Di questi
tempi mi capita di dover dare delle spiegazioni sul Natale. In genere viene
considerata una festa della famiglia: si sta con i propri cari e ci si scambia
dei doni. Ci si fanno anche degli auguri per l’anno che viene. C’è anche la
vaga idea che, almeno per un giorno, si debba cercare di essere più buoni.
E’ rimasta la sensazione che nella festa sia coinvolte potenze soprannaturali,
che vengono perlopiù iconograficamente rappresentate in un magico
vegliardo vestito con i colori di The Coca Cola Company –Atalanta - GA –
USA. Ci dicono che la festa trae origini da antiche tradizioni che celebrano la
luce che vince le tenebre. Quest’ultima idea ci può collegare al suo
significato religioso più recente: “lux lucet in tenebris”, espressione tratta
dal Vangelo di Giovanni, è scritto sulla facciata del Tempio valdese, qui a
Roma, a piazza Cavour, di fronte al “nostro” Palazzaccio. Il Natale è infatti
una festa cristiana.
Nella
liturgia cattolica la festa dura otto giorni, fino a Capodanno. Si celebra
sempre lo stesso evento. In epoca carolingia si è iniziato a contare gli anni a
partire da esso, ci si è costruita sopra un’«era». Il momento iniziale è
ipotetico, le fonti sono imprecise. Si è voluto con ciò segnalare l’importanza
di una svolta che aveva cambiato l’antico mondo greco-romano e
segnato profondamente l’evoluzione delle culture europee, che è
proseguita fino a noi. Essa consistette nell’innesto dello stupefacente senso
di giustizia sociale dell’antico ebraismo, che Emmanuel Levinas definiva
“meraviglia delle meraviglie”, nell’ideologia filosofica e politica
greco-romana, realizzando in tal modo la sua universalizzazione. Lo strumento
culturale che consentì questo processo fu la traduzione in greco della Bibbia
ebraica, la versione cosiddetta dei “Settanta”, risalente all’Egitto del terzo
secolo dell’era antica, in epoca ellenistica. Ma la sua macchina incubatrice fu
la Galilea del primo secolo, la Galilea delle genti, uno straordinario melting
pot in cui si attuò un vivace incontro/scontro di civiltà. A partire dal quel
marginale, veramente periferico, frammento di umanità si produsse nel giro di
quattro secoli la completa sostituzione dell’ideologia religiosa, politica e
sociale dell’impero che allora dominava i popoli del Mediterraneo e di parte
dell’Europa settentrionale, i precursori di coloro che, nell’Ottocento e
Novecento, giunsero ad essere i dominatori del mondo. Si tratta di un processo
sul quale a scuola ci sono state date scarse notizie e ancor meno nella
formazione religiosa di base, per quelli che vi sono stati esposti. Di solito
si passa dal raccontare dei cristiani perseguitati al narrare dei cristiani
dominatori politici. La fase intermedia è avvolta nel mistero. In effetti c’è
proprio un problema di fonti. Quello su cui di solito si concorda è che nel
primo secolo della nostra era c’era un’attesa di qualcosa come l’ideologia
cristiana. L’insoddisfazione per l’ideologia antica emerge con molta chiarezza,
ad esempio, già negli scritti platonici (5°/4° sec. era antica).
La
narrazione cristiana sul Natale ci presenta il Bimbo del Natale come l’Atteso,
e anche l’Annunciato. In essa c’è molta teologia e molta politica. Il Natale
cristiano essenzialmente non è, insomma, una “festa della famiglia”, come
spesso si usa presentarlo in religione. E, per la verità, nonostante la grande
importanza che oggi si dà alla famiglia nell’etica cristiana, essa è quasi del
tutto assente nelle fonti neotestamentarie. Il Natale in senso religioso ci
parla di una straordinaria metamorfosi sociale.
La
famiglia del Bimbo del Natale viene, come dire, “risucchiata” verso la Giudea,
dalle origini galilee, per adempiere quelle attese. Queste ultime piombano
addosso a quella mamma e a quel papà sotto forma di sogni, di una visione
angelica e poi di alcune profezie fatte alla madre sull’infante durante suoi
soggiorni in Giudea. I genitori del Bimbo accettano, consentono, di farsi
collaboratori della realizzazione di quelle attese. Ma non viene chiesto loro
nulla di eccezionale, solo di fare quello che tutte le mamme e tutti i papà
fanno per i loro bimbi. Si prendono cura del piccolo, lo nutrono, lo vestono,
lo proteggono, lo educano. E ciò in linea, per ciò che credo di aver capito,
con l’idea di giustizia dell’ebraismo di tutti i tempi, che la vede realizzata
a partire dalla quotidianità, e anche nelle consuetudini più minute,
nell’osservanza anche di precetti minimi e solo apparentemente senza importanza,
mentre essa, in realtà, “fa
siepe” intorno ai principi più grandi ed è espressione del medesimo anelito
di santità. Ciò emerge anche dal successivo insegnamento del Maestro secondo
cui chi trasgredisce nel piccolo sarà considerato piccolo anche al momento
dell’appagamento delle attese. La mamma e il papà del Bimbo del Natale sono
considerati importanti esempi di vita di fede dai cristiani. La teologia del
Natale è molto più di una mitologia. Non mira a sorprendere con “effetti
speciali”, che pure vi sono, e possono essere considerati come una sorta di
colonna sonora della narrazione.
Il
prendersi cura degli altri è al cuore della teologia cristiana. Si verrà
giudicati, è scritto, in base a come ci si prende cura degli altri. E’ una
teologia che vediamo espressa nella narrazione di quel viandante che, scendendo
verso Gerico, si imbatte in un uomo lasciato mezzo morto per strada da
briganti, e se ne prende cura. Ma anche nel ministero pubblico del Maestro, che
ci viene presentato addirittura commosso fino alle lacrime di fronte alla morte
di un amico, e ancora vedendo folle che non hanno di che mangiare e i malati e
i sofferenti. Egli non rimane inerte, si attiva e si prende cura degli altri.
Questo atteggiamento caratterizza la figura del re-pastore del suo popolo che
esprime la particolare forma di regalità nella concezione cristiana. Un
modello, quello del pastore, del tutto avulso dalla funzione economica della
pastorizia, che in realtà comprende anche il trarre vantaggi economici dal
gregge, e tutto concentrato, appunto, solo sul prendersi cura degli altri,
senza lasciare che nessuno si disperda. Il cristiano è uno che si fa
coinvolgere dalle sofferenze altrui e si prende cura dei sofferenti. Questa
concezione è alla base di tutto il pensiero sociale cristiano che si è espresso
in varie forme nei due millenni della storia di questa fede fino a che, in una
straordinaria metamorfosi che ne ha comportato una ulteriore
universalizzazione, si è trasfuso nelle grandi dichiarazioni politiche sui
diritti umani dalla fine del Settecento in poi. Un processo che è tuttora in
corso. In qualche modo, insomma, le attese delle origini non sono mai state
colmate.
La
politica è stata spesso di ostacolo. In particolare l’ibridazione con la
tradizione del diritto romano, nel campo costituzionale e in quello
civilistico, ha comportato problemi. Essi si sono manifestati in modo sempre
più grave in particolare nel secondo millennio dell’era cristiana, quando la
Chiesa cristiana occidentale, centrata su Roma, venne organizzata come un
impero religioso, sul modello feudale, esprimendo una corrispondente teologia,
un imponente apparato giuridico specializzato e un’efferata polizia
ideologica, modello di tutte le successive organizzazioni del genere. Negli
scorsi anni Sessanta iniziò il processo di destrutturazione e di metamorfosi di
quest’ordine divenuto oppressivo e controproducente, processo che, dopo un
congelamento trentennale, sembra aver ripreso il suo corso. Il fattore
propulsivo decisivo di questo moto di riforma è stato, dalla metà
dell’Ottocento, il ripartire di un’azione di popolo per la giustizia sociale,
non più comprimibile in religione con mezzi autoritari, per l’affermarsi della
democrazia politica. Si è trattato di un processo che in Italia è stato
particolarmente evidente. Esso ha lasciato profonde tracce nel nostro sistema
giuridico e ha influenzato in maniera determinante le decisioni dei saggi del
Concilio Vaticano 2°, negli scorsi anni Sessanta. E’ la luce che, insieme a
molte altre che vengono da altre componenti sociali, continua a risplendere
nelle tenebre sociali. E’ la luce del “prendersi cura”, la luce che risplende
nel Natale religioso.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
