Differenti
posizioni tra la gente di fede - La linea dell'impegno civile
[Il]
periodo che va del giugno ’73 al giugno ’76 [...], inutile negarlo, rappresenta per il mondo cattolico italiano uno dei più
tesi e drammatici, che ha visto dilacerazioni penose e crisi di coscienza che
sarebbe oltraggioso sottovalutarsi e non sforzarsi di comprendere.
[…]
Abbiamo
innanzi tutto quella che chiamerei la linea del “disimpegno apocalittico”, che
prolunga per certi versi, non senza contraddizioni integristiche, il filone
dossettiano nel suo profilo più astratto.
Abbiamo
poi il vasto fenomeno che è stato chiamato della “diaspora”, che, sull’onda
della contestazione e del dissenso ecclesiali , mira ad una fermentazione dall’interno
dei movimenti di massa del paese, secondo un ideale universo cristiano
contrassegnato essenzialmente dalla invisibilità: ciò che, di fatto, lo rende
subalterno al PCI, anche quando si proclama, nelle scelte ideologiche, da esso
indipendente.
Vi è poi la tendenza a proporre e raccomandare
l’assunzione di responsabilità coscienti in una situazione politica e culturale
pluralistica, in atteggiamento aperto di dialogo ma senza perdere certe
connotazioni essenziali cristiane, dando vita a punti e momenti di aggregazione
culturale e sociale, di “promozione umana” se vogliamo dirli così, creando
spazi sempre nuovi di libertà e di intervento, nel dialogo di fatto che i due
maggiori partiti italiani stanno conducendo, nella realtà del paese, fra di
loro e all’interno di loro stessi.
C’è infine una tendenza che, anche non
volendolo formalmente, opera in vista di un nuovo “blocco” cattolico e che, per
forza di cose, è obbligata a concepire il pluralismo nella forma del confronto
e magari dello scontro fra opposti schieramenti e punta o a nuove maggioranze
elettorali o, non riuscendovi, prevede l’arroccamento sulla difensiva,
riprendendo le tesi del vecchio intransigentismo, solo però in una situazione
che è ormai storicamente ben diversa.
[dalla
comunicazione di Franco Bolgiani al convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana, tenutosi a Roma dal 30 ottobre
al 4 novembre 1976, in Evangelizzazione e
promozione umana – atti del convegno ecclesiale, A.V.E, 1977]
La comunicazione di Franco Bolgiani al
convegno ecclesiale del ’76 su Evangelizzazione
e promozione umana, di cui ho trascritto sopra un brano, ci rimanda l’immagine
di collettività di fede italiane molto più composite di oggi e con una
sensibilità politica molto più marcata. Era la situazione degli scorsi anni ’70.
Ai tempi nostri la situazione è molto diversa.
La lunga stagione di repressione ideologica vissuta dagli anni ’80 alla
primavera dello scorso anno ha prodotto una certa omologazione conformistica,
essenzialmente per evitare l’emarginazione. In quell’era ha prevalso il modello
polacco, con una notevole visibilità
sociale della gerarchia del clero e una corrispondente richiesta di uniformità
rivolta alla base sociale, a sostegno delle legittimazione sociale delle
autorità religiose. Tuttavia, sulla scorta dell’esortazione venuta dal nostro nuovo sovrano religioso, appaiono di
nuovo timidi segni di differenziazione, emerge una certa dialettica. E’ la
dinamica del pluralismo sociale, che vede protagonisti i laici di fede.
Richiamando la classificazione di Bolgiani, mi
pare di capire che nella nostra parrocchia prevalgano posizioni di disimpegno apocalittico, non senza
qualche connotazione di blocco cattolico.
Non vedo segni di attenzione alle dinamiche sociali che si stanno producendo
all’esterno degli spazi liturgici. Non si manifesta sensibilità storica. Gli
incontri che si convocano solo esclusivamente, per quel che so, di tipo
religioso. Ci vorrebbe qualche cosa d’altro, in una parrocchia? Negli anni ’70
si pensava che ci volesse.
Avvertiamo ancora il nesso tra evangelizzazione e promozione
umana? In particolare, pensiamo di poter fondare il nostro impegno civile anche sulla base di valori di fede? Per un chierico e un religioso
possono essere temi marginali, perché queste figure in genere hanno scelto
altri prevalenti tipi di impegno, ma per un laico sono questioni molto
importanti, perché, negli statuti che definiscono la sua posizione nelle
collettività di fede, l’impegno nel mondo
è quello suo proprio, il compito che gli spetta. O dobbiamo essere, come laici,
una sorta di para-clero, di ausiliari
del clero, o anche dei sostituti del clero lì dove esso si è rarefatto, per portare gente nelle nostre chiese?
La materia dell’impegno civile secondo valori
di fede, nell’ottica del principio di partecipazione empatica alle gioie e ai
dolori dell’umanità proclamato dalla Costituzione Gaudium et spes (=la gioia e la speranza; del Concilio Vaticano II,
1962/1965), è al centro del lavoro che si fa in Azione Cattolica. Esso non
consiste nella creazione e nel consolidamento di una collettività-fortezza,
scudo contro le contaminazioni dei mali sociali, ma nel costituire un centro
per progettare forme di intervento sui mali sociali, sfruttando le possibilità
che ai laici si offrono in quanto giù inseriti nei vari contesti in cui quei
problemi si manifestano. L’Azione cattolica, insomma, è molto più che “Chiesa in uscita”, come si dice ora, ma
è “Chiesa” che è già uscita da un bel po’ di tempo, nella società del suo
tempo.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli