sabato 31 gennaio 2015

Avvilimento del laicato

Avvilimento del laicato


 Dato il punto di partenza, che è dire la pluralità di concezione dell’uomo e delle conseguenti culture, appare evidente che una città, capace di realizzare il bene comune dei suoi cittadini, si darà nella misura in cui essi avranno coscienza che la via del dialogo è l’unica che, sia pure attraverso le difficoltà che comporta e la pazienza che esige, assicura il raggiungimento del fine che le è proprio in quanto “città dell’uomo”. Naturalmente, purché la via del dialogo sia praticata secondo le esigenze proprie del dialogo e lo stile di vita che ne consegue.
 E’ questa la via della democrazia, per dirla in appropriato termine di preciso significato politico.

[da: Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo – Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, AVE, 1984]

  Negli anni Sessanta emerse una nuova teologia del laicato, che prefigurava anche una profonda trasformazione dell’intera nostra collettività di fede. Essa, come sempre accade in questi campi, seguì una realtà sociale che si era già prodotta, vale a dire l’importantissimo ruolo che i laici di fede avevano esercitato, in particolare in Europa, per la ricostruzione dell’ordine mondiale dopo la Seconda guerra mondiale.
  La novità di questa impostazione risiede nel fatto di accettare l’insufficienza della sola formazione teologica per risolvere le questioni sociali.  Si prese coscienza di ciò che venne definita autonomia delle realtà terrene, vale a dire del mondo così come ci appare e lo sperimentiamo vivendoci in mezzo. Il rinnovamento del mondo secondo i valori di fede richiede una speciale competenza, secondo i vari settori in cui si interviene, ed è oggetto di un lavoro che è specificamente proprio dei laici di fede. Negli anni Sessanta si individuò in questo lavoro nel mondo, per trasformarlo e rinnovarlo, la caratteristica specifica della vocazione dei laici: non era mai stato fatto prima, come ricorda Lazzati nel libretto da cui ho tratto la citazione iniziale.  Ciò fu espresso in termini teologici dichiarando che il mondo è il luogo teologico della santificazione dei laici.
 Poiché le realtà terrene hanno leggi e valori propri che gli esseri umani devono scoprire, usare e ordinare, ne deriva che per svolgere il compito che è proprio dei laici di fede occorre acquisire specifiche competenze e, poiché si tratta di lavorare anche in contesti pluralistici, collaborando con gente di diverse concezioni ideologiche e religiose, innanzi tutto la competenza al dialogo.
 Scrisse ancora Lazzati, nel libro che sopra ho citato:
“La competenza si acquisisce con impegno d’intelligenza per conoscere e di volontà per applicare, settore per settore, le soluzioni dei problemi propri di un determinato settore e di quelli che nascono dal suo sviluppo, da nuove tecniche, da possibili nuovi conseguenti rapporti umani.
 In questa prospettiva, la competenza dovrà essere di diversa dimensione secondo il livello al quale il singolo opera, ma indispensabile, almeno in misura minima, anche ai livelli inferiori di pura esecuzione. Tale competenza deve comporsi di una base scientifica (la più variabile da livello a livello), di una misura tecnico applicativa e, infine, di senso storico. Di quel senso storico che sa vedere il problema nell’oggi, senza ingiustificati rifiuti dell’ieri solo perché «ieri», e con ragionevoli aperture al domani, in quanto logiche linee di un sensato sviluppo e non cedimenti a imposizioni propagandistiche di discutibilissimi piani economici che, poco o nulla, paiono pensati nella prospettiva di un’economia per l’uomo.
 E’ proprio il tema della competenza che esige di mettere in luce un altro aspetto dell’agire da «cristiani» nella costruzione della «città dell’uomo»: è l’aspetto della collaborazione con quanti lavorano a quella costruzione. Un aspetto cui anche il concilio accenna nel testo  in cui esorta i laici ad «acquistarsi una vera perizia in quei campi» in cui lavorano. Qui essi «daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità» (Enciclica Gaudium et spes, n.45).”
 Rispetto alle concezioni che ho descritto, che sono emerse nel nostro ieri, appaiono francamente avvilenti per i laici di fede quelle che, nel nostro oggi,  vengono talvolta proposte in modo piuttosto pressante, che vogliono i laici impegnati innanzi tutto in famiglie con ordinamento marcatamente patriarcale e autoritario, le quali in un certo senso sembrano, oltre che batterie riproduttive, istituti correzionali. Il fatto che la gente che sta fuori e ci vede impegnati in questi micromondi arcigni decida di tenersene accuratamente lontana non è indice della malvagità del mondo, ma dell’insufficienza del modello proposto.  E’ tutto qui quello che, oggi, i laici di fede dovrebbero fare: produrre molti figli  per sottoporli ad una soffocante disciplina bigotta? Questa è una delle soluzioni proposte per preservare la gente di fede dalle contaminazioni del modo. Le si trovano anche basi bibliche in scritti sacri risalenti a collettività di fede caratterizzate da un forte integralismo etnico. Senza avvedersi che la stupefacente espansione della nostra fede nei primi quattro secoli fu dovuta proprio alla capacità di mediarla, di porla in relazione, con il mondo di fuori, e, innanzi tutto, con le collettività culturali ellenistiche, utilizzando la traduzione greca dei testi sacri che esse avevano prodotto. Noi infatti abbiamo ricevuto gli scritti sacri neotestamentari scritti in greco. In un certo senso, chi è favorevole a rinchiudersi in microuniversi su base familistica autoritaria, vorrebbe abbandonare il greco per tornare ad un ipotetico aramaico, l’antica lingua parlata correntemente nelle nostre prime collettività di fede in Palestina e appartenente alla stessa grande famiglia linguistica dell’arabo e dell’ebraico.
 La mancanza di una lingua comune interrompe la possibilità di dialogo e rende impossibile quel lavoro nella società che si ritiene proprio della vocazione dei laici di fede.
 In un certo senso, invece, la formazione permanente dei laici di fede dovrebbe tendere all’acquisizione di competenze nella lingua comune dell’umanità, quindi nell’incrementare le capacità di dialogo. Cosa impossibile se tutto il catechismo viene centrato sulla trasmissione di contenuti teologici, per di più altamente formalizzati e perciò presentati in un modo che ne rende difficile l’applicazione pratica nella vita sociale quotidiana.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli