di riferimento si intende favorire il mantenimento dell’unità, ponendo ogni pronuncia sotto il segno dell’autorità sacrale. In questo modo però si è sfuggita la sfida del pluralismo.
 Per essere reale, non solo immagine rappresentata, l’unità deve però farsi alla base, nel dialogo franco fra posizioni diverse. In questo campo siamo solo agli inizi. La dialettica viene di solito vissuto sempre secondo lo schema obbedienza/disobbienza, che condusse, agli inizi del Novecento, a drammatiche dinamiche di repressione nelle nostre collettività di fede, analogamente a quanto successe, ma in proporzioni molto minori negli anni ’80, ’90 e nel primo decennio del nuovo millennio. E’ possibile che non sia possibile raggiungere l’unità su tutte le questioni, in materia di rinnovamento della società. Sarà sufficiente, allora, un’unità sull’idea di mantenere comunque il dialogo, di non rinchiudersi al di là di frontiere invalicabili. Secondo i principi della nostra fede, un’unità su certi valori umani dovrà necessariamente sempre rimanere, perché diretta derivazione da valori religiosi, dei principi massimi che riteniamo di aver ricevuto dall’alto. I particolare quello dell’agàpe, che ingloba quello dell’attivismo compassionevole per il sofferente umano, a qualsiasi gruppo sociale appartenga.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli