Sovversivi
“Il 18
settembre 1897 Di Rudinì [presidente
del consiglio dei ministri] inviò una
circolare di prefetti invitandoli a considerare come sovversive le
manifestazioni cattolice che attentassero «alle istituzioni e ai regolamenti che
ci reggono»
e a considerare come «pericolose
per l’ordine pubblico al pari di quelle dei sovversivi» le conferenze delle
associazioni cattoliche.
[…]
«Protesta
dello stomaco»
venne detta l’agitazione tumultuosa che si diffuse in tutta l’Italia nel maggio
1898 con una rapidità, come scrisse il Colajanni, «prodigiosa». Sommosse
scoppiarono contemporaneamente al Nord come al Sud, al grido: «pane e lavoro!». I disordini,
invero, avevano come causa immediata il rincaro del prezzo del pane; ma una
carestia assai acuta aveva incominciato a diffondersi, specie nelle campagne,
sin dall’autunno del 1897.
[…]
I moti del maggio 1898 non furono un
moto socialista. Eppure, secondo i moderati, la causa della rivolta sarebbe stata nella propaganda dei partiti
sovversivi: socialisti, repubblicani, anarchici e clericali.
[…]
Due paure dominavano, ormai, i pensieri
della classe dirigente liberale, cortigiane e militaresca, ammalata di autoritarismo:
quella del socialismo, in cui, come scriveva il De Viti, la borghesia italiana
vedeva la critica dei suoi privilegi economici, fatta in forme sensazionali e
capaci di trascinare le masse; e quella del clericalismo intransigente, che con
il suo astensionismo, co il suo rifiuto di correre in aiuto del moderatismo
borghese, sembrava che non attendesse altro che il crollo dello Stato liberale.
[…]
Circolava già fra i giovani il nome
nuovo della democrazia cristiana; nuclei attivissimi di preti e laici, seguaci
di Romolo Murri [prete
e politico], esistevano un po’ in tutte
le regioni. Albertario [Davida Albertario, prete e giornalista; direttore
del quotidiano L’osservatore cattolico] aveva aperto le colonne del suo giornale a
molti di questi giovani. Ma il presidente dell’Opera [Opera dei Congressi,
il coordinamento delle associazioni di impegno sociale e culturale dei
cattolici: 1876-1904], Paganuzzi, era
diffidente: riteneva che non ci fosse nulla da cambiare nei vecchi programmi.
Inutilmente Radini Tedeschi, vicepresidente dell’Opera, lo invitava, ancora un
mese prima dei moti popolari, ad abbracciare «un programma più deciso di azione
popolare»…
[…]
L’ondata reazionaria si abbatté sull’Opera,
mentre essa dormiva ancora nel caldo letto delle sue vecchie formule
paternalistiche. L’uomo che era più esposto per la sua dura polemica
antiliberale, per il suo atteggiamento di sfida contro i benpensanti, l’Albertario
, fu arrestato e processato. La maggior parte dei comitati diocesani e molti comitati parrocchiali furono sciolti
dai prefetti.
[da:
Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico
in Italia; dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.170-176,Laterza,
1979]
Il Risorgimento italiano, il moto per l’unificazione
nazionale, aveva avuto in Giuseppe Mazzini, repubblicano, l’ideologo del
nazionalismo come rivoluzione popolare, sociale e politica, con connotazioni religiose
non clericali espresse nel motto Dio e
popolo. Prevalsero tuttavia, con il Cavour e il Garibaldi, le correnti
politiche che vedevano nell’unità d’Italia sotto la dinastia savoia e in un
parlamento eletto democraticamente il punto di arrivo dei moti nazionalisti.
Ai tempi nostri, dopo tanti anni in cui l’orientamento
politico prevalente delle persone di fede italiane si è manifestato come
moderato, se non addirittura come conservatore, si fa fatica a immaginare le
nostre collettività come impegnate in un disegno di riforma sociale. Eppure fu
proprio questo che scaturì dalle esperienze di impegno collettivo sociale che
in religione si fece in Italia nell’ultimo quarto dell’Ottocento. La riforma
sociale fu al centro del lavoro di Giuseppe Toniolo. L’efficacia nella società
di questo composito movimento fu molto limitato dai divieti posti dalla
gerarchia del clero, sempre profondamente diffidente verso tutto ciò che si
veniva costruendo nella società civile al di fuori del suo diretto controllo.
Era una gerarchia piramidale, come in fondo ancora è, che centrava tutta la sua
ideologia sociale sul ruolo del papato romano, sull’appoggio alle sue
rivendicazioni politiche e sulla tutela dei privilegi sociali delle organizzazioni
del clero. Non dobbiamo nasconderci che
la nostra Azione Cattolica nacque nel 1906 sulle ceneri dell’Opera dei
Congressi, che fu sciolta dal papa Pio
10° nel 1904, dopo l’ultimo suo
drammatico congresso del novembre 1903 in cui si erano scontrate duramente correnti
democratiche cristiane e cattolici intransigenti secondo le rigide direttive pontificie di
allora.
Ma non furono solo i moti di riforma sociale
a fare considerare politicamente sovversive le attività dei circoli di
gente della nostra fede, al pari degli agitatori socialisti, ma
fondamentalmente le rivendicazioni legittimiste del papato che rivoleva un
potere temporale sul Lazio e su Roma. La composizione tra reazione politica e
clericopapismo si ebbe solo negli anni ’30 del Novecento, dopo il Patti
lateranensi conclusi dal papato con il regime mussoliniano. I disegni di
riforma sociale su ispirazione religiosa poterono nuovamente dispiegarsi solo
con la caduta del fascismo, del 1945. Tra il 1904 e il 1945 essi furono come congelati.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli