Impegno civile
come attività religiosa
Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo culturale dei nostri
tempi, ha affermato in “Tristi tropici”, che in tutta la storia umana, solo due
sono state le strategie impiegate allorché si è dovuto risolvere il problema
diversità altrui: una è stata la strategia “antropoemica”, l’altra la strategia
“antropofagica”.
La prima consisteva nel “vomitare”,
nello sputar fuori gli altri, considerati come esseri incurabilmente estranei e
alieni, nel vietare il contatto fisico, il dialogo, i rapporti sociali e
qualsiasi tipo di «commercium» [=relazione di
mutuo scambio], commensalità o «connubium»
(=alleanza basata su una relazione affettiva profonda). Varianti estreme di questa strategia “emica” sono oggi, come sempre, l’incarcerazione,
la deportazione e la soppressione fisica. Sue forme aggiornate, “raffinate”
(modernizzate) sono la separazione spaziale, i ghetti urbani, l’accesso
selettivo agli spazi.
La seconda strategia consiste in
una cosiddetta “disalienazione” delle sostanze estranee: nell’«ingerire»,
«divorare» i corpi e gli spiriti estranei in modo da renderli , attraverso il
metabolismo, identici e non più distinguibili dal corpo che li ingerisce. Tale
strategia assunse una parimenti varia gamma di forme, dal cannibalismo all’assimilazione
forzata: crociate culturali, guerre dichiarate ai costumi, calendari, culti,
dialetti e altri «pregiudizi» e «superstizioni»
locali. Se la prima categoria mirava all’esilio e alla distruzione degli “altri”,
la seconda puntava all’annullamento o distruzione della loro “diversità”.
[da: Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2011 (opera
edita per la prima volta in Gran Bretagna nel 2000]
Sono nato, sono cresciuto e mi sono formato
in un ambiente religioso che dava molto importanza all’impegno civile, inteso
come il partecipare alla collettività politica per costruire la città dell’uomo (espressione risalente a
Giuseppe Lazzati, 1909-1986), vale a dire una società benevola verso tutti gli
esseri umani. In una società pluralistica come quella in cui siamo immersi l’impegno
civile richiede di essere democratico,
vale a dire aperto alla collaborazione con chi su molte cose la pensa
diversamente ma è unito a noi dalla comune umanità. Oggi mi trovo inserito, a motivo della mia
residenza abitativa, in una collettività religiosa in cui, a parte il gruppo di
Ac, mi pare di capire che a quell’impegno non si dia alcuna importanza. Non se
ne tratta nella formazione religiosa di base, né in quella di secondo livello, né
in quella permanente degli adulti. Non è argomento di dialogo tra i fedeli.
Anzi, mi pare che sia considerato in genere un tema sconveniente. Infatti, ciò
che è fuori dei nostri spazi liturgici è avvertito come una realtà estranea e
ostile. C’è l’idea che chi viene da là debba essere sottoposto a una sorta di “decontaminazione”,
prima di essere ammesso tra noi.
La diversità
altrui, insomma, ci crea problema, e un problema molto serio. Si ritiene che il
metodo del dialogo sia inutile e anche controproducente, perché potrebbe
portare a contaminazione. Per reagire alla diversità altrui, vengono impiegate
entrambe le tecniche sunteggiate da Lévi-Strauss: l’esclusione e l’assimilazione.
Da un lato si costruiscono frontiere ideologiche
strettamente presidiate. All’interno, salvo che nel ruolo di semplice consumatore di servizi religiosi, è ammesso solo chi
accetta la conformità di pensiero, o, almeno, si impegna a non contestarla, per
amore di pace, come si dice. D’altro lato, chi è ammesso all’interno viene
esortato a farsi digerire, assimilare, divenendo parte
di una collettività di uguali, in cui
è abolita ogni diversità (e quindi la necessità di un vero e franco dialogo), e
in cui questa uguaglianza è realizzata mediante la pratica dell’obbedienza
verso dei formatori, in cui ogni
pensiero critico non viene accolto tanto bene.
Questa ideologia che ho descritta mi pare
piuttosto lontana da quella indicata come preferibile nei documenti del
Concilio Vaticano 2° ed è probabilmente all’origine della crescente
emarginazione della nostra collettività di fede dalla vita del quartiere in cui
è immersa. Essa è diventata metaforicamente un’isola-fortezza, un po’ come fu l’isola di Malta dal Cinquecento.
In realtà l’ideologia prevalente da noi,
benché la si voglia riferire alle origini, in realtà proiettando non del tutto a
proposito sul passato nostre attuali concezioni,
diverge marcatamente dai costumi delle nostre collettività religiose di tutti i
tempi, in cui l’impegno civile ha avuto una parte fondamentale: altrimenti non
parleremmo oggi di radici religiose
dell’Europa. Essa ha infatti origine storica piuttosto recente e precisamente
in epoca fascista. Fu allora che, a seguito del compromesso raggiunto all’epoca
dai nostri capi religiosi con il regime fascista, la religione si impegnò a non
occuparsi di politica (in realtà, così facendo, dando un formidabile
appoggio al regime fascista), quindi delle cose della città dell’uomo. Era scritto nel Concordato che fu stipulato nel 1929 e che fu in parte superato con
l’avvento della Costituzione repubblicana entrata in vigore del 1948 e,
definitivamente, con gli Accordi di revisione di quel Concordato, stipulati nel
1984.
Il processo di integrazione del fedele nella
nostra collettività religioso è concepito come un processo organico, con aspetti
propriamente digestivi e altri generativi, per cui la nostra collettività è concepita un po’ come
uno stomaco e un po’ come un utero. Si viene generati da una collettività. Tutto ciò mi è piuttosto ostico,
perché, nell’ambiente religioso in cui mi sono formato non si accetta di
divenire digeriti, né di divenire generati o rigenerati da una qualsiasi
collettività, religiosa o non. Ma in realtà, benché naturalmente uno possa del
tutto legittimamente aderire a quest’ordine di idee come forma di spiritualità
particolare così come uno può decidere di inquadrarsi in un ordine religioso
con particolari consuetudini, nessuno è obbligato
a scegliere quella via come unico metodo di formazione alla fede. Questo aspetto
è particolarmente critico da noi e forse meriterebbe più attenzione da parte di
chi, nella nostra città, ha la responsabilità di dare indirizzi sulla
formazione religiosa.
Bisogna che sia più chiaro che, nonostante
tutte le metafore sociali che utilizziamo a fini propedeutici, per rendere in
termini semplici un’idea di cose molto difficili da capire, noi partecipiamo a una collettività, ne
siamo anche responsabili; possiamo
riconoscere anche di essere generati alla fede in una collettività, ma assolutamente
non da una collettività:
infatti, come è scritto, noi dobbiamo rinascere dall’alto. Se questo è vero, e correggetemi se sbaglio perché
non sono un teologo e in religione sono solo un ignorante colto, nessuno deve sentirsi obbligato a farsi digerire
o generare o rigenerare
da una certa collettività, per
quanto poi possa decidere liberamente di farlo.
Il metodo che da anni si è seguito, di assimilare persone in una collettività di fede che si
vieta l’impegno civile, inteso come relazioni con chi la pensa diversamente, ha
portato, credo, alla nostra progressiva emarginazione dalla vita del quartiere.
Sentiamo gli altri come estranei e da loro siamo sentiti estranei. Per farceli
amici chiediamo troppo, chiediamo loro di farsi
digerire; loro non ci stanno e noi li vomitiamo.
L’impegno civile nella nostra Repubblica, come
è configurato nella vigente Costituzione, si basa su una concezione personalistica che è stata
ideata in ambito cattolico negli anni ’30, sulla base di un filone di pensiero
che risale al Medioevo e che ha basi scritturistiche. Tale concezione si basa
sul rispetto della dignità della persona
umana, sia come singola sia nelle formazioni sociali a cui
partecipa. Questo significa che non è ammesso che una formazione sociale possa digerire una persona. Ma, a ben vedere,
questo principio digestivo è estraneo anche all’ideologia
insegnata dai nostri capi religiosi. Infatti la nostra fede si basa su una conversione intesa come processo di
metamorfosi personale e libera. In particolare, nei nostri scritti sacri non ci
viene mai presentato il nostro Maestro impegnato in attività propriamente digestive.
La mia formazione religiosa ha compreso anche
insegnamenti su come partecipare a una collettività di fede da laico. Essa è
stata condotta nello spirito del Concilio Vaticano 2°, i cui principi vennero
entusiasticamente accolti nell’ambiente religioso della mia famiglia. Il laico
deve partecipare a una collettività di fede mantenendo integra la sua dignità
di persona umana e rispettando la dignità personale degli altri fedeli. Si
tratta di cosa di cui occorre fare tirocinio. Quest’ultimo manca del tutto, per
quanto ho potuto constatare, nella formazione religiosa che si fa da noi. Ma,
in genere, sono piuttosto critiche le relazioni con persone di fede che
presentino qualche diversità di concezioni o di stili di vita. Me ne faccio un
addebito personale. Infatti anch’io, nel nostro quartiere, ho relazioni con gente di fede prevalentemente
all’interno del nostro gruppo di Ac. Si
sta chiusi, confinati, autoemarginati, nei propri gruppi di tendenza e non
esistono momenti di vero dialogo e di approfondimento della conoscenza
reciproca. Anche perché, probabilmente, mancando un tirocinio al dialogo,
degenererebbero presto in scontro.
L’impegno civile è appunto quel tipo di
relazioni con gli altri che ci permette di collaborare con chi la pensa in modo
diverso da noi per costruire qualcosa di comune, in religione o altrove. Esso,
nella nostra fede, ha avuto sempre una
forte valenza religiosa, della quale però da noi si è persa consapevolezza.
Mario Ardigò – Azione
Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
