Sfide dei tempi
impreviste
Al centro delle riflessioni svolte durante il Concilio Vaticano 2°, la
grande assemblea deliberativa dei nostri capi religiosi giunti da tutto il
mondo svoltasi in varie fasi (sessioni) tra il 1962 e il 1965, fu l’analisi di
quelli che vennero definiti segni dei
tempi. A questo lavoro fu trovata una base nei detti evangelici lì dove si
fa riferimento all’agricoltore, il quale per programmare il suo lavoro nei
campi scruta il cielo e cerca di predire che tempo farà. In religione si è convinti che il dispiegarsi della storia
degli esseri umani manifesti un disegno provvidenziale, dunque di origine
soprannaturale: il capire i segni dei tempi veniva inteso anche come
uno sforzo per comprendere quella dinamica soprannaturale della storia e ciò
venne proposto come metodo anche per
il futuro. D’altra parte la maggiore attenzione
alla storia umana che si volle all’epoca sollecitare nei fedeli non si riguardava
solo l’osservazione, ma comprendeva
anche un richiesta di compartecipazione
alle dinamiche sociali, bene espresso nella prima frase di uno dei più
caratterizzanti documenti di quella grande assemblea di clero (con una
minuscola e solo simbolica presenza di alcuni laici, senza potere deliberativo)
degli anni sessanta, la Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e
la speranza…]:
“Le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti
coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce dei discepoli di Cristo, e nulla
vi è di genuinamente umano che non trovi
eco nel loro cuore”.
L’altro grande tema di quell’assemblea fu
quello dell’aggiornamento. Esso era
strettamente collegato con il metodo dell’osservazione dei segni dei tempi. Si ritenne infatti che le nostre collettività
religiose fossero rimaste indietro rispetto ai progressi conseguiti dall’umanità
in vari campi e che oltre che osservare
ciò che di nuovo la storia umana aveva prodotto occorresse anche imparare da essa. Questo atteggiamento
fu la vera novità introdotta da quel Concilio quale direttiva per chi nelle
nostre collettività esercitava il potere. Infatti, in fondo, venne chiesto a
chi comandava in religione di essere insieme maestro e discepolo dell’umanità.
Questo non era mai accaduto prima di allora. Se consideriamo, ad esempio, la
prima grande legge promulgata dalla nostra gerarchia del clero in materia di
impegno sociale dei fedeli, l’enciclica Rerum
Novarum [=sulle novità (dei tempi)]
del 1891, del papa Leone 13°, vediamo che in essa il legislatore manifesta di
voler prescrivere soluzioni ai problemi sociali, in particolare all’ingiustizia
sociale contro la quale combattevano i moti socialisti, traendole autonomamente
dalla dottrina teologica di sempre, fondata sulle scritture sacre e sulla
tradizione. L’atteggiamento che prevalse durante il Concilio Vaticano 2° fu
molto diverso. Rese la nostra dottrina religiosa meno autoreferenziale. E
iniziò un moto di apertura alla collaborazione dei laici nella formulazione di
principi di azione sociale, fondata sul convincimento che essi avessero una
maggiore competenza nelle cose dell’umanità, in ciò che nel gergo teologico
viene definito come il temporale, che
è semplicemente la storia umana nei suoi sviluppi nel tempo, contrapposta a ciò
che in essa è manifestazione dell’eterno, il sacro, visto come campo
specifico del clero. La distinzione tra temporale
e sacro è molto importante da
un punto di vista teologico, anche se nella pratica presenta molti problemi.
Infatti proprio quella distinzione consentì l’apertura conciliare, quindi
dei nostri capi religiosi, al progresso dei tempi
nuovi, intesa come necessità di aggiornamento.
Si prese coscienza che il temporale,
la realtà al di fuori del sacro, era soggetto a mutamenti, quindi, in
particolare, che le civiltà umane mutavano evolvendosi, e che anche in
religione era necessario imprimere un moto analogo in quel campo se non si
voleva restare indietro, privandosi
della possibilità di incidere nei moti sociali contemporanei. Lo spazio del sacro continuò però ad essere concepito come
immutabile nel tempo. Questo rese possibile il superamento dei problemi creati
all’inizio del Novecento dalle istanze del movimento modernista,
centrato sul tema dell’adattamento,
in cui si voleva mettere mano, per adeguarlo allo spirito dei tempi, ad ogni aspetto dell’esperienza religiosa.
Il quadro in cui si trovò a ragionare quell’assemblea
deliberativa negli anni Sessanta fu quello di collettività religiose rimaste indietro rispetto ai progressi, sociali e tecnologici,
dell’umanità. Ci si propose quindi di partecipare
a quelle dinamiche di progresso per innestarvi valori religiosi.
Ai tempi nostri la situazione è
inaspettatamente mutata, sul versante di ciò che si muove fuori degli spazi
liturgici, del sacro. Si notano infatti nelle società umane evidenti segni di regresso in più campi, per cui le nostre
collettività religiose e le loro ideologie sociali, profondamente segnate dal
moto di aggiornamento innescato dal
Concilio Vaticano 2°, si trovano ad essere, oggi, in molti campi all’avanguardia sul fronte del
progresso sociale. In realtà non sono andate poi molto avanti in quest’ultimo
campo, ma risaltano improvvisamente per le dinamiche reazionarie innescate in
varie parti del mondo. Da un lato si confrontano con le dinamiche politiche e
ideologiche autoritarie prevalenti in oriente, d’altra parte con il
fondamentalismo religioso che sempre più sembra prendere piede in Asia e in
Africa. La spettacolare manifestazione
della nuova situazione si è avuta durante l’incontro del Papa, del leader
palestinese e del presidente israeliano
in Vaticano dell’8 giugno scorso, accompagnati da esponenti religiosi delle
fedi presenti in Palestina. In quell’incontro l’unico a ipotizzare veramente
una possibilità di composizione pacifica dei conflitti in quell’area del mondo, con la collaborazione
delle religioni in essa operanti, è stato infatti il Papa. E poco tempo dopo
quell’evento nel Vicino Oriente sono esplosi conflitti violentissimi molto
caratterizzati in senso religioso, che hanno spinto tutte le parti coinvolte ad
un ulteriore irrigidimento delle loro ideologie, anche su basi religiose.
In sostanza non ci si può più aspettare di respirare il progresso sociale nell’aria, come si
pensava di poter fare negli anni Sessanta, perché le dinamiche globali che
sembrano oggi prevalere appaiono di tipo reazionario. Esse avevano
iniziato a coinvolgere anche le collettività di fede italiane. E non è un caso
che queste ultime appaiano oggi come paralizzate di fronte alle esortazioni del loro
nuovo sovrano religioso universale, venuto da molto lontano, da un ambiente
sociale che, per essere in definiva arretrato
più o meno di una trentina d’anni
rispetto all'attuale contesto europeo, ha conservato meglio, paradossalmente,
gli ideali di progresso sociale, nel temporale, che caratterizzarono il moto di aggiornamento conciliare
innescato negli anni Sessanta.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli