Tempo di Avvento
Nella riunione di martedì scorso ci siamo
appassionati organizzando un’attività che, nel laboratori di psicologia
sociale, viene descritta come simulata.
Per studiare le dinamiche di gruppo ci si immedesima in un tipo di persona o in una classe di persone, cercando di
ragionare ed agire come loro, per poi vedere le interazioni sociali che si
stabiliscono e farne un tirocinio, per imparare come influire su di esse.
E’ Tempo liturgico di Avvento e allora ci
siamo divisi in tre gruppi, figurandoci di essere un gruppo parrocchiale, un
gruppo di commercianti e in gruppo di politici, tutta gente della nostra fede religiosa,
e di esserci riuniti per immaginare iniziative da attuare nel quartiere in
Tempo di Avvento. Il gruppo dei politici ha proposto di insediare una
commissione per promuovere interventi sui principali problemi del quartiere, da
porre sotto l’alto patrocinio del Bambinello. Il gruppo dei commercianti si è
proposto di abbellire con segni specificamente riconducibili alla nostra
religione i negozi e le strade del quartiere, di essere più generosi con i
clienti conosciuti come più bisognosi, e questo senza farsene accorgere, senza
umiliarli con i doni che si fanno loro, e di dare un contributo in denaro al
centro sociale della parrocchia. Il gruppo parrocchiale a proposto di
accogliere la gente che entra in chiesa per la Messa, facendole sentire il
calore dell’amicizia. La persone, infatti, spesso entrano ed escono dalla
liturgia con la faccia scura, come notò diversi anni fa un volenteroso giovane
prete che per qualche tempo prestò servizio in parrocchia apportando diverse
innovazioni che però, quando lui dovette andare ad altro incarico, piuttosto
rapidamente si persero. Tutte le proposte sono state esposte pubblicamente
nella discussione comune e approvate da tutti i gruppi e sono diventate le
proposte del gruppo al quartiere. Sono, sì, le proposte del gruppo, ma avendole
costruite provando ad immedesimarci in coloro che idealmente sono i loro
destinatari, possiamo immaginare che rispondano ad esigenze condivise da loro.
Ma, al centro della questione, c’è il problema di capire perché di
questi tempi si debba fare qualcosa di diverso dal solito, ci si debba attivare
per qualcosa che vada oltre il pranzo di Natale, un giorno lieto in famiglia,
lo scambio dei doni.
Avvento significa venuta, ci ha spiegato
domenica scorsa il sacerdote durante l’omelia nella Messa. La venuta è quella
del nostro primo Maestro. Ma, si potrebbe obiettare, egli non è già “venuto”
più o meno duemila anni fa? E’ vero, ma noi ne attendiamo il ritorno alla fine
dei tempi e, come anche ci ha spiegato il sacerdote, egli viene ogni giorno tra
noi, nei sacramenti e nella vita di fede. “Ieri, oggi, sempre” era scritto
intorno alla croce posta al centro del logo,
il simbolo, del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Dunque, noi attendiamo ancora
la sua venuta, non la celebriamo soltanto.
Si insegna che il Tempo di Avvento è tempo di
attesa e di preparazione. C’è qualcosa da fare per noi. E, nello stesso tempo,
immaginiamo che qualcosa di nuovo avvenga per noi. Il che fare è strettamente collegato con le nostre attese.
Viviamo nell’era “dopo Cristo”. Convenzionalmente la si fa iniziare nell’anno 753
dalla mitica fondazione della città di Roma. Ma, in realtà, questa era, intesa metodo di computo degli
anni, è iniziata nel nono secolo, sotto il dominio dell’impero carolingio,
quando le istituzioni pubbliche abbandonarono precedenti metodi di datazione. E
anche come fatto sociale, l’era
cristiana, intesa come l’epoca in cui l’ideologia della nostra fede permeò
talmente le istituzioni dell’antico impero romano da sostituire la precedente
ideologia religiosa politeista, iniziò grosso modo nel quarto secolo. Questo rende
l’idea della fede religiosa anche come processo
sociale, come progressivo sviluppo
di concezioni sulle realtà soprannaturali collegate a quelle naturali. E’ la
fede come cultura, come insieme di costumi e di idee sul mondo, che va
costruendosi nella storia dell’umanità. Questa, per come ho capito, è la nostra
parte di lavoro, come persone di fede. Sul che fare ci sono concezioni diverse.
Per orientarci usiamo ragionare sui nostri scritti sacri. In essi c’è
una parte che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo e una parte che è
originata, nel volgere di circa un secolo dall’esperienza di fede delle nostre
prime collettività religiose. Nella prima parte il che fare era centrato,
almeno da un certo punto in poi, sull’idea
di restaurazione di un ordine etico e liturgico, sulla riscoperta della legge
soprannaturale. C’è l’idea di un popolo che si corrompe, adottando costumi
stranieri, e si prostituisce, rinnegando il vero amore. Tornando ai retti
costumi e corrispondendo all’amore del sovrano soprannaturale, osservandone la
legge, si sarà compensati con la vittoria
sulle potenze ostili, benché apparentemente più forti, e l’instaurazione di una
civiltà benevola, tendenzialmente inclusiva di tutti gli esseri umani, rappresentanti
come in marcia verso una idealizzata Gerusalemme. Nella parte degli scritti
sacri originati dalle nostre prime collettività religiose si avverte molto
forte il senso del rinnovamento, sia interiore che sociale, portato dalle nuove
idee religiose, inteso come superamento, nel senso di compimento non si abrogazione, della legge soprannaturale
del passato. Non restaurazione quindi, e nemmeno abrogazione, ma superamento/compimento
dell’antica legge. Va detto che tutti gli scritti sacri sono permeati anche dall’idea
di liberazione collettiva, di passaggio, di esodo, verso una nuova
realtà. Essa fu rielaborata in modo
innovativo nella nostra fede e, in particolare, fu al centro della riflessione
teologica e collettiva sviluppata negli scorsi anni ’70.
Ho notato che, quando oggi progettiamo il che
fare sulla base delle nostra attese religiose, ci muoviamo talvolta in un’ottica
che riflette più che altro il pensiero
religioso dell’antico ebraismo: il rinnovamento come restaurazione di un ordine
che si è corrotto. Penso che sarebbe bello, però, ragionare anche in termini di
instaurazione di un ordine nuovo, anche perché è proprio questa la sfida dei
tempi, vale a dire l’insufficienza dei modelli religiosi ricevuti dal passato. L’era cristiana è ancora un lavoro in corso d’opera e una
parte dell’opera deve passare per le nostre mani e, innanzi tutto, essere
progettato dalle nostre menti.
Questo che significa? Non dobbiamo
religiosamente attenderci una restaurazione per via soprannaturale di un
passato che non tornerà. Dal passato possiamo però trarre una lezione di vita.
Il processo di liberazione per via religiosa è, in un certo senso, anche una
liberazione da un passato corrotto. Questo ci può servire nel progettare e
sperimentare nuove prassi collettive di vivere la fede. Io credo che potremmo
provare, in questo Tempo di Avvento, a prendere sul serio quel detto
scritturistico che fa “Ecco, io faccio
nuove tutte le cose”.
La riflessione sulle novità dei tempi travaglia le nostre collettività
religiose dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi. Il primo documento
legislativo delle nostre autorità religiose centrato su questo problema è
appunto un’enciclica su quelle novità,
quella denominata Rerum Novarum
[=sulle novità] promulgata dal papa Leone 13° nel 1891, nel mezzo di un
vivissimo fermento delle nostre collettività religiose e dell’intera società europea di quel tempo.
Direi che proprio il Tempo di Avvento, che ci invita a prepararci
alla venuta di quella che consideriamo la novità delle
novità, può essere un propizio per affrontare più serenamente questi temi.
Nella pratica questo può tradursi, ad esempio,
nel recepire il suggerimento del gruppo di lavoro parrocchia della simulata di martedì scorso: realizzare un servizio
di accoglienza della gente che entra in chiesa per la messa domenicale. Dare un
po’ di più di quella calda umanità che tanto trasparisce nelle molte opere d’arte
pittoriche delle nostre chiese romane realizzate dal Rinascimento in avanti,
mentre si coglie di meno nell’algido sguardo, rispondente a intransigenti e
precisi canoni formali, delle figure dei
dipinti in stile neobizantino di cui ci siamo circondati nella nostra chiesa
parrocchiale. Ecco, un’idea nuova: un supplemento di umanità in Tempo di
Avvento.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli