Universalità
e pluralismo
… il lessico dei diritti è stato
contestato in quanto prodotto della storia occidentale, strumento di
neocolonialismo e imperialismo culturale e la loro istituzione sovranazionale
messa in discussione in quanto espressione di un paradigma evoluzionista,
eurocentrico e paternalista, quando non semplicemente un pretesto per
giustificare un’ingerenza fondata su interessi per nulla umanitari.
Nonostante tutto ciò i diritti umani sono
sempre più diffusi in tutto il mondo non
soltanto sul piano dei documenti, delle istituzioni internazionali e delle
organizzazioni non governative, ma anche all’interno delle singole società. Il richiamo ai diritti
rappresenta un potente e diffuso vicolo di rivendicazioni, di proteste, di legittimazione
di scelte politiche, ormai comune a tutte le parti sociali.
[…]
Nell’ambito
delle istituzioni sovranazionali, come in quello della teoria politica e
giuridica si è ormai consolidata l’idea dell’universalismo non come un
dato, ma come un obiettivo
raggiungibile attraverso il
confronto e il dialogo. L’universalismo
dei diritti tende dunque ad affidarsi alla ricerca di percorsi di comunicazione
che diano ai diritti umani (e alle misure per attuarli) contenuti compatibili
con i fondamenti delle diverse culture e ciò può avvenire attraverso una
continua e reciproca influenza tra teorie e pratiche, società e istituzioni.
La dimensione della comunicazione tra culture
appare necessaria per lasciarsi alle spalle l’impronta evoluzionista che ancora
impregna l’ideologia dei diritti, senza però abbandonare le funzioni che a quei
diritti sono state storicamente e sono ancora assegnate.
[da:
Alessandra Facchi, Breve storia dei
diritti Umani, pag.148-149, Il Mulino, 2007, €11,50, attualmente
disponibile in commercio]
La nostra nuova Europa non è fondata su
interessi commerciali, ma sui diritti umani fondamentali riconosciuti alle
singole persone. Si tratta di un progresso culturale e politico
che è conseguito all’esperienza dei totalitarismi europei sviluppatisi dal
primo dopoguerra. Quando si è tratto di ricostituire l’ordinamento dell’Europa
occidentale dopo la Seconda guerra mondiale lo si è fatto su quelle basi
ideologiche, sull’ideologia dei diritti umani fondamentali, nella loro
componente di diritti di libertà e in quella di diritti sociali, come quelli
che riguardano il lavoro. L’ideologia europea dei diritti umani fondamentali ha natura e
origine religiosa. Essa ha natura religiosa perché si basa su principi supremi
e irrinunciabili che corrispondono a un’idea di umanità che si vuole affermare,
promuovere, a prescindere da qualsiasi conferma per così dire sperimentale, nella storia e nella
natura. Ad esempio, dalla storia e dalla natura viene la prova che gli esseri
umani sono diseguali, ma noi li vogliamo pensare con una eguale dignità. Ha
origine religiosa perché deriva dai principi supremi religiosi della nostra
fede, privati della loro teologia di riferimento e della mitologia e simbologia
religiosa. Essa ha nell’Europa e negli europei il suo ambiente sociale di
riferimento perché è tra gli europei che si è sviluppata la fede religiosa che
dell’ideologia dei diritti umani fondamentali costituisce il sostrato
originario.
L’ideologia dei diritti umani fondamentali sta
oggi incontrando le medesime difficoltà che la nostra confessione religiosa
incontrò negli anni Cinquanta, al tempo della decolonizzazione, in cui emerse
la sua connotazione imperialistica, legata alle ideologia delle potenze
Occidentali, espresse dagli europei. Il
Concilio Vaticano 2° (1962-1965) fu anche la risposta a questo problema,
innescando un moto universalistico che richiedeva l’inculturazione della fede nelle varie società in cui essa si era
diffusa e si andava diffondendo, recependone i valori non in conflitto con i
principi religiosi. Qualcosa di simile si sta tentando di produrre nel campo
dei diritti umani fondamentali.
In campo religioso, nella nostra fede, si è molto più avanti che nel campo dei diritti
umani fondamentali in questo percorso di universalizzazione. Come in campo
religioso sono state di ostacolo le strutture istituzionali organizzate ancora
su base molto accentrata, secondo il modello del Sacro Impero, così nel campo
dei diritti umani è di ostacolo l’organizzazione statale del potere politico
nel mondo, che impedisce quella osmosi tra culture che è alla base del processo
di universalizzazione dei diritti umani
fondamentali. Sia in campo religioso che in campo civile la pratica della
comunicazione interculturale costituirà la base per costruire istituzioni in
linea con le nuove esigenze. Prima verrà la sperimentazione e poi la
riflessione e la costruzione giuridica.
In questo lavoro l’esperienza religiosa può essere molto importante
perché si è impegnata ormai da quarant’anni nel campo dell’universalizzazione mediante inculturazione, senza sopprimere
il pluralismo culturale, dei principi supremi.
Quello a cui ho accennato è un lavoro che si
può fare in ogni ambiente sociale dove le persone siano legate a diversi
modelli di collettività, ma in cui hanno necessità di operare insieme per
perseguire ciò che anche in religione viene definito il bene comune. Ad esempio in una parrocchia. Dobbiamo sforzarci di
far coesistere il pluralismo culturale, aprendo canali di comunicazioni tra le
diverse culture espresse anche in parrocchia e attivando in questo modo quel
processo di osmosi, che parte innanzi tutto da una reciproca conoscenza, che
può consentire l’universalizzazione di certi valori, il loro riconoscimento per
via di effettiva condivisione come patrimonio comune, senza imperialismo
culturale, senza imporli per via autoritaria. Questo lavoro può poi essere
proseguito nella società in cui ciascuno di noi è immerso, e particolarmente
dai laici che in vari settori di tale società hanno maggiori occasioni per
operare con gente di altre culture. Questo però richiede di uscire dalla
mentalità per cui i contatti interculturali comporterebbero una certa contaminazione della nostra fede religiosa, per cui si
preferisce stare sempre con gente che la
pensa come noi e leggere solo testi che
ci rimandano la nostra ideologia culturale di riferimento.
Quella dell’universalità nel pluralismo è la
vera sfida per tutte le genti di buona
volontà del nostro tempo. Corrisponde all’obiettivo di fare dell’intera
umanità non solo un unico popolo, ma un’unica famiglia, che è uno degli aneliti più potenti del Concilio
Vaticano 2°. Si tratta di un compito immane, tenendo presente le difficoltà che
a volte si incontrano su questa via nei nostri piccoli gruppi religiosi.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli