domenica 1 febbraio 2015

Note per la discussione in Consiglio pastorale parrocchiale sui temi della famiglia

1.    Sintesi delle conclusioni della 3° Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi su Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, svoltosi dal 5 al 19 ottobre 2014, con particolare riguardo alle materie sulle quali un consiglio pastorale parrocchiale può esprimere un proprio parere.
2.   Aspetti critici meritevoli di discussione nel Consiglio pastorale parrocchiale

1.Sintesi delle conclusioni del Sinodo 

  Sulla realtà della famiglia, decisiva e preziosa, il Vescovo di Roma ha chiamato a riflettere il Sinodo dei Vescovi nella sua Assemblea Generale Straordinaria dell’ottobre 2014, per approfondire poi la riflessione nell’Assemblea Generale Ordinaria che si terrà nell’ottobre 2015.
 Il cambiamento antropologico-culturale influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato. Vanno sottolineati prima di tutto gli aspetti positivi: la più grande libertà di espressione e il migliore riconoscimento dei diritti della donna e dei bambini, almeno in alcune regioni. Ma, d’altra parte, bisogna egualmente considerare il crescente pericolo rappresentato da un individualismo esasperato.
 C’è anche una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica che spesso finisce per schiacciare le famiglie.
 Ci sono contesti culturali e religiosi che pongono sfide particolari. In alcune società vige ancora la pratica della poligamia e in alcuni contesti tradizionali la consuetudine del "matrimonio per tappe". In altri contesti permane la pratica dei matrimoni combinati.
 Molti sono i bambini che nascono fuori dal matrimonio, specie in alcuni Paesi, e molti quelli che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito. Il numero dei divorzi è crescente e non è raro il caso di scelte determinate unicamente da fattori di ordine economico. I bambini spesso sono oggetto di contesa tra i genitori e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari.  I padri sono spesso assenti non solo per cause economiche laddove invece si avverte il bisogno che essi assumano più chiaramente la responsabilità per i figli e per la famiglia. La dignità della donna ha ancora bisogno di essere difesa e promossa.
 A fronte del quadro sociale delineato si riscontra in molte parti del mondo, nei singoli un maggiore bisogno di prendersi cura della propria persona, di conoscersi interiormente, di vivere meglio in sintonia con le proprie emozioni e i propri sentimenti, di cercare relazioni affettive di qualità; tale giusta aspirazione può aprire al desiderio di impegnarsi nel costruire relazioni di donazione e reciprocità creative, responsabilizzanti e solidali come quelle familiari.
  Di fatto, la questione della fragilità affettiva è di grande attualità: una affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità. Preoccupa una certa diffusione della pornografia e della commercializzazione del corpo, favorita anche da un uso distorto di internet e va denunciata la situazione di quelle persone che sono obbligate a praticare la prostituzione. In questo contesto, le coppie sono talvolta incerte, esitanti e faticano a trovare i modi per crescere.
 In questo contesto la Chiesa avverte la necessità di dire una parola di verità e di speranza. Occorre muovere dalla convinzione che l’uomo viene da Dio e che, pertanto, una riflessione capace di riproporre le grandi domande sul significato dell’essere uomini, possa trovare un terreno fertile nelle attese più profonde dell’umanità.
 Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre.
La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede.
 In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nelle loro vite e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro. Seguendo lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; Gaudium et Spes, 22) la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano.
 La Chiesa guarda con apprensione alla sfiducia di tanti giovani verso l’impegno coniugale, soffre per la precipitazione con cui tanti fedeli decidono di porre fine al vincolo assunto, instaurandone un altro.
 In tal senso, una dimensione nuova della pastorale familiare odierna consiste nel prestare attenzione alla realtà dei matrimoni civili tra uomo e donna, ai matrimoni tradizionali e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale.
 L’annunzio del Vangelo della famiglia costituisce un’urgenza per la nuova evangelizzazione. La Chiesa è chiamata ad attuarlo con tenerezza di madre e chiarezza di maestra (cf. Ef 4,15), in fedeltà alla kenosi misericordiosa del Cristo. La verità si incarna nella fragilità umana non per condannarla, ma per salvarla (cf. Gv 3,16 -17).
 Evangelizzare è responsabilità di tutto il popolo di Dio, ognuno secondo il proprio ministero e carisma. Senza la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, chiese domestiche, l’annunzio, anche se corretto, rischia di essere incompreso o di affogare nel mare di parole che caratterizza la nostra società (cf. Novo Millennio Ineunte, 50).
 Per questo si richiede a tutta la Chiesa una conversione missionaria: è necessario non fermarsi ad un annuncio meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone. Non va mai dimenticato che la crisi della fede ha comportato una crisi del matrimonio e della famiglia e, come conseguenza, si è interrotta spesso la trasmissione della stessa fede dai genitori ai figli. Dinanzi ad una fede forte l’imposizione di alcune prospettive culturali che indeboliscono la famiglia e il matrimonio non ha incidenza.
 Il matrimonio cristiano è una vocazione che si accoglie con un’adeguata preparazione in un itinerario di fede, con un discernimento maturo, e non va considerato solo come una tradizione culturale o un’esigenza sociale o giuridica. Pertanto occorre realizzare percorsi che accompagnino la persona e la coppia in modo che alla comunicazione dei contenuti della fede si unisca l’esperienza di vita offerta dall’intera comunità ecclesiale.
 È stata ripetutamente richiamata la necessità di un radicale rinnovamento della prassi pastorale alla luce del Vangelo della famiglia, superando le ottiche individualistiche che ancora la caratterizzano. Per questo si è più volte insistito sul rinnovamento della formazione dei presbiteri, dei diaconi, dei catechisti e degli altri operatori pastorali, mediante un maggiore coinvolgimento delle stesse famiglie.
 I Padri sinodali sono stati concordi nel sottolineare l’esigenza di un maggiore coinvolgimento dell’intera comunità privilegiando la testimonianza delle stesse famiglie, oltre che di un radicamento della preparazione al matrimonio nel cammino di iniziazione cristiana, sottolineando il nesso del matrimonio con il battesimo e gli altri sacramenti. Si è parimenti evidenziata la necessità di programmi specifici per la preparazione prossima al matrimonio che siano vera esperienza di partecipazione alla vita ecclesiale e approfondiscano i diversi aspetti della vita familiare.
 I primi anni di matrimonio sono un periodo vitale e delicato durante il quale le coppie crescono nella consapevolezza delle sfide e del significato del matrimonio. Di qui l’esigenza di un accompagnamento pastorale che continui dopo la celebrazione del sacramento (cf. Familiaris Consortio, parte III). Risulta di grande importanza in questa pastorale la presenza di coppie di sposi con esperienza. La parrocchia è considerata come il luogo dove coppie esperte possono essere messe a disposizione di quelle più giovani, con l’eventuale concorso di associazioni, movimenti ecclesiali e nuove comunità. Occorre incoraggiare gli sposi a un atteggiamento fondamentale di accoglienza del grande dono dei figli.
 Mentre continua ad annunciare e promuovere il matrimonio cristiano, il Sinodo incoraggia anche il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà. È importante entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza.
 È stato anche notato che in molti Paesi un «crescente numero di coppie convivono ad experimentum, senza alcun matrimonio né canonico, né civile» (Instrumentum Laboris, 81). In alcuni Paesi questo avviene specialmente nel matrimonio tradizionale, concertato tra famiglie e spesso celebrato in diverse tappe. In altri Paesi invece è in continua crescita il numero di coloro dopo aver vissuto insieme per lungo tempo chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa. La semplice convivenza è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto.
 Tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza. A questo scopo è importante la testimonianza attraente di autentiche famiglie cristiane, come soggetti dell’evangelizzazione della famiglia.
 Nel Sinodo è risuonata chiara la necessità di scelte pastorali coraggiose. Riconfermando con forza la fedeltà al Vangelo della famiglia e riconoscendo che separazione e divorzio sono sempre una ferita che provoca profonde sofferenze ai coniugi che li vivono e ai figli, i Padri sinodali hanno avvertito l’urgenza di cammini pastorali nuovi, che partano dall’effettiva realtà delle fragilità familiari, sapendo che esse, spesso, sono più "subite" con sofferenza che scelte in piena libertà. Si tratta di situazioni diverse per fattori sia personali che culturali e socio-economici. Occorre uno sguardo differenziato come San Giovanni Paolo II suggeriva (cf. Familiaris Consortio, 84).
 Ogni famiglia va innanzitutto ascoltata con rispetto e amore facendosi compagni di cammino come il Cristo con i discepoli sulla strada di Emmaus.
 Un particolare discernimento è indispensabile per accompagnare pastoralmente i separati, i divorziati, gli abbandonati. Va accolta e valorizzata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione, il divorzio o l’abbandono, oppure sono stati costretti dai maltrattamenti del coniuge a rompere la convivenza. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Di qui la necessità di una pastorale della riconciliazione e della mediazione attraverso anche centri di ascolto specializzati da stabilire nelle diocesi.
 Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).
 Non è difficile constatare il diffondersi di una mentalità che riduce la generazione della vita a una variabile della progettazione individuale o di coppia. I fattori di ordine economico esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità che indebolisce il tessuto sociale, compromette il rapporto tra le generazioni e rende più incerto lo sguardo sul futuro. L’apertura alla vita è esigenza intrinseca dell'amore coniugale. In questa luce, la Chiesa sostiene le famiglie che accolgono, educano e circondano del loro affetto i figli diversamente abili.

2 Questioni problematiche

  Nella Chiesa cattolica le donne sono ancora pesantemente discriminate, in particolare sui temi della famiglia. Questa situazione collide con l’ordinamento giuridico della Repubblica italiana e quindi con i doveri del cittadino. Le giustificazioni teologiche che solitamente si danno non sono convincenti. L’Europa contemporanea ha ripudiato la discriminazione su base sessuale e il principio di parità tra i sessi è stato profondamente interiorizzato dalla gente. La discriminazione su base sessuale  è illegale in Italia.
 Un aspetto della discriminazione su base sessuale è quello che riguarda le persone omossessuali. In particolare nel rifiuto di accettare unioni familiari al modo coniugale tra persone omosessuali. Anche la discriminazione delle persone omossessuali è illegale in Italia e sempre più si verranno affermando principi antidiscriminatori nella legislazione e nel costume.  Benché l’omosessualità sia presentata come malvagia nelle scrittura sacre, ciò deve imputarsi a situazioni storiche superate, proprie del mondo antico in cui si sono formate, analogamente ad altre questioni. I teologi ci ragioneranno sopra, ma ciò che è certo è che è contrario ai doveri etici del cittadino italiano accettare anche questa forma di discriminazione sociale su base sessuale. Come oggi non accettiamo più di lapidare le adultere, dovremmo ragionare se sia veramente impossibile, teologicamente, superare la discriminazione contro gli omosessuali.
  La famiglia è stata storicamente caricata di eccessive aspettative di carattere teologico. Si dà eccessiva importanza al momento costitutivo del vincolo matrimoniale, e ciò sulla base di un’antica tradizione storica di carattere giuridico, prima che teologico, e quasi nessuna alle dinamiche successive del rapporto matrimoniale. Nella società contemporanea accade l’inverso. E ciò anche a seguito del veloce processo di emancipazione femminile, economica, sociale e culturale. che ha comportato il venir meno di una potestà maritale sulle mogli e l’abbandono del tipo di famiglia ad impostazione patriarcale. Si è capito che la stabilità coniugale si costruisce nel corso del rapporto, con un lungo tirocinio interpersonale, su cui si può innestare l’insegnamento di fede.
 Di fatto la famiglia è un processo, che come ha un inizio può avere una fine, indipendentemente dalla buona o cattiva volontà dei coniugi.  Chi vive questa concezione della famiglia non accetta più di essere discriminato o di essere accettato solo per misericordia. Questo atteggiamento misericordioso viene sentito addirittura come insultante. Le famiglie discriminate non sono più raggiungibili dall’annuncio evangelico.
 Non esiste, di fatto, nella società italiana contemporanea, un solo modello familiare valido, ma una pluralità di modelli. Non tutti sono caratterizzati dall’essere unioni effimere, anche se manca un atto formale costitutivo. Alcune unioni coniugali senza formalità iniziali durano di fatto più delle unioni basate su un matrimonio formale. Le famiglie non fondate su un matrimonio formale lamentano che il bene che esse producono non viene riconosciuto e ciò solo per questioni meramente formali. Si sentono discriminate.
 Le famiglie discriminate non sono più raggiungibili dall’annuncio evangelico.
  E' mia opinione che la generazione della vita  deve essere affidata alla progettazione dei coniugi e, di fatto, lo è, almeno in genere. Essa è infatti loro responsabilità e loro carisma sotto tutti i profili.  Non è vero che il contenere il numero dei figli  a una quota inferiore a quella biologicamente ottenibile durante l’età fertile della donna sia manifestazione di egoismo. Questa concezione è vissuta come intollerabilmente insultante per i coniugi cristiani. I coniugi devono realisticamente valutare, in base alle loro risorse materiali, biologiche e psicologiche, quanti figli mettere al mondo, in modo da consentire a tutti i nuovi nati di vivere in condizioni dignitose. La famiglia non è una batteria riproduttiva, che debba generare quanti più figli possibile,  ed è inaccettabile concepire l’atto sessuale come una sorta di roulette  russa. Certa ideologia che vuole essere di apertura alla vita è sentita oggi come un forma di incoscienza. Nel magistero si dà troppo scarso rilievo alla genitorialità responsabile, a favore di concezioni fondamentalistiche che hanno scarso credito tra la gente e che ostacolano l’evangelizzazione.
  Occorre prendere atto della pluralità di modelli familiari tra le persone di fede e, nel servirsi di coppie esperte nella pastorale della famiglia, occorre evitare di utilizzare solo gente che ha realizzato nelle propria vita un solo tipo di modello familiare, in particolare uno di tipo fondamentalista.  Se si propone un solo modello familiare di tipo fondamentalista, in particolare quello fondato sul matrimonio di impostazione patriarcale e autoritaria, insieme batteria riproduttiva e istituto di correzione, con le donne e i figli sottoposti ad una intollerabile disciplina bigotta, si avrà come risultato di selezionare  i destinatari del messaggio evangelico, rifiutando quelli che non se la sentono di aderire a quel modello, che, credo, siano la maggioranza della gente.

                                                   Mario Ardigò