sabato 3 gennaio 2015

Impegno civile come attività religiosa

Impegno civile come attività religiosa




Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo culturale dei nostri tempi, ha affermato in “Tristi tropici”, che in tutta la storia umana, solo due sono state le strategie impiegate allorché si è dovuto risolvere il problema diversità altrui: una è stata la strategia “antropoemica”, l’altra la strategia “antropofagica”.
 La prima consisteva nel “vomitare”, nello sputar fuori gli altri, considerati come esseri incurabilmente estranei e alieni, nel vietare il contatto fisico, il dialogo, i rapporti sociali e qualsiasi tipo di «commercium» [=relazione di mutuo scambio], commensalità  o «connubium» (=alleanza basata su una relazione affettiva profonda). Varianti estreme di questa strategia “emica” sono oggi, come sempre, l’incarcerazione, la deportazione e la soppressione fisica. Sue forme aggiornate, “raffinate” (modernizzate) sono la separazione spaziale, i ghetti urbani, l’accesso selettivo agli spazi.
 La seconda strategia consiste in una cosiddetta “disalienazione” delle sostanze estranee: nell’«ingerire», «divorare» i corpi e gli spiriti estranei  in modo da renderli , attraverso il metabolismo, identici e non più distinguibili dal corpo che li ingerisce. Tale strategia assunse una parimenti varia gamma di forme, dal cannibalismo all’assimilazione forzata: crociate culturali, guerre dichiarate ai costumi, calendari, culti, dialetti e altri «pregiudizi»  e «superstizioni» locali. Se la prima categoria mirava all’esilio e alla distruzione degli “altri”, la seconda puntava all’annullamento o distruzione della loro “diversità”.

[da: Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2011 (opera edita per la prima volta in Gran Bretagna nel 2000]

  Sono nato, sono cresciuto e mi sono formato in un ambiente religioso che dava molto importanza all’impegno civile, inteso come il partecipare alla collettività politica per costruire la città dell’uomo (espressione risalente a Giuseppe Lazzati, 1909-1986), vale a dire una società benevola verso tutti gli esseri umani. In una società pluralistica come quella in cui siamo immersi l’impegno civile richiede di essere democratico, vale a dire aperto alla collaborazione con chi su molte cose la pensa diversamente ma è unito a noi dalla comune umanità.  Oggi mi trovo inserito, a motivo della mia residenza abitativa, in una collettività religiosa in cui, a parte il gruppo di Ac, mi pare di capire che a quell’impegno non si dia alcuna importanza. Non se ne tratta nella formazione religiosa di base, né in quella di secondo livello, né in quella permanente degli adulti. Non è argomento di dialogo tra i fedeli. Anzi, mi pare che sia considerato in genere un tema sconveniente. Infatti, ciò che è fuori dei nostri spazi liturgici è avvertito come una realtà estranea e ostile. C’è l’idea che chi viene da là debba essere sottoposto a una sorta di “decontaminazione”, prima di essere ammesso tra noi.
  La diversità altrui, insomma, ci crea problema, e un problema molto serio. Si ritiene che il metodo del dialogo sia inutile e anche controproducente, perché potrebbe portare a contaminazione. Per reagire alla diversità altrui, vengono impiegate entrambe le tecniche sunteggiate da Lévi-Strauss: l’esclusione e l’assimilazione.
 Da un lato si costruiscono frontiere ideologiche strettamente presidiate. All’interno, salvo che nel ruolo di semplice consumatore  di servizi religiosi, è ammesso solo chi accetta la conformità di pensiero, o, almeno, si impegna a non contestarla, per amore di pace, come si dice. D’altro lato, chi è ammesso all’interno viene esortato a farsi digerire, assimilare, divenendo  parte di una collettività di uguali, in cui è abolita ogni diversità (e quindi la necessità di un vero e franco dialogo), e in cui questa uguaglianza è realizzata mediante la pratica  dell’obbedienza  verso dei formatori, in cui ogni pensiero critico non viene accolto tanto bene.
 Questa ideologia che ho descritta mi pare piuttosto lontana da quella indicata come preferibile nei documenti del Concilio Vaticano 2° ed è probabilmente all’origine della crescente emarginazione della nostra collettività di fede dalla vita del quartiere in cui è immersa. Essa è diventata metaforicamente un’isola-fortezza, un po’ come fu l’isola di Malta dal Cinquecento.
 In realtà l’ideologia prevalente da noi, benché la si voglia riferire alle origini, in realtà proiettando  non del tutto a proposito  sul passato nostre attuali concezioni, diverge marcatamente dai costumi delle nostre collettività religiose di tutti i tempi, in cui l’impegno civile ha avuto una parte fondamentale: altrimenti non parleremmo oggi di radici religiose dell’Europa. Essa ha infatti origine storica piuttosto recente e precisamente in epoca fascista. Fu allora che, a seguito del compromesso raggiunto all’epoca dai nostri capi religiosi con il regime fascista, la religione si impegnò a  non occuparsi di politica (in realtà, così facendo, dando un formidabile appoggio al regime fascista), quindi delle cose della città dell’uomo. Era scritto nel Concordato che fu stipulato nel 1929 e che fu in parte superato con l’avvento della Costituzione repubblicana entrata in vigore del 1948 e, definitivamente, con gli Accordi di revisione di quel Concordato, stipulati nel 1984.
 Il processo di integrazione del fedele nella nostra collettività religioso è concepito come un processo organico,  con aspetti propriamente  digestivi e altri generativi, per cui la nostra collettività è concepita un po’ come uno stomaco e un po’ come un utero. Si viene generati da una collettività. Tutto ciò mi è piuttosto ostico, perché, nell’ambiente religioso in cui mi sono formato non si accetta di divenire digeriti, né di divenire generati o  rigenerati da una qualsiasi collettività, religiosa o non. Ma in realtà, benché naturalmente uno possa del tutto legittimamente aderire a quest’ordine di idee come forma di spiritualità particolare così come uno può decidere di inquadrarsi in un ordine religioso con particolari consuetudini, nessuno è obbligato a scegliere quella via come unico  metodo di formazione alla fede. Questo aspetto è particolarmente critico da noi e forse meriterebbe più attenzione da parte di chi, nella nostra città, ha la responsabilità di dare indirizzi sulla formazione religiosa.
  Bisogna che sia più chiaro che, nonostante tutte le metafore sociali che utilizziamo a fini propedeutici, per rendere in termini semplici un’idea di cose molto difficili da capire, noi partecipiamo a una collettività, ne siamo anche responsabili; possiamo riconoscere anche di essere generati alla fede in una collettività, ma assolutamente non da una collettività: infatti, come è scritto, noi dobbiamo rinascere dall’alto. Se questo è vero, e correggetemi se sbaglio perché non sono un teologo e in religione sono solo un ignorante colto, nessuno deve sentirsi obbligato a farsi digerire o  generare  o rigenerare da una certa collettività, per quanto poi possa decidere liberamente di farlo.
  Il metodo che da anni si è seguito, di assimilare  persone in una collettività di fede che si vieta l’impegno civile, inteso come relazioni con chi la pensa diversamente, ha portato, credo, alla nostra progressiva emarginazione dalla vita del quartiere. Sentiamo gli altri come estranei e da loro siamo sentiti estranei. Per farceli amici chiediamo troppo, chiediamo loro di farsi digerire; loro non ci stanno e noi li vomitiamo.
 L’impegno civile nella nostra Repubblica, come è configurato nella vigente Costituzione,  si basa su una concezione  personalistica che è stata ideata in ambito cattolico negli anni ’30, sulla base di un filone di pensiero che risale al Medioevo e che ha basi scritturistiche. Tale concezione si basa sul rispetto della dignità della persona umana, sia come singola sia nelle formazioni sociali a cui partecipa. Questo significa che non è ammesso che una formazione sociale possa digerire una persona. Ma, a ben vedere, questo principio  digestivo è estraneo anche all’ideologia insegnata dai nostri capi religiosi. Infatti la nostra fede si basa su una conversione intesa come processo di metamorfosi personale e libera. In particolare, nei nostri scritti sacri non ci viene mai presentato il nostro Maestro impegnato in attività propriamente  digestive.
 La mia formazione religiosa ha compreso anche insegnamenti su come partecipare a una collettività di fede da laico. Essa è stata condotta nello spirito del Concilio Vaticano 2°, i cui principi vennero entusiasticamente accolti nell’ambiente religioso della mia famiglia. Il laico deve partecipare a una collettività di fede mantenendo integra la sua dignità di persona umana e rispettando la dignità personale degli altri fedeli. Si tratta di cosa di cui occorre fare tirocinio. Quest’ultimo manca del tutto, per quanto ho potuto constatare, nella formazione religiosa che si fa da noi. Ma, in genere, sono piuttosto critiche le relazioni con persone di fede che presentino qualche diversità di concezioni o di stili di vita. Me ne faccio un addebito personale. Infatti anch’io, nel nostro quartiere,  ho relazioni con gente di fede prevalentemente all’interno  del nostro gruppo di Ac. Si sta chiusi, confinati, autoemarginati, nei propri gruppi di tendenza e non esistono momenti di vero dialogo e di approfondimento della conoscenza reciproca. Anche perché, probabilmente, mancando un tirocinio al dialogo, degenererebbero presto in scontro.
 L’impegno civile è appunto quel tipo di relazioni con gli altri che ci permette di collaborare con chi la pensa in modo diverso da noi per costruire qualcosa di comune, in religione o altrove. Esso, nella nostra  fede, ha avuto sempre una forte valenza religiosa, della quale però da noi si è persa consapevolezza.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli