Giustizia: la
meraviglia delle meraviglie
Non ci potrebbe essere, dunque, interiorizzazione della nozione di Dio
più profonda di quella che si trova nella Mishnà [=una delle due sezioni
del Talmud, la raccolta di
discussioni di antichi maestri dell’ebraismo, la trascrizione della tradizione
orale d’Israele (così lo definisce il filosofo Emmanuel Levinas, che è, insieme agli iscritti biblici, la base
dello studio religioso nell’ebraismo contemporaneo) che dichiara che le mie colpe,
riguardo all’Eterno, mi sono rimesse nel Giorno del Perdono (la ricorrenza
della Jom Kippùr, che cade tra settembre e ottobre). Nel più rigido isolamento ottengo il perdono. Ma allora si spiega
perché, per averlo, ci voglia Jom Kippùr: come si può pretendere che una
coscienza morale lesa nelle midolla trovi in se stessa l’approccio necessario a
intraprendere il faticoso cammino verso la propria interiorità e vero la
solitudine? Per ottenere l’intimità della liberazione, bisogna ricorrere all’ordine
oggettivo della comunità. Ci vuol un giorno fisso del calendario e tutto il
cerimoniale della solennità del kippùr, perché la coscienza morale “danneggiata” possa raggiunger l’intimità e
riconquistare l’integrità che nessuno può riconquistare per lei. Un’opera
equivalente al perdono di Dio. Questa dialettica del collettivo e dell’intimo ci sembra della
massima importanza. La condizione comunitaria della rigenerazione interiore è,
nel pensiero ebraico, talmente importante, che la Gemarà (l’altra sezione del Talmud, che raccoglie una tradizione orale che è coeva alla nostra
patristica) conserva persino un’opinione
estrema, quella di Rabbì Jehudà ha-Nasi, che attribuisce alla giornata del
kippùr come tale – e senza Teshuvà [= il Ritorno: pentimento e conversione]-
il potere di purificare le anime
colpevoli. Essa fornisce forse, un’indicazione generale sul senso del rito
ebraico e sull’aspetto rituale della stessa moralità sociale; di origine
comunitaria, legge e comandamento collettivo, il rito non è affatto esteriore
alla coscienza, anzi la condiziona, le permette d’entrare in se stessa e di
tenersi desta. La conserva, ne prepara la riparazione. Fossimo dunque costretti
a pensare che il senso della giustizia
che alberga nella coscienza ebraica –questa meraviglia delle meraviglie-
sia dovuto unicamente al fatto che, per secoli, gli ebrei digiunassero a
Kippùr, rispettassero il sabato e i divieti alimentari, attendessero il Messia
e avvertissero nell’intimo l’amor proprio come un dovere di pietà?
Dobbiamo arrivare addirittura a
credere che il disprezzo della Mitvà [precetti religiosi] comprometta il misterioso senso ebraico
della giustizia in noi; e che, se ebrei senza vita rituale e senza religiosità,
siamo ancora sospinti, per effetto di una velocità acquisita, verso l’incondizionata giustizia, niente ci
garantisca che ne avremo ancor per molto d’esser mossi così?
[da: Emmanuel Levinas, Quattro lezioni talmudiche, pag.46-47,
Il Melangolo, 2000]
L’affermazione del laicato nelle nostre
collettività di fede è proceduta, dalla metà dell'Ottocento, di pari passo alla
riscoperta del senso di giustizia sociale che la nostra confessione religiosa
ha avuto in dono dall’antico ebraismo, nel quale risiedono le sue radici
culturali. Questo processo ha avuto un suo primo coronamento a seguito del
Concilio Vaticano 2°, quando è stata riconosciuta una competenza propria dei
laici su questi temi. I laici di fede, divenuti presenza umbratile nel corso
dell’ultramillenario processo di clericalizzazione della nostra confessione
religiosa, hanno visto così riconosciuto uno spazio di azione, che, per la
verità si erano già conquistati nei fatti, in particolare riorganizzando la
nostra nuova Europa dopo l’ultima guerra mondiale. In quel Concilio si è
riconosciuto infatti l’insufficienza del solo magistero nell’affermazione della
giustizia sociale a sfondo religioso e, insieme, l’importanza in religione di
una tale giustizia sociale, orientata su certi valori di origine religiosa.
Le tendenze reazionarie, che sono ancora molto
forti in Italia, tendono a sminuire l’importanza della giustizia sociale e dell’etica
sociale che di essa è alla base, insegnando che l’unico progresso che conta è
quello spirituale. Piuttosto bigotte dal punto di vista morale, si presentano
invece come correnti che combattono il moralismo. Non si tratta, sostengono, di
adempiere una legge, ma di seguire la persona del nostro primo Maestro. In
questo modo tagliano corto in ogni discussione in materia di morale, e in
particolare di giustizia sociale, perché riferiscono ogni comandamento al nostro primo Maestro e pongono la questione in
termini di amarlo o di non amarlo, di seguirlo o di non seguirlo. La
caratteristica principale degli ambienti religiosi reazionari è appunto questa:
si tratta di collettività dove non si discute, non è ammessa la discussione.
L’ebraismo che risplende nel Talmud, con una fortissima impronta
etica, la meraviglia delle meraviglie la definì Emmanuel Levinas, è invece un
ambiente sociale pieno di discussioni sui comandamenti etici, sugli
orientamenti etici comunitari.
La religiosità reazionaria, che per millenni
ha voluto governare il mondo imponendogli un dominio clericale, ora sembra aver
abbandonato il mondo al suo destino, ne aspetta la finale distruzione e nel
frattempo si raduna in collettività-fortezza-rifugio: è l’orientamento
clerico-apocalittico. In particolare prosegue la millenaria sfiducia clericale
nell’azione del laicato e in tutte le sue produzioni vede prevalentemente delle
chiacchiere. Mentre poi le tendenze conciliari si sono caratterizzate per una
scoperta dei tesori contenuti nella tradizione dell’ebraismo che è stato coevo
della nostra confessione religiosa e mediante il quale abbiamo potuto
riscoprire alcune importanti radici culturali della nostra fede che affondano
nell’ebraismo più antico, in particolare dei temi sulla religiosità come esperienza sociale, di popolo, la religiosità reazionaria tende a marcare le differenze,
entrando in polemica, in ciò riprendendo orientamenti antiebraici anch’essi
ultramillenari. In questo modo si taglia corto sui temi della giustizia sociale
a sfondo religioso, sui quali il laicato degli ultimi due secoli è stato
protagonista. Si vuole impedire la discussione sui temi etici, che è stata la
luce portata nel mondo dall’ebraismo che è stato coevo della nostra fede
religiosa. Il tema della giustizia sociale è visto con sospetto, perché
fatalmente può rifluire sulle nostre collettività religiose, caratterizzate
ancora da discriminazioni ormai insostenibili, in particolare da quelle che
privilegiano un clero tutto maschile nella definizione dei principi. La
giustizia sociale porta inevitabilmente con sé un disegno di riforma della
società.
Se la nostra confessione religiosa fosse
rimasta confinata dentro piccole collettività ad orientamento apocalittico non
avrebbe cambiato il mondo. Uno dei primi
progressi culturali che si avverte già negli scritti sacri prodotti dalle
nostre prime collettività, in particolare nel scritti paolini, è consistito
proprio in questo, nel non attendere più la fine imminente del mondo in cui
esse erano inserite. Il passaggio successivo, quello di vedere nella fede
religiosa la base di un disegno di riforma sociale emerge dagli scrittori
religiosi la cui opera riteniamo talmente importante per la nostra fede tanto
da chiamarli padri. Ma questa fase si
è senz’altro prima affermata nella società e poi nella cultura, perché così
vanno sempre le cose. Ecco, su questa progressiva affermazione della nostra
fede nell’antico impero mediterraneo agli estremi margini del quale essa era
sorta le notizie mi sembrano più incerte e, di solito, è un tema non trattato nella formazione
religiosa di base. Di fatto la gente della nostra fede, divenuta sempre più
numerosa nei primi tre secoli della nostra era, andò alla conquista della
società civile del suo tempo, riuscendo a modificarla profondamente, tanto che
un’ideologia politica, di organizzazione sociale, basata sulla nostra fede ad
un certo punto sostituì quella basata sulla fede politeistica.
Valorizzando l’esperienza religiosa fatta in
piccole collettività di orientamento apocalittico, i reazionari religiosi
vogliono tenere lontano la gente di fede dalla politica, dai temi della riforma
sociale, sia da quella civile che da quella riguardante la stessa
organizzazione delle nostre collettività di fede. Nelle loro collettività è
infatti assente la democrazia e la scelta di chi esercita il potere viene fatta
non dal base, per elezione, ma dall’alto, per cooptazione, per scelta da parte
dei superiori. Il metodo che le caratterizza non è il dialogo, caratteristico
degli orientamenti democratici, ma il conformismo. Ma, obiettano, come si può
essere democratici in materia di fede, dove sono in ballo i principi supremi?
La nostra nuova Europa, costruita intorno a
valori a sfondo religioso per i quali si è però persa consapevolezza di tale
loro origine, è la dimostrazione di come, nelle democrazie contemporanee, l’affermazione
di principi supremi si sposi perfettamente con un ordinamento democratico: anzi
è proprio quest’ultimo che consente di far applicare nelle società quei
principi, che altrimenti rimarrebbero al livello di belle dichiarazioni,
diciamo, veramente, di chiacchiere. La giustizia sociale è infatti un lavoro
comune, collettivo. Esso richiede discussioni, dialogo. Innanzi tutto perché
comporta di lavorare insieme a persone di diversi principi ideali. E poi perché
ci sono diversi modi di realizzare i principi nella società, in particolare a
seconda dei luoghi, dei tempi e delle culture umane.
Se noi vogliamo caratterizzare il nostro
gruppo parrocchiale di Ac in senso antireazionario dal punto di vista religioso,
diciamo in senso conciliare secondo l’impegno
primario che si è assunta l’Ac, dobbiamo
viverlo come un ambiente in cui sulle cose, su tutte le cose, si dialoga, si discute, in ciò prendendo esempio dall'ebraismo del Talmud. Il dialogo
rende possibile l’apertura al mondo che è stata caratteristica del moto
di aggiornamento innescato nel Concilio
Vaticano 2°.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli