L’«attivismo» dell’Azione Cattolica
L’ecclesiologia
conciliare ha iscritto la parità uomo-donna nella comune dignità di tutti i
battezzati che, ancor prima di ogni altra legittima distinzione, sono membri
del popolo di Dio.
Certamente uno dei frutti più sani del Concilio [Vaticano 2°,
1962-1965] è aver dato statuto accademico
al binomio donne-teologia senza tacere però delle resistenze che ancora nel
1966, quindi all’indomani della chiusura del Concilio, il teologo Jean Galot,
esprimeva: “La donna è meno capace di raccogliere oggettivamente il deposito
dottrinale, di elaborarlo, di esplicitarlo razionalmente. L’uomo è più dotato
della capacità intellettuale necessaria a cogliere ed esprimere in termini
chiari e precisi il contenuto della Rivelazione”.
Sembrano passati secoli da
questa affermazione così caustica se la confrontiamo con l’analisi di un altro
teologo gesuita d’oltralpe, Joseph Moingt il quale, a mio sommesso parere, ha
proprio intuito in quale direzione soffia il vento del cambiamento: “Il
riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel
mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione nel mondo,
è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e
poiché la missione evangelica è la ragion d’essere della Chiesa, l’accoglienza
nuova che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo»
operante della sua presenza evangelica al mondo d’oggi il pegno della sua
sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa
emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato
per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di
sopravvivere in questo mondo nuovo”.
Detto in altri termini, forse
più crudi: il futuro della Chiesa è legato alla «questione donna».
Non si tratta certo di far ritornare indietro le lancette della storia ma
piuttosto, per la comunità dei credenti, di assumere la sfida del dialogo,
ossia l’accoglienza delle involuzioni che accompagnano sempre ogni rivoluzione,
delle contraddizione e delle ambivalenze che sono insite in questa nostra
epoca. Si tratta di fare un salto di qualità, di portarsi all’altezza di alcune
domande implicite di cui la generazione delle giovani donne è portatrice
silenziosa.
[da: Marinella V. Sciuto, La speranza rosa, in Coscienza, la rivista del M.E.I.C. – Movimento Culturale di Impegno
culturale, giugno-ottobre 2014]
Nella nostra parrocchia il gruppo di Azione Cattolica era (è?)
considerato una specie di gruppo anziani,
ad esaurimento. Non si capiva perché
dovesse continuare, dal momento che c’erano altre forme di aggregazione
ritenute più valide per la formazione della fede e per la sua diffusione. La
formazione religiosa di base venne impostata su basi culturali divergenti da quelle dell’Azione
Cattolica e, in tal modo, si precluse all’Azione Cattolica la possibilità di un
ricambio generazionale prodotto all’interno della parrocchia. In termini più
espliciti: si operò una selezione tra i giovani a seconda se fossero disposti o
non ad accettare di modellare la loro vita religiosa in base a quel certo cammino che veniva loro proposto. Ma
questa selezione mi pare abbia riguardato anche altre categorie di persone.
Quindi oggi l’Azione Cattolica parrocchiale può pensare a un rinnovamento
generazionale solo guardando fuori della parrocchia. Questo blog è
fondamentalmente inteso a questo.
I preti
della parrocchia lamentano una palese disaffezione della gente del quartiere
verso la parrocchia. In chiesa viene prevalentemente gente anziana e questo
nonostante che nel quartiere abbiano cominciato a tornare famiglie giovani, con
figli piccoli. Chiediamoci se questo possa essere l’effetto di quella selezione
di cui ho scritto. E se invece di selezionare sarebbe stato meglio far
coesistere diverse esperienze.
Certo, a volte, sento in parrocchia opinioni
piuttosto reazionarie, in particolare sulle donne e sul loro ruolo nella
società. Così anche sui giovani. E sulla società civile in cui siamo immersi.
In particolare, i movimenti per l’emancipazione
femminile vengono criticati con l’accusa di volere rendere la donna uguale all’uomo, mostrando
in questo modo di non conoscerli per nulla, di giudicarli in base a pregiudizi
del tutto infondati. Le donne di oggi vogliono rimanere donne, ma senza essere
discriminate rispetto agli uomini. Pretendono pari opportunità. Poiché le
discriminazioni ai loro danni hanno origine sociale, pretendono riforme sociali
che consentano di superarle. Ma il loro punto di vista è poco rappresentato
nelle nostre collettività di fede, dominate da un clero integralmente maschile
e in genere piuttosto attempato. Le
donne sono invece molto rappresentate in Azione Cattolica.
Ma è anche il punto di vista dei giovani e dei
laici sposati a non essere ben rappresentato nelle nostra collettività di fede,
per lo stesso motivo.
L’«attivismo» dell’Azione Cattolica è anche
diretto a far emergere i punti di vista delle donne, dei laici sposati e dei
giovani. Al suo interno è possibile perché è organizzata democraticamente. E
non sono molte le aggregazioni laicali che oggi lo sono. L’Azione Cattolica è
senz’altro la maggiore di esse. Democrazia significa anche pensiero e, come
ricordato sopra dalla Sciuto, la possibilità per le donne di esprimere un
pensiero in teologia, con l’accesso delle donne alle facoltà di teologia che
risale agli scorsi anni ’70, sta producendo effetti importanti, una maturazione
del pensiero su fede e donne.
La questione femminile sta oggi diventando
centrale in religione, in tempi in cui l’altra grande religione monoteistica
del mondo sta esprimendo correnti fortemente discriminatorie nei confronti
delle donne. Su questi temi non c’è alcuna possibilità di dialogo con i
discriminanti. Si deve andare allo scontro duro. In Europa la loro ideologia è
illegale. Ma c’è invece possibilità di dialogo con le discriminate. Nell’azione
di contrasto contro la violenza a motivazione religiosa un ruolo centrale
avranno le donne di quella fede. Molte di esse vivono tra noi. Hanno occasione
di interloquire con gente della nostra fede. Crescere nella fede in materia di
questione femminile ci consentirà di poter incidere, in particolare mediante l’azione
dei laici di fede, sulle dinamiche della società civile nel suo complesso,
comprese quelle discriminatorie che provengono da quell’altra fede monoteistica.
Dimostriamo con i fatti che fede religiosa ed emancipazione femminile non sono
in contrasto.
La nostra collettività religiosa è ancora
piuttosto indietro in tema di emancipazione femminile. Tra i nostri capi
religiosi prevalgono atteggiamenti di paternalismo autoritario che invitano le
donne a considerare le discriminazioni che subiscono in religione come un
destino naturale che corrisponde a
una volontà soprannaturale. Ma, per nostra buona sorte, non c’è alcun
dogma che ci imponga in religione di essere reazionari in materia, ma solo una
tradizione maschilista che fatica ad essere superata, ma che dovrà esserlo, se la nostra fede vorrà
avere un futuro. Certe innovazioni però vanno prima vissute, sperimentate e poi
pensate. E la storia dimostra che un pensiero antidiscriminatorio per essere
veramente tale deve essere produzione degli stessi discriminati. Ecco, in
Azione Cattolica tutto questo lo si può fare. E’ infatti parte del suo «attivismo».
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli