L’evoluzione del
Sacro Impero
In un
modo molto generale, può dirsi che l’ideale storico del medioevo era comandato
da due dominanti: da una parte l’idea o il mito […] della forza al servizio di Dio; dall’altra, il fatto concreto che la
civiltà temporale essa stessa era in qualche modo una funzione del sacro, e
implicava imperiosamente l’unità di religione.
Per riunire tutto in una parola,
diciamo che l’ideale storico del medioevo potrebbe riassumersi nell’idea del
Sacro Impero […]
Parliamo
del Sacro Impero come ideale storico concreto o come mito storico, cioè come
immagine lirica che orienta e suscita una civiltà. Sotto questo aspetto,
bisogna dire che il medioevo è vissuto
nell’ideale del Sacro Impero […]
E’ a
questo titolo di ideale storico concreto che il Sacro Impero impregna ancora le
nostre immaginazioni, ed è necessario sottoporre a una severa revisione, da
questo punto di vista, le nostre immagini più o meno incoscienti […]
L’ideale
storico concreto del medioevo, il mito o il simbolo del Sacro Impero,
corrisponde a ciò che può chiamarsi una “concezione cristiana del temporale”. […]
Essa si caratterizza anzitutto, a nostro
avviso, con cinque note tipiche. […]
In primo
luogo noteremo la tendenza a un’unità organica qualitativamente massimale:
unità che non esclude né la diversità né il pluralismo, senza di che non
sarebbe organica; e domanda di centrare l’unità della città temporale il più
alto possibile nella vita della persona o, per dire altrimenti, di fondarla
sull’unità spirituale. […]
Una così
alta unità era concepibile solo perché era d’ordine sacrale. […] Arriviamo così al secondo tratto
caratteristico all’ideale storico del medioevo: il predominio del compito “ministeriale”
del temporale nei riguardi dello spirituale. […] nella civiltà medievale, le cose che sono di Cesare [=di chi
esercita il potere politico nella società], pure
essendo nettamente distinte dalle cose che sono di Dio, avevano in larga misura
una “funzione ministeriale” nei confronti delle ultime: pertanto erano “causa
strumentale” nei riguardi del sacro, e il fine loro proprio aveva rango di
mezzo, di semplice mezzo di fronte alla vita eterna. […]
Il terzo
tratto caratteristico dell’ideale storico del medioevo è, correlativamente alla
funzione ministeriale della città, l’impiego di mezzi propri all’ordine
temporale e politico […]; è l’impiego
dell’apparato istituzionale dello Stato per il bene spirituale degli uomini e
per l’unità spirituale dello sesso corpo sociale –per questa unità spirituale
in ragion della quale l’eretico non era solo eretico, ma intaccava nelle sue
vive sorgenti la stessa comunità
sociale-temporale. […]
La quarta
nota dell’ideale storico medievale, la trovo nel fatto che una certa disparità
come d’essenza (tra il dirigente e il diretto), voglio dire una certa disparità
essenziale di categorie sociali ereditarie o ancora – e per usare quelle
amplificazioni di significato delle quali è suscettibile la parola razza – una
diversità di “razze sociali”, è allora riconosciuta d’autorità, sia che si
tratti dell’autorità politica dello Stato o d’altre specie di autorità le quali
intervengono nella vita sociale ed economica del paese […] Può dirsi che nel
medioevo l’autorità temporale era concepita innanzi tutto sul tipo dell’autorità
paterna nelle concezioni esse stesse “sacrali” della famiglia, in quelle
concezioni di cui si trova un esempio nell’idea romana del “pater familias” [=modello
anche giuridico dell’esercizio giusto del potere nelle antiche concezioni
romane, molto diverso dal modello contemporaneo di esercizio delle funzioni
sociali e delle responsabilità di genitore], che la fede cristiana poteva sublimare riallacciandola all’idea della
universale paternità divina. […]
Un
quinto tratto, infine, dell’ideale storico del medioevo concerne l’opera comune
alla quale lavora la città e che è allora la instaurazione d’una struttura
sociale e giuridica al servizio del Redentore da parte della forza dell’uomo
battezzato e della politica battezzata.
Lo dicevamo nel primo capitolo:
con l’ambizione assoluta e il coraggio inavvertito dell’infanzia, la
cristianità costruiva allora un’immensa fortezza al somma della quale si
sarebbe assiso Dio. Senza misconoscere i limiti, le miserie, e i conflitti
propri dell’ordine temporale, senza cadere nell’utopia teocratica, ciò che l’umanità
credente tentava d’edificare, era qualcosa come un’immagine figurativa e
simbolica del regno di Dio.
[da: Jacques Maritain, Umanesimo Integrale,
pag.180-187, 1° ediz.francese nel 1936,
ed. italiana citata Edizioni Borla, 2009]
L’ideologia apocalittica che predomina nell’ambiente
della nostra parrocchia, e che vede la soluzione giusta per la gente di fede
nel rinchiudersi in piccole collettività – fortezza molto omogenee nell’attesa
di un imminente giudizio finale sulla società corrotta e moralmente inquinante
in cui si sono trovate storicamente collocate ma con la quale non voglio avere
nulla a che fare, impedisce di cogliere la rilevanza per la vita di fede della
partecipazione all’ordine sociale e politico in cui si è immersi, e in cui, in particolare, i laici di fede
esercitano il loro impegno quotidiano. E anche
di comprendere la rilevanza di gran parte dei temi che sono stati al centro
delle discussioni che si sono fatte durante il Concilio Vaticano 2°
(1962-1965). Nel moto di riforma
conciliare viene colta solo l’opportunità che è stata concessa di costruire
organizzazioni clerico-laicali con una propria forte autonomia ideologica e
organizzativa, sottraendosi in tal modo, almeno in parte, al controllo
episcopale. Quando organizzazioni clerico-apocalittiche con forte autonomia,
quindi con quelle caratteristiche di separatezza ideologica, si innestano nel
corpo collettivo di una parrocchia contemporanea si creano alcuni problemi,
specialmente quando esse pretendono di improntare a sé medesime tutta la vita
sociale che ruota intorno alla parrocchia, e questo perché la parrocchia
attualmente è organizzata e vive intorno agli ideali conciliari, molto centrati
sull’idea di una collaborazione della gente di fede nella società del proprio
tempo e quindi ideologicamente orientati in senso contrario.
Possiamo pensare che l’ideale medievale di
società civile religiosamente orientata con le caratteristiche descritte da
Jacques Maritain [filosofo francese,1883-1973; fu molto stimato da Giovanni
Battista Montini, partecipò al Concilio Vaticano 2° come esperto; ricevette al papa Paolo 6°, al termine del concilio, il
messaggio del concilio agli uomini di scienza e di pensiero, in rappresentanza
degli intellettuali (vedi nota 1)] sia una realtà molto lontana. In realtà non
è così. Benché, in un certo senso, il Concilio Vaticano 2° possa essere anche
inteso come il tentativo di superare l’ideologia del Sacro Impero, in realtà
tale prospettiva ideale è stata centrale nel pensiero e nel magistero del papa
Giovanni Paolo 2°, e mediante lui ha ripreso a coinvolgere profondamente le
nostre collettività di fede durante il suo lungo regno. Il suo pensiero ruotava
infatti intorno all’idea di restaurazione della civiltà cristiana europea, ricostituendo in particolare una
continuità storica, sociale, ideologica, tra le nazioni dell’Europa Orientale
cadute sotto il dominio sovietico, tra le quali la sua Polonia, e quelle dell’Occidente
libero. Si trattava di un lavoro in cui volle impegnare innanzi tutto sé medesimo,
nella sua autorità specificamente pontificale, e tutta l’organizzazione
gerarchica del clero sottostante, cercando anche di impegnare in esso, anche con
il richiamo all’obbedienza canonica, quella specifica che secondo l’ordinamento
religioso un papa e un vescovo può richiedere ai fedeli, un laicato di fede il
quale, almeno a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 era poco sensibile a quell’ordine
di idee e stava impersonando un moto di profonda riforma delle nostre
collettività religiose. In particolare, il superamento dell’orizzonte
ideologico del Sacro Impero era particolarmente sensibile nella nostra Azione
Cattolica, riformata sotto la presidenza di Vittorio Bachelet: essa,
impegnandosi nella scelta religiosa,
aveva ripudiato l’idea di fare del potere politico e dell’ordinamento della
società civile degli strumenti per l’affermazione della nostra fede religiosa
nella società, secondo l’ideologia del Sacro Impero. Questa diversità di
impostazioni è rimasta latente per tutto il lungo regno del papa Giovanni Paolo
2°, durante il quale è maturata una profonda diffidenza verso il laicato di
fede da parte dell’organizzazione clericale, in particolare verso quella parte del
laicato che si muoveva nell’ottica suggerita dal Maritain, di un’esperienza
collettiva di fede vissuta nella società non più come Sacro Impero, ma come umanesimo integrale, di sforzo
collettivo verso la pienezza della realizzazione della persona umana nella
società fondato su principi universali di pari dignità degli esseri umani e di
non discriminazione sociale, dunque attuato collaborando con genti di diverse
impostazioni ideologiche e culture.
La nuova Europa sorta dalla dissoluzione dell’impero
sovietico e dal processo di riunificazione della Germania, la ricucitura della
cerniera che aveva separato in due monconi l’unità europea, si è fatta
recuperando in gran parte un patrimonio ideologico profondamente influenzato
dalla civiltà cristiana prodotta nell’era medievale dalle varie
incarnazioni storiche del Sacro Impero, benché si sia in genere persa
consapevolezza di tale origine. E tuttavia ciò è avvenuto in un contesto storico
in cui le nostre collettività di fede sono uscite profondamente inaridite dalla
lunga imposizione di un riedizione dell’ideologia del Sacro Impero, e ciò
essenzialmente per il motivo che in essa i laici di fede, a differenza dagli
auspici conciliari, sono ritenuti prevalentemente massa di manovra, senza alcun
ruolo autonomo del pensare l’organizzazione sociale secondo principi religiosi
e, soprattutto, nessun ruolo nel pensare i principi religiosi di azione
sociale. Questa situazione lascia i grandi principi di civiltà affermati a
fondamento della nostra nuova Europa, in particolare quelli proclamati nella
Carta dei diritti fondamentali entrata in vigore con il Trattato di Lisbona nel
2009, privi della loro feconda base sociale, da individuarsi proprio anche
nelle nostre collettività di fede, che in questo campo agirono da protagoniste
soprattutto dal secondo dopoguerra. E, infatti, in tutta Europa, ma in
particolare in Italia, assistiamo a dei moti reazionari in questo campo.
Si tratta di temi piuttosto complessi, sui
quali converrà ritornare. Bisogna purtroppo rilevare che, a causa di profonde
carenze nella formazione religiosa di base e di quella successiva, si tratta di
discorsi che faticano ad essere intesi dalla gente di fede, alla quale in
genere viene proposta una prospettiva totalmente astorica o storicamente molto
riduttiva e ideologicamente manipolata. Ciò ha finora impedito l’affermazione
di massa della figura di laico di fede tratteggiata durante il Concilio
Vaticano 2°. Essa è rimasta esperienza di punte avanzate del laicato di fede,
di quelle sue parti che rivendicano orgogliosamente di essere divenute adulte, mentre in altri ambienti sociali
religiosi l’espressione cristiano adulto
è usata quasi in senso dispregiativo per intendere una persona la cui fede è
rimasta contaminata dal mondo. L’organizzazione che più si è
spesa per superare questa situazione è stata la nostra Azione Cattolica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
(1) Il testo
del messaggio si può leggere in
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651208_epilogo-concilio-intelletuali_it.html