Conciliare
il vecchio con il nuovo?
L’uomo
che tentò di conciliare il vecchio e il
nuovo, che cercò di far passare ed accettare, anche dai più resistenti seguaci
delle ideologie corporative della scuola sociale francese, gli orientamenti
della democrazia cristiana fu Giuseppe Toniolo [1845-1918, economista,
teorico e organizzatore del movimento cattolico di impegno sociale]. Il suo nome per giovani come Filippo Meda,
come Luigi Sturzo e come, almeno per il periodo iniziale, Romolo Murri
rappresentò un valido punto di riferimento, un richiamo nell’azione condotta
per diffondere in alto e in basso, nel movimento cattolico organizzato, una
conoscenza più dinamica dei problemi delle grandi e complesse realtà sociali
moderne. Pure tra incertezze e confusioni ideologiche, Toniolo insegnò ai
giovani cattolici del suo tempo “a guardare in una certa direzione”, a
impegnarsi nella via severa e difficile delle lotte per l’elevamento economico
e sociale delle condizioni del popolo, con la dedizione del missionario, perché
quello della condizione operaia era il vero problema del nuovo secolo.
Giuseppe Toniolo prima ancora che il teorico
di una dottrina sociale, fu l’espressione di un dramma, il dramma dell’intransigenza
cattolica che, messa a confronto con i nuovi compiti economici e sociali di uno
stato moderno, credette di poterli assolvere dilatando le responsabilità
dirette della Chiesa e della parrocchia, separando la democrazia dal contesto
della politica e vivificando il mito corporativo. Dalla sua preoccupazione di
avallare un concetto della democrazia che fosse accettabile non soltanto ai
giovani murriani, ma anche agli intransigenti della vecchia maniera, derivò la
tendenza a circondare di cautele e condizionamenti la democrazia, tanto da
renderla incerta ed equivoca. Colpa certamente anche dei tempi: l’esclusione
della politica, la subordinazione di ogni altro interesse alla soluzione della
questione romana [=la
rivendicazione della restaurazione di un dominio temporale del papato su Roma], l’obbligo di unione politica dei politici
al riparo della parrocchia furono tutti elementi obiettivi che resero difficile
e contorto il lavoro del Toniolo.
[da:
Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico
in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.184-185, Laterza,
1979]
Nelle nostre collettività di fede contemporanee il dibattito sui temi sociali e
politici, quindi su come essere persone di fede nella società di oggi, è quasi
inesistente, salvo circoli di ambito piuttosto limitato, come sono gli ambienti
del M.E.I.C. – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale,
un’associazione nata per così dire da una costola dell’Azione Cattolica, e della stessa Azione Cattolica in certe
occasioni.
In particolare questo è vero per la nostra
parrocchia. Non c’è nessuna iniziativa che mostri un qualche interesse per il
mondo d’intorno e di questo dobbiamo ritenerci responsabili innanzi tutto noi
laici di fede, che dell’animazione
religiosa di quel mondo dovremmo essere in qualche modo gli specialisti. In
generale si avverte una marcata ostilità verso la società del nostro tempo, che
a qualche tratti ricalca quella dell’intransigentismo
diffuso nelle collettività di fede
italiane dopo l’unità nazionale e fino a ridosso della Prima guerra mondiale. L’intransigentismo di quell’epoca era connotato da un rifiuto dei
principi libertari diffusi in Europa dall’illuminismo, innanzi tutto della
libertà di coscienza, e dal rifiuto della situazione politica venutasi a creare
con l’unità nazionale, che aveva comportato la fine del dominio temporale del
papato sul Lazio e su Roma. Metteva in questione una civiltà e una organizzazione
politica, proponendole una civiltà alternativa, quella basata sui principi di
cooperazione i ceti sociali secondo i costumi medievali, e nessuna politica che
non fosse quella della pura e semplice protesta, secondo il motto della prima
ora dopo l’unità nazionale “protestare e
aspettare”.
Può sembrare strana una nostra posizione neo-intransigente data l’importanza che l’ideologia della democrazia cristiana (e non mi riferisco all’omonimo partito, ma al
movimento ideale e politico che ha prima pensato e poi realizzato la vera
grande conciliazione del Novecento, quella tra fede e impegno
democratico nella società) ha avuto nella formazione della nostra nuova Europa
e, in particolare, nella storia recente d’Italia.
L’origine di quello che appare come un
movimento neo-intransigente va individuata negli
scorsi anni ’70, travagliati da aspri dibattiti nelle nostre collettività di
fede non solo su come agire nella società di quel tempo, attraversata come la
nostra attuale da veloci e importanti cambiamenti, ma anche su come essere
collettività di fede. La via che dagli anni ’80 fu seguita per evitare quei
contrasti, avvertiti come potenzialmente letali per la nostra collettività di
fede e per la sua organizzazione ancora molto accentrata, fu quella di interrompere il dialogo
inter-religioso, riducendo il pluralismo dal quale scaturiva. Questo fu fatto
prendendo a modello un’esperienza, quella polacca, che era connotata dalla
mancanza di democrazia politica e dal confronto con un dispotismo statale che
induceva nelle collettività di fede una sorta di unità reattiva, difensiva.
Nella Polonia degli anni ’80 la politica era vietata alla gente della nostra
fede, come lo fu in Italia dopo l’unità d’Italia, in Polonia lo era per divieto
dell’autorità dello stato mentre in Italia lo era stata per quello imposto dal
papato. Nella Polonia dell’ultimo decennio del regime comunista, l’impegno
sociale della gente di fede più vicino alla politica fu quello sindacale,
esattamente come era accaduto in Italia nell’epopea dell’intransigentismo a sfondo
religioso, come ho ricordato dall’unità nazionale fino a qualche anno prima
della Prima guerra mondiale. La differenza tra l’Italia dell’intransigentismo a cavallo tra Ottocento e Novecento e quella
attuale del neo-intransigentismo sta
nella mancanza di un dibattito su certi temi: di certi argomenti non si discute
più. Invece, in particolare nell’ultimo decennio dell’Ottocento, su di essi si
discusse molto e ci si divise. Lo sforzo
culturale del Toniolo fu di superare l’intransigentismo
mantenendo l’unità del corpo sociale delle persone di fede intorno ad un’organizzazione
del clero piuttosto autoritaria, ostile alla democrazia, unico metodo per far
coesistere pacificamente le differenze senza spegnerle, ed essa stessa su
posizioni intransigenti quanto agli
affari sociali e politici. Alle collettività di fede italiane manca, oggi, una
figura simile a quella del Toniolo. Del resto da dove sarebbe potuta sorgere?
Negli ultimi trent’anni solo un certo conformismo ha garantito di evitare l’emarginazione
nelle nostre collettività di fede. Questo conformismo le ha però inaridite.
Dato questo clima, non ci dobbiamo
meravigliare che la gente del quartiere abbia perso familiarità con la nostra
parrocchia. Si sono perse quasi tutte le mediazioni tra ciò che si proclama in
chiesa e la vita vissuta dalla gente di fuori. Vista da fuori la nostra collettività
religiosa appare un po’ come un corpo estraneo, una fortezza rifugio
frequentata da persone dedite a riti stravaganti e in cui si è ammessi solo
accettando consuetudini di vita insostenibili per la maggior parte di chi vive
una vita normale e anche una buona
dose di pregiudizi antistorici, come quelli che riguardano le donne e il loro
ruolo nella società.
Ecco allora che siamo stati sorpresi impreparati
dall’appello del nostro nuovo vescovo ad essere in uscita. Che dovremmo portare fuori, uscendo? Temo che molti si
facciano illusioni, nel clero e altrove, sulla possibilità di proporre senza
mediazioni alla gente di fuori la nostra sofisticata simbologia
religiosa. Bisogna innanzi tutto costruire
le basi di un dialogo religioso,
riprendere un tirocinio che da tanto tempo è stato interrotto.
Ciò che è stato fatto non può essere disfatto.
E’ possibile però cercare di rimediare agli errori e alle deficienze del
passato. Toniolo, agli inizi del Novecento ci si impegnò e, anche dal suo
lavoro, nacque la nostra Azione Cattolica. Un lavoro analogo fece Vittorio
Bachelet, dagli anni ’60, ed esso rigenerò la nostra Azione Cattolica.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli