giovedì 25 dicembre 2014

Buon Natale

Buon Natale a tutti!




  Di questi tempi mi capita di dover dare delle spiegazioni sul Natale. In genere viene considerata una festa della famiglia: si sta con i propri cari e ci si scambia dei doni. Ci si fanno anche degli auguri per l’anno che viene. C’è anche la vaga idea che, almeno per un giorno, si debba cercare di essere più buoni. E’ rimasta la sensazione che nella festa sia coinvolte potenze soprannaturali, che vengono perlopiù  iconograficamente rappresentate in un magico vegliardo vestito con i colori di The Coca Cola Company –Atalanta -  GA – USA. Ci dicono che la festa trae origini da antiche tradizioni che celebrano la luce che vince le tenebre. Quest’ultima idea ci può collegare al suo significato religioso più recente: “lux lucet in tenebris”, espressione tratta dal Vangelo di Giovanni, è scritto sulla facciata del Tempio valdese, qui a Roma, a piazza Cavour, di fronte al “nostro” Palazzaccio. Il Natale è infatti una festa cristiana.
 Nella liturgia cattolica la festa dura otto giorni, fino a Capodanno. Si celebra sempre lo stesso evento. In epoca carolingia si è iniziato a contare gli anni a partire da esso, ci si è costruita sopra un’«era». Il momento iniziale è ipotetico, le fonti sono imprecise. Si è voluto con ciò segnalare l’importanza di una svolta  che  aveva cambiato l’antico mondo greco-romano e segnato profondamente  l’evoluzione delle culture europee, che è proseguita fino a noi. Essa consistette nell’innesto dello stupefacente senso di giustizia sociale dell’antico ebraismo, che Emmanuel Levinas definiva “meraviglia delle meraviglie”, nell’ideologia filosofica e politica greco-romana, realizzando in tal modo la sua universalizzazione. Lo strumento culturale che consentì questo processo fu la traduzione in greco della Bibbia ebraica, la versione cosiddetta dei “Settanta”, risalente all’Egitto del terzo secolo dell’era antica, in epoca ellenistica. Ma la sua macchina incubatrice fu la Galilea del primo secolo, la Galilea delle genti, uno straordinario melting pot in cui si attuò un vivace incontro/scontro di civiltà. A partire dal quel marginale, veramente periferico, frammento di umanità si produsse nel giro di quattro secoli la completa sostituzione dell’ideologia religiosa, politica e sociale dell’impero che allora dominava i popoli del Mediterraneo e di parte dell’Europa settentrionale, i precursori di coloro che, nell’Ottocento e Novecento, giunsero ad essere i dominatori del mondo. Si tratta di un processo sul quale a scuola ci sono state date scarse notizie e ancor meno nella formazione religiosa di base, per quelli che vi sono stati esposti. Di solito si passa dal raccontare dei cristiani perseguitati al narrare dei cristiani dominatori politici. La fase intermedia è avvolta nel mistero. In effetti c’è proprio un problema di fonti. Quello su cui di solito si concorda è che nel primo secolo della nostra era c’era un’attesa di qualcosa come l’ideologia cristiana. L’insoddisfazione per l’ideologia antica emerge con molta chiarezza, ad esempio, già negli scritti platonici (5°/4° sec. era antica).
 La narrazione cristiana sul Natale ci presenta il Bimbo del Natale come l’Atteso, e anche l’Annunciato. In essa c’è molta teologia e molta politica. Il Natale cristiano essenzialmente non è, insomma, una “festa della famiglia”, come spesso si usa presentarlo in religione. E, per la verità, nonostante la grande importanza che oggi si dà alla famiglia nell’etica cristiana, essa è quasi del tutto assente nelle fonti neotestamentarie. Il Natale in senso religioso ci parla di una straordinaria metamorfosi sociale.
 La famiglia del Bimbo del Natale viene, come dire, “risucchiata” verso la Giudea, dalle origini galilee, per adempiere  quelle attese. Queste ultime piombano addosso a quella mamma e a quel papà sotto forma di sogni, di una visione angelica e poi di alcune profezie fatte alla madre sull’infante durante suoi soggiorni in Giudea. I genitori del Bimbo accettano, consentono, di farsi collaboratori della realizzazione di quelle attese. Ma non viene chiesto loro nulla di eccezionale, solo di fare quello che tutte le mamme e tutti i papà fanno per i loro bimbi. Si prendono cura del piccolo, lo nutrono, lo vestono, lo proteggono, lo educano. E ciò in linea, per ciò che credo di aver capito, con l’idea di giustizia dell’ebraismo di tutti i tempi, che la vede realizzata a partire dalla quotidianità, e anche nelle consuetudini più minute, nell’osservanza anche di precetti minimi e solo apparentemente senza importanza, mentre essa, in realtà, “fa siepe” intorno ai principi più grandi ed è espressione del medesimo anelito di santità. Ciò emerge anche dal successivo insegnamento del Maestro secondo cui chi trasgredisce nel piccolo sarà considerato piccolo anche al momento dell’appagamento delle attese. La mamma e il papà del Bimbo del Natale sono considerati importanti esempi di vita di fede dai cristiani. La teologia del Natale è molto più di una mitologia. Non mira a sorprendere con “effetti speciali”, che pure vi sono, e possono essere considerati come una sorta di colonna sonora della narrazione.
 Il prendersi cura degli altri è al cuore della teologia cristiana. Si verrà giudicati, è scritto, in base a come ci si prende cura degli altri. E’ una teologia che vediamo espressa nella narrazione di quel viandante che, scendendo verso Gerico, si imbatte in un uomo lasciato mezzo morto per strada da briganti, e se ne prende cura. Ma anche nel ministero pubblico del Maestro, che ci viene presentato addirittura commosso fino alle lacrime di fronte alla morte di un amico, e ancora vedendo folle che non hanno di che mangiare e i malati e i sofferenti. Egli non rimane inerte, si attiva e si prende cura degli altri. Questo atteggiamento caratterizza la figura del re-pastore del suo popolo che esprime la particolare forma di regalità nella concezione cristiana. Un modello, quello del pastore, del tutto avulso dalla funzione economica della pastorizia, che in realtà comprende anche il trarre vantaggi economici dal gregge, e tutto concentrato, appunto, solo sul prendersi cura degli altri, senza lasciare che nessuno si disperda. Il cristiano è uno che si fa coinvolgere dalle sofferenze altrui e si prende cura dei sofferenti. Questa concezione è alla base di tutto il pensiero sociale cristiano che si è espresso in varie forme nei due millenni della storia di questa fede fino a che, in una straordinaria metamorfosi che ne ha comportato una ulteriore universalizzazione, si è trasfuso nelle grandi dichiarazioni politiche sui diritti umani dalla fine del Settecento in poi. Un processo che è tuttora in corso. In qualche modo, insomma, le attese delle origini non sono mai state colmate.
 La politica è stata spesso di ostacolo. In particolare l’ibridazione con la tradizione del diritto romano, nel campo costituzionale e in quello civilistico, ha comportato problemi. Essi si sono manifestati in modo sempre più grave in particolare nel secondo millennio dell’era cristiana, quando la Chiesa cristiana occidentale, centrata su Roma, venne organizzata come un impero religioso, sul modello feudale, esprimendo una corrispondente teologia, un imponente apparato giuridico specializzato  e un’efferata polizia ideologica, modello di tutte le successive organizzazioni del genere. Negli scorsi anni Sessanta iniziò il processo di destrutturazione e di metamorfosi di quest’ordine divenuto oppressivo e controproducente, processo che, dopo un congelamento trentennale, sembra aver ripreso il suo corso. Il fattore propulsivo decisivo di questo moto di riforma è stato, dalla metà dell’Ottocento, il ripartire di un’azione di popolo per la giustizia sociale, non più comprimibile in religione con mezzi autoritari, per l’affermarsi della democrazia politica. Si è trattato di un processo che in Italia è stato particolarmente evidente. Esso ha lasciato profonde tracce nel nostro sistema giuridico e ha influenzato in maniera determinante le decisioni dei saggi del Concilio Vaticano 2°, negli scorsi anni Sessanta. E’ la luce che, insieme a molte altre che vengono da altre componenti sociali, continua a risplendere nelle tenebre sociali. E’ la luce del “prendersi cura”, la luce che risplende nel Natale religioso. 

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli