Riconciliarsi con le
idee di libertà e di liberazione
In genere nelle nostra collettività di fede
non sappiamo parlare efficacemente di libertà. Mettiamo subito le mani avanti,
presentando tutti i guasti che la libertà produrrebbe. Questo ci impedisce di
lasciarci coinvolgere nel pensiero democratico, che è centrato sull’idea di
libertà. Non di rado si finisce per dire che l’unica vera libertà è nell’obbedienza
a ciò che ordinano i nostri capi religiosi, anche se ciò viene presentato come
obbedienza alla volontà divina. Purtroppo la storia ci insegna che questa
soluzione non è stata sempre soddisfacente. E’ in questo senso che Lorenzo
Milani scrisse che l’obbedienza non è più
una virtù, ma la più subdola delle tentazioni.
Sul post di dell'altroieri ho incollato un’immagine
della Statua della libertà, a New
York. Sul suo piedistallo sono incisi gli
ultimi versi della poesia Il nuovo
colosso, della poetessa americana Emma Lazarus:
“Datemi chi
tra voi è esausto e povero,
le vostre
masse che si accalcano nell’anelito di libertà,
i miseri rifiuti della vostre popolose terre.
Mandatemi quelli che non hanno più casa e gli
sventurati,
innalzando la
mia luce mostrerò loro la porta d’oro!”.
Questa lirica rende bene, con forte impatto
emotivo, il senso dell’azione di liberazione che è propria della democrazia e
dell’idea democratica di libertà, presenti con molta forza nel pensiero che
ispirò la rivoluzione americana del 1776, con esplicite radici di fede. E
spiega perché, anche da cristiani, noi ci dobbiamo innamorare della libertà.
In
democrazia libertà significa libertà di
essere giusti. La giustizia sociale
è al centro dell’idea democratica di libertà. Democrazia significa pensare,
tutti insieme, con metodo basato sul dialogo, un mondo nuovo, in cui essere
liberi di essere giusti. E’ questa la politica democratica. Che richiede di
elevarsi dalla soggezione all’ingiustizia alla libertà di essere giusti. Il disegno preciso di questo mondo nuovo non c'è nelle nostre scritture sacre, che risalgono a tempi antichi, in cui l'idea di una democrazia di tutti non era stata ancora prodotta, anche se, in ambiente ellenistico, a cui però l'ebraismo delle origini cristiane era in genere ostile, la cultura possedeva varie teorizzazioni sulla democrazia. Nelle scritture sacre possiamo trovare principi di giustizia sociale e, innanzi tutto, l'idea di pari dignità degli esseri umani, creati uguali, ma non la democrazia di tutti come noi oggi la intendiamo. Ciò non significa che democrazia e fede non possano essere conciliate. La rivoluzione statunitense di fine Settecento dimostra proprio il contrario.
Libertà di essere giusti. Ma che cos’è questa giustizia?
Riporto di seguito alcune righe che ci scrissi
anni fa, prendendo spunto da una Giornata della memoria.
“Abbiamo
molto sbagliato quando abbiamo fatto una politica cinica, cattiva, violenta.
Questa è la politica dei despoti. Dobbiamo fare una politica che innanzi tutto
rispetti gli infiniti mondi vitali, mio zio Achille ci scrisse un libro su, che
sorreggono la nostra vita. Non escludere nessuno, non disprezzare nessuno.
Ancora con Capitini: interessarsi sommamente a tutti, sperare che la realtà di
tutti arrivi a tutti gli esclusi per guarirli; scoprire che c'è sempre una non
violenza più autentica e che "ieri eravamo violenti". Capitini
definiva questo come lavoro "religioso" perché ci mette in rapporto
con una realtà sommamente amata e rispettata, una ricerca "sacra"
perché comprende chi soffre e sta peggio di noi. Sulla via della più alta
sovranità incontriamo l'esigenza della più alta giustizia.
Io faccio parte di una genia di malvagi
persecutori. Noi cristiani siamo stati ciechi per millenni. Seguaci di maestri
ebrei, del fariseo Paolo di Tarso, abbiamo perseguitato l'ebraismo, disprezzato
le sue sante tradizioni, i suoi riti, le sue consuetudini; abbiamo infierito in
modo inaudito su quel mondo vitale sul quale nondimeno continuavamo a invocare
benedizioni: "Gerusalemme siano rinforzate le tue porte e i tuoi bastioni,
scorra in te latte e miele, siano salvate le tue madri, crescano forti i tuoi
figli...". Questa la situazione in cui mi sono ritrovato, da cristiano.
Ora che abbiamo finalmente iniziato a convertirci, noi cristiani, ora capiamo
l'infinito amore che c'è dietro ogni gesto religioso dell'ebraismo, dietro ogni
sua tradizione e preghiera, dietro ogni rito, e ci strazia l'orrore di quello
che è stato fatto per tanto tempo. Il passato non può essere cambiato. Ma
almeno per il presente e per il futuro, nei quali si può essere diversi, vorrei
mostrare di aver imparato la lezione che ho ricevuto dalla storia e agire
diversamente. "Teshuvà", pentimento e conversione. E invitare i miei
compagni a fare altrettanto, quando insieme pensiamo a un mondo nuovo.
Prima di compiere qualsiasi violenza, prima
di cancellare sbrigativamente qualcuno dalla storia, prima di disprezzare
qualsiasi consuetudine o idea delle quali magari non capiamo subito il senso,
pensiamo bene se questa sia veramente la giustizia che ci serve per elevare
"tutti" ad essere re. Tutti i giorni mi pare che non manchino
occasioni per esercitare questa "pazienza", che significa apertura a
tutti, aspirazione alla giustizia somma, lì dove misericordia e verità
finalmente si incontrano e si baciano, come è scritto.”
Una persona
che rappresenta bene questi ideali democratici è il pastore battista
statunitense nero Martin Luther King (1929-1968), il più noto esponente del
movimento statunitense dei diritti civili degli anni Sessanta. Egli, seguace
dell’ideologia non violenta teorizzata dall’indiano Ghandi, fu un disobbediente
per amore di giustizia: questa fu la libertà che si prese.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli
