mercoledì 24 dicembre 2014

Pensiero di Natale

Pensiero di Natale




 Quando, ieri sera, durante la “liturgia” del presepe vivente ideata da Lorenzo Daniele, mi sono accostato al presepe con la mia statuina del pastore tra le mani per dire il mio pensiero su questo Natale, mi sono trovato in difficoltà, come sempre mi è accaduto in occasioni simili. Per quanto infatti sia molto affezionato al presepe, tanto che in casa mia ce n’è sempre uno piccolo allestito, mi riesce difficile uscire dalla pura e semplice contemplazione della rappresentazione. Questo mi accade perché sento molto forte il rischio, e la tentazione, di riversarvi sopra ideologie mie o altrui che lasciano il tempo che trovano. Inoltre, come ho detto agli amici del gruppo di Ac, mi riesce più facile immedesimarmi in Giuseppe, il papà terreno del divino Bambino, più che in un pastore, in un semplice spettatore della natività. Questo perché anch'io sono stato padre di due neonate, le ho avute letteralmente tra le mani, le ho cresciute e viste crescere e fortificarsi, in sapienza e grazia, come è scritto di quel Bimbo del Natale, e ieri sera erano vicino a me, donne fatte. Le rappresentazioni del Natale coinvolgono molto chi è genitore, perché rimandano a un’esperienza di gioia profonda che egli ha vissuto, nei primi giorni in cui ha cominciato a conoscere il nuovo essere umano che da lui è scaturito. Si ha tra le mani un bimbo molto piccolo e si fanno molti sogni su di lui. Si spera che cresca bene. E questo, ieri, mi sono sentito di dire: speriamo che cresca bene. Riferito al fondamento di tutte le nostre speranze questo augurio, naturalmente, assume un significato molto più ampio e riguarda tutta l’umanità e il suo destino, noi e tutta l’altra gente intorno a noi, e addirittura quella che ci ha preceduti nel tempo e quella che verrà dopo di noi: cresca, dunque, la speranza che è in noi, ci pervada e si diffonda sempre più, fino agli estremi confini della terra e del tempo; siamone messaggeri e testimoni secondo la missione che ci è stata affidata.
 Nei racconti del Natale si intuisce che c’è molto di più di una vicenda famigliare, di una coppia che ha un figlio, vale a dire di  un evento che rientra nella normalità delle cose degli esseri umani, come di tutti i viventi. C’è politica, c’è teologia. Quel Bimbo del Natale ci viene presentato come l’Atteso, e non solo dai suoi genitori. Ma ci viene anche spiegato che molte delle attese su di lui, in particolare quelle legate alla politica, sono andate deluse, mentre quelle della teologia delle origini sono state di molto superate. “Tu sei re?”, chiese la politica al nostro primo Maestro che le era davanti nella condizione di prigioniero e di accusato. La risposta che fu data ha generato infiniti ragionamenti su come si debba intendere la regalità che noi attribuiamo, in fondo fin dalla sua nascita,  a colui nel quale riponiamo tutte le nostre speranze. Di lui è scritto che è il Verbo e “tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto”. E’ anche scritto che egli è luce per noi, che brilla nelle tenebre, e che dimorò fra noi e noi vedemmo la sua gloria, come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (cfr Gv 1). Questa è la realtà che ha oltrepassato tutte le attese della teologia.
  Anche nei  bei pensieri che sento in occasione del Natale, come pure nei canti e nelle varie liturgie e consuetudini di festa di questo tempo, ci sono molta politica e molta teologia. Anche noi abbiamo delle attese su quel Bimbo. Ed è come se, da genitori, volessimo indicargli una strada da seguire, come abbiamo fatto con i nostri figli. Non si dice, del resto, che uno dei più gravi e impegnativi compiti dei genitori è l’educazione dei loro figli? Possiamo immaginare che anche Maria e Giuseppe l’abbiano svolto. Dico “immaginare”, perché negli scritti che riconosciamo come sacri, e che poniamo a fondamento della nostra fede, c’è veramente poco su questo. E, innanzi tutto, non ci sono stati tramandati detti del nostro primo Maestro che ce ne parlino.  Chissà se ha narrato ai suoi discepoli della sua vita prima di  diventare Maestro? Se lo ha fatto, chi lo ascoltava ha tenuto per sé le sue parole, non ce le ha riferite. Quindi noi, oggi, abbiamo pochi punti di riferimento per sapere come comportarci con quel Bimbo del Natale. In Maria, nella quale vogliamo riconoscere la figura della Chiesa, egli ci è figlio, ma, nello stesso tempo, siamo anche suoi discepoli ed egli ci ha generati alla fede.
 Allora, in questo Natale del 2014, il proponimento che faccio è quello di lasciare spazio a quel Bimbo, di essere disposto a lasciarmi sorprendere da lui, senza che le mie aspettative su di lui sovrastino il suo insegnamento e il suo esempio di vita, e gli siano d’impaccio, di intralcio, nella sua crescita in me, in noi, nella nostra società e nel nostro tempo. E, anche, di usare verso il Bimbo del Natale quella delicatezza che abbiamo nella cura dei nostri bimbi piccoli, quando sono del tutto affidati a noi e noi gioiamo nel vederli dormire tranquilli nelle loro culle, perché hanno mangiato, li abbiamo puliti, sono al caldo nei loro panni e tra le loro copertine, e allora anche noi possiamo finalmente chiudere gli occhi e sognare di loro.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli