Tirocinio democratico
In base ai ragionamenti che nel lungo post di
ieri ho esposto, emerge la necessità di fare tirocinio di democrazia anche nelle nostre
collettività di fede, in particolare nella formazione permanente dei laici di
fede, impegnati con primaria responsabilità nel compito collettivo di infondere
valori nella società civile in cui sono
immersi, alla quale partecipano con poteri sovrani.
E’ passato ormai mezzo secolo da quando si prese consapevolezza di
questo, ma ancora quel tipo di tirocinio è piuttosto ostico negli ambienti
religiosi. Lo si vede con sospetto, come fonte di disordine. Ma è proprio per affrontare
in modo ordinato il metodo democratico che esso occorre.
Storicamente le genti di fede sono state
ammaestrate ad obbedire e, in particolare, ad obbedire tacendo. “Obbedir
tacendo” fu un motto dell’Arma dei Carabinieri ed esso ha un senso preciso
negli ambienti militari: significa abnegazione nello sforzo di contribuire a
un risultato comune che richiede compattezza e coordinazione. Si ricorda che
anche il Garibaldi, rivoluzionario repubblicano risorgimentale, obbedì alle autorità militari sabaude in
diverse occasioni, in particolare con un famoso telegramma spedito durante la
Terza guerra d’indipendenza, la cui immagine ho incollato qui sopra, e poi al termine della stupefacente conquista delle
regioni del regno borbonico dell’Italia meridionale. Ma la sua obbedienza non
fu solo una questione militare: fu prima di tutto frutto di una valutazione realistica delle
prospettive dell’unificazione nazionale e dello sviluppo di uno stato degli
italiani che sostituisse il precedente pluralismo regionale, creando innanzi
tutto un popolo capace di autogoverno, nelle forme democratiche all’epoca
vigenti e concretamente possibili, alle quali egli stesso partecipò vivacemente nel dibattito politico.
Democrazia significa autogoverno del popolo:
essa richiede la capacità culturale di elevarsi alla sovranità. Nel momento in
cui si è deciso, anche in religione, tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta
del secolo scorso, che non solo le persone di fede debbano sentire il dovere
religioso di partecipare all’autogoverno della società in cui sono immerse, ma
anche che i regimi democratici sono quelli preferibili per il governo delle
società, è chiaro che, accanto al tradizionale tema della disciplina, dell’obbedienza,
deve farsi strada quello del tirocinio all’autogoverno, ad essere sovrani nella
società e ad esserlo collettivamente, secondo il metodo democratico incentrato
sul dialogo. Non c’è altro modo, infatti, per influire efficacemente nello
sviluppo di società democratiche. In quest’ottica, “la politica è la più alta
forma di carità”, come insegnava il beato Giovanni Battista Montini. E, non dimentichiamolo, fu san Karol
Wojtyla a insegnarci, con la sua lettera
del 1991 in occasione dei cento anni dalla lettera del suo predecessore che aveva
inaugurato il magistero sociale, che
la democrazia è il regime preferibile, anche in un’ottica di fede.
Nella prospettiva democratica, come sosteneva Lorenzo
Milani, l’obbedienza non è più una virtù,
se significa sottrarsi al compito della sovranità collettiva.
La base del tirocinio democratico è la coscienza
storica. Essa mi pare carente nella formazione religiosa di primo e secondo
livello e anche in quella degli adulti e, in particolare, qui da noi. Questo
significa che, poi, il rapporto della nostra gente di fede con la democrazia
sarà piuttosto problematico. In ogni questione si andrà ansiosamente alla
ricerca di una sorta di padre a cui
sottomettersi, secondo un costume bimillenario in religione. Ma la scelta del
padre, in mancanza di sufficiente memoria storica, avverrà con criteri
superficiali, sulla base di apparenze di autorità, di forme luccicanti, di
sicumere esibite, di conformismo collettivo o di puro legalismo.
In religione ci troviamo a dover convivere con
molti padri i quali pretendono
obbedienza paternalistica. La
democrazia però consiste in un certo senso proprio nel sindacare questa
autorità paternalistica e, nella mentalità democratica, si vorrebbe riscoprire, nell’esercizio dell’autorità,
il valore di una certa saggezza. I padri ce li troviamo davanti per ragioni per
così dire di natura, saggi invece si diventa e si
deve essere riconosciuti.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
