Avvilimento
del laicato
Dato il punto di partenza, che è dire la
pluralità di concezione dell’uomo e delle conseguenti culture, appare evidente
che una città, capace di realizzare il bene comune dei suoi cittadini, si darà
nella misura in cui essi avranno coscienza che la via del dialogo è l’unica
che, sia pure attraverso le difficoltà che comporta e la pazienza che esige,
assicura il raggiungimento del fine che le è proprio in quanto “città dell’uomo”.
Naturalmente, purché la via del dialogo sia praticata secondo le esigenze
proprie del dialogo e lo stile di vita che ne consegue.
E’ questa la via della democrazia, per dirla
in appropriato termine di preciso significato politico.
[da:
Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo –
Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, AVE, 1984]
Negli anni Sessanta emerse una nuova teologia
del laicato, che prefigurava anche una profonda trasformazione dell’intera
nostra collettività di fede. Essa, come sempre accade in questi campi, seguì
una realtà sociale che si era già prodotta, vale a dire l’importantissimo ruolo
che i laici di fede avevano esercitato, in particolare in Europa, per la
ricostruzione dell’ordine mondiale dopo la Seconda guerra mondiale.
La novità di questa impostazione risiede nel
fatto di accettare l’insufficienza della sola formazione teologica per
risolvere le questioni sociali. Si prese
coscienza di ciò che venne definita autonomia
delle realtà terrene, vale a dire del mondo così come ci appare e lo
sperimentiamo vivendoci in mezzo. Il rinnovamento del mondo secondo i valori di
fede richiede una speciale competenza, secondo i vari settori in cui si
interviene, ed è oggetto di un lavoro che è specificamente proprio dei laici di
fede. Negli anni Sessanta si individuò in questo lavoro nel mondo, per
trasformarlo e rinnovarlo, la caratteristica specifica della vocazione dei
laici: non era mai stato fatto prima, come ricorda Lazzati nel libretto da cui
ho tratto la citazione iniziale. Ciò fu
espresso in termini teologici dichiarando che il mondo è il luogo teologico della santificazione dei laici.
Poiché le realtà terrene hanno leggi e valori
propri che gli esseri umani devono scoprire, usare e ordinare, ne deriva che
per svolgere il compito che è proprio dei laici di fede occorre acquisire
specifiche competenze e, poiché si tratta di lavorare anche in contesti
pluralistici, collaborando con gente di diverse concezioni ideologiche e
religiose, innanzi tutto la competenza al dialogo.
Scrisse ancora Lazzati, nel libro che sopra ho
citato:
“La competenza si acquisisce con
impegno d’intelligenza per conoscere e di volontà per applicare, settore per
settore, le soluzioni dei problemi propri di un determinato settore e di quelli
che nascono dal suo sviluppo, da nuove tecniche, da possibili nuovi conseguenti
rapporti umani.
In questa prospettiva, la competenza dovrà
essere di diversa dimensione secondo il livello al quale il singolo opera, ma
indispensabile, almeno in misura minima, anche ai livelli inferiori di pura
esecuzione. Tale competenza deve comporsi di una base scientifica (la più
variabile da livello a livello), di una misura tecnico applicativa e, infine,
di senso storico. Di quel senso storico che sa vedere il problema nell’oggi,
senza ingiustificati rifiuti dell’ieri solo perché «ieri», e con ragionevoli
aperture al domani, in quanto logiche linee di un sensato sviluppo e non
cedimenti a imposizioni propagandistiche di discutibilissimi piani economici
che, poco o nulla, paiono pensati nella prospettiva di un’economia per l’uomo.
E’ proprio il tema della competenza che esige
di mettere in luce un altro aspetto dell’agire da «cristiani» nella costruzione
della «città
dell’uomo»:
è l’aspetto della collaborazione con quanti lavorano a quella costruzione. Un
aspetto cui anche il concilio accenna nel testo
in cui esorta i laici ad «acquistarsi
una vera perizia in quei campi»
in cui lavorano. Qui essi «daranno
volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità» (Enciclica Gaudium et
spes, n.45).”
Rispetto alle concezioni che ho
descritto, che sono emerse nel nostro ieri,
appaiono francamente avvilenti per i laici di fede quelle che, nel nostro oggi, vengono talvolta proposte in modo piuttosto
pressante, che vogliono i laici impegnati innanzi tutto in famiglie con
ordinamento marcatamente patriarcale e autoritario, le quali in un certo senso
sembrano, oltre che batterie riproduttive, istituti correzionali. Il fatto che
la gente che sta fuori e ci vede impegnati in questi micromondi arcigni decida
di tenersene accuratamente lontana non è indice della malvagità del mondo, ma
dell’insufficienza del modello proposto. E’ tutto qui quello che, oggi, i laici di fede dovrebbero fare: produrre molti figli per sottoporli ad una soffocante disciplina
bigotta? Questa è una delle soluzioni proposte per preservare la gente di fede
dalle contaminazioni del modo. Le si trovano anche basi bibliche in scritti
sacri risalenti a collettività di fede caratterizzate da un forte integralismo
etnico. Senza avvedersi che la stupefacente espansione della nostra fede nei
primi quattro secoli fu dovuta proprio alla capacità di mediarla, di porla in relazione, con il mondo di fuori, e, innanzi
tutto, con le collettività culturali ellenistiche, utilizzando la traduzione
greca dei testi sacri che esse avevano prodotto. Noi infatti abbiamo ricevuto
gli scritti sacri neotestamentari scritti in greco. In un certo senso, chi è
favorevole a rinchiudersi in microuniversi su base familistica autoritaria,
vorrebbe abbandonare il greco per tornare ad un ipotetico aramaico, l’antica
lingua parlata correntemente nelle nostre prime collettività di fede in
Palestina e appartenente alla stessa grande famiglia linguistica dell’arabo e
dell’ebraico.
La mancanza di una lingua comune interrompe la
possibilità di dialogo e rende impossibile quel lavoro nella società che si
ritiene proprio della vocazione dei laici di fede.
In un certo senso, invece, la formazione
permanente dei laici di fede dovrebbe tendere all’acquisizione di competenze
nella lingua comune dell’umanità, quindi nell’incrementare le capacità di
dialogo. Cosa impossibile se tutto il catechismo viene centrato sulla
trasmissione di contenuti teologici, per di più altamente formalizzati e perciò
presentati in un modo che ne rende difficile l’applicazione pratica nella vita
sociale quotidiana.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli