Lo specifico dell’Azione
Cattolica
[…] il processo di diversificazione interna dell’offerta religiosa e
quello connesso di crisi dell’autorità della Chiesa producono una pressione che
tende a riportare il fedele a quello stato di mero consumatore di beni
religiosi (prodotti distribuiti da personale clericale e dai suoi
collaboratori), in cui si trovava prima della nascita e dello sviluppo pieno
della Azione Cattolica. Quella di suddito e di consumatore di beni religiosi è
però esattamente la situazione alla quale il processo di formazione della
Azione Cattolica aveva reagito […].
[…] si
sta perdendo il senso della specificità della Azione Cattolica e dell’apostolato
dei laici.
[…]
Il documento più evidente di questa perdita di significato è
probabilmente la sostituzione per cui le consulte dell’Apostolato dei laici
sono divenute – a partire dagli anni ’90 – le consulte delle Aggregazioni
laicali. E’ in questo slittamento che l’Azione Cattolica finisce negli
interminabili elenchi di realtà le più varie […] enormi risorse vengono investite in una sorta di impossibili stanze di
compensazione costituite dagli uffici specializzati in una delle “pastorali”
(giovanile, del lavoro, Caritas, ecc.). Queste iniziative spesso raggiungono
alte misure di autonomia e finiscono per assumere tratti simili quelli di alcuni movimenti (si pensi al “movimento
catechistico”), dando nuova propulsione al processo di frammentazione
intraecclesiale. Per effetto di ciò l’Azione
Cattolica è chiamata a sopportare un’altra competizione impari (dal punto di
vista appunto degli uffici delle “pastorali” in cui il prete diventa il “leader”
e il laico il collaboratore subordinato per quanto vezzeggiato, con effetti
negativi già empiricamente misurabili.
[…]
…stiamo assistendo alla certo non voluta trasformazione della comunità
parrocchiale nel gruppo dei collaboratori del prete, sino a confondere “Popolo
di Dio” e “operatori pastorali” e “laico impegnato” con “laico
intraecclesialmente impegnato”. Con ciò […] si pone il problema se i laici impegnati nella pastorale siano
effettivamente laici, ovvero gente che nella pastorale porta quanto ha maturato
nell’esercizio del proprio specifico apostolato: trattare delle realtà
temporali e continuamente cercare di ordinarle secondo Dio.
[da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – Caduti i bastioni, pag.140-142, Morcelliana, 2013, €16,00,
attualmente reperibile in commercio]
Secondo Diotallevi c’è un moto per
caratterizzare la gente di chiesa
come il gruppo dei collaboratori del parroco. Se noi applichiamo questa chiave
interpretativa alla nostra realtà parrocchiale, potremmo ipotizzare che il
gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica sia divenuto una esperienza residuale
perché non serve ai preti della
parrocchia. Questi ultimi non vi vedrebbero una valida collaborazione.
Ma c’è dell’altro. Una questione che il
Diotallevi non ha toccato.
Che succede quando una parrocchia, come si è
preso a fare dagli anni 80, è in qualche modo affidata a un certo movimento, ad una delle nuove aggregazioni
clerico/laicali che hanno preso piede nel post Concilio dominando la scena
delle collettività di fede italiane, in cui talvolta lo stesso prete non ha
rilevanza primaria, non è la guida, ma è un semplice collaboratore di un
disegno che viene progettato in un’altra sede? Succede che è forte la
tentazione di progettare l’assimilazione totale della parrocchia al movimento
di riferimento, facendo perno sull’autorità del prete. Cosa che invece non
succedeva nei casi in cui si affidava
una parrocchia a un ordine religioso (gesuiti, cappuccini ecc.), come ho potuto
constatare personalmente frequentando da giovane universitario una parrocchia affidata ai gesuiti. E ciò essenzialmente perché in un
ordine religioso si ha in genere ben
chiara, per antica tradizione, il senso della distinzione del ruolo del
chierico da quello del laico in una collettività di fede, tale da richiedere il
rispetto della dignità reciproca. Un religioso di solito si asterrà dal
pretendere che il laicato di cui si occupa si trasformi integralmente in un “Terz’ordine”, in una articolazione, del
suo ordine religioso, ma nemmeno accetterà di farsi integrare, nel vero senso della parola, in una aggregazione laicale
a guida centralizzata.
Quello che ho descritto è qualcosa che
possiamo riscontrare nella nostra parrocchia?
In base
alla mia esperienza, mi pare che il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica sia
sentito un po’ come un corpo estraneo in parrocchia, tollerato come aggregazione
ad
esaurimento, e, però, che anche la parrocchia, a sua volta, sia sentita nel
quartiere un po’ come un corpo estraneo, molto caratterizzata com’è dall’aggregazione
laico/clericale prevalente, segnalata visibilmente dai tanti dipinti in stile
neobizantino della chiesa parrocchiale, che progressivamente hanno relegato
altrove l’arte (per la verità non eccelsa) della precedente era religiosa. Ho
ricordato, ad esempio, l’esilio della venerata statua del san Clemente della
mia infanzia, della mia prima formazione religiosa, sostituita nella chiesa
parrocchiale da una algida icona neobizantina del medesimo santo, la versione riformata del santo di riferimento
parrocchiale secondo l’ideologia del movimento prevalente.
In un certo senso, l’Azione Cattolica è spinta
fuori della parrocchia: ma, di questi
tempi, in cui siamo esortati a farci chiesa
in uscita, dobbiamo considerare ciò come un fatto positivo e stimolante.
Infatti, come aggregazione laicale che vuole operare secondo i nuovi principi
di azione laicale fissati nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965), l’Azione
Cattolica ritiene che il suo campo privilegiato sia quello dell’impegno sociale
nel mondo in cui è immersa, il mondo di
fuori, sfruttando in particolare le opportunità offerte dall’ordinamento
democratico della società in cui vive, secondo il metodo di farsi lievito dell’impasto sociale.
Ma, comunque, nella parrocchia bisogna anche
sforzarsi di rimanere, esercitando
una qualche resistenza all’emarginazione.
Infatti, chiusa l’esperienza dell’Azione Cattolica parrocchiale, qualcosa di
importante andrebbe perso, vale a dire un tirocinio laicale nel vero senso
indicato dal Concilio Vaticano 2°, caratterizzato da maggiore autonomia nel
trasferire negli spazi liturgici il senso dell’esperienza di laici di fede
fatta nello spazio che in gergo ecclesialese viene definito del temporale. In particolare per ricucire lo strappo con il mondo d’intorno che il neo-intransigentismo che va per la
maggiore in parrocchia e altrove mi pare abbia lentamente provocato.
Questo lavoro ha bisogno però di gente nuova.
Ogni post di questo blog vuole essere anzitutto un
appello a chi negli anni passati si è allontanato dagli spazi liturgici, ma ha mantenuto una sensibilità religiosa. In particolare a chi vede ancora opportunità
per conciliare la propria esperienza
nella società con quella di fede, nella famiglia, nel lavoro, nella politica,
nelle altre relazioni sociali forti, e non vede come unica soluzione per conservare la fede nel mondo di oggi
quella di costruire collettività-fortezza-rifugio per preservarsi dalle contaminazioni che vengono da fuori. Coraggio, ripartiamo insieme!
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli