Conciliazione
[Nel 1887] usciva l’opuscolo del padre Tosti [Giuseppe Tosti, monaco benedettino
e abate di Montecassino; fin dai moti rivoluzionari del 1948 si era speso per
convincere il papa Pio 9° a rinunciare al potere temporale] «La
conciliazione», che si diceva fosse stato approvato al papa. Il padre Tosti,
che aveva già partecipato «col cuore e con la penna agli
entusiasmi del ‘48» [cita un’opera di Arturo Carlo
Jemolo], noto per il suo «caldo
senso d’italianità e la più rigida sottomissione alla disciplina monastica»[cita la medesima opera], scriveva:
“Quando i popoli si reggevano a monarchia assoluta, i principi
regnavano e governavano a un tempo e se usurpavano roba e ragioni della Chiesa,
i papi sapevano a chi rivolgersi per farla restituire. Ma oggi i principi
regnano e non governano. Il deposito delle leggi è nelle mani dell’universale,
il governo è nella nazione; e se in quello è cosa malamente usurpata, il
pontefice può dolersi di chi la usurpò, ma non può volgersi al principe perché
gli sia restituita. Perciò richiesto il re d’Italia di restituire Roma al papa,
non poté farlo perché non era più sua. Avrebbe dovuto riconquistarla con la
forza al papa, strapparla dalle mani della nazione e scompaginar questa col
ferro del parricida e con quello dello straniero. Quante stragi, quante rapine!”
[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione
all’età giolittiana, pag.139, Laterza,1979]
Il Risorgimento italiano, il movimento
culturale e politico per l’unità nazionale, fu vivamente anticlericale, con toni polemici
asprissimi, di cui non è rimasta, in genere, memoria collettiva, per l’efficace
opera di correzione di tale memoria
compiuta in epoca fascista. Giuseppe Garibaldi, il grande eroe dell’epopea
risorgimentale italiana, arrivò a invocare un decreto che liberasse l’Italia
dal papato. Mentre un giornalista e deputato del Regno d’Italia, Ferruccio Petruccelli
della Gattina, scriveva, dopo la presa di Roma:
“La Chiesa cattolica è un’idea del passato, è un cadavere; che il
cadavere si dissolva da sé senza la vostra responsabilità: abolite la Legge
delle guarentigie [la legge con cui nel 1871 il Regno d’Italia aveva
unilateralmente regolato le sue relazioni con il papato romano e concesso
particolari immunità alle istituzioni pontificie] tra il papato e l’Italia: tra l’Italia e la tradizione nefasta del
papato non resterà più nulla, tranne una maledizione reciproca. Impossessandoci
di Roma colla forza noi abbiamo, o
signori, compiuta la più grande rivoluzione dei tempi moderni. Enrico VIII,
Lutero avevano scacciato dai loro paesi il papa. Noi abbiamo scacciato dal mondo il papato temporale e messo lo spirituale
nella necessità di morire. Noi abbiamo emancipato lo spirito umano dall’autorità del papato. L’opera non è
compiuta ancora” [citato nell’opera
di G. De Rosa sopra menzionata, che a sua volta riprende una citazione da P.
Vigo, Storia degli ultimi trent’anni del
secolo XIX, 1908].
L’anticlericalismo del Risorgimento italiano
non fu tanto, come i moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, un
fenomeno anti-religioso, ma essenzialmente una reazione alla posizione del papato
in merito all’unità nazionale, che i nazionalisti italiani volevano costituire
intorno alle vestigia culturali e storiche di Roma, la capitale dell’antico
Impero Romano caduta nell’8° secolo della nostra era sotto il dominio temporale
del papato, che l’aveva usurpata al potere dell’impero bizantino prima
alleandosi con i longobardi e poi con i loro nemici carolingi.
Allo scoppio del moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, il
papato romano era federato con le dinastie assolute dell’Europa continentale.
Nei moti ottocenteschi per l’affermazione di monarchie costituzionali, esso,
tranne che durante un’effimera parentesi sotto il regno del papa Pio 9°, rimase
legato all’assolutismo monarchico, sia nella propria organizzazione interna,
sia nei rapporti con gli altri stati. E ciò per le ragioni bene esposte
dal Tosti nel brano che sopra ho citato.
Il papato confidava nelle dinastie monarchiche assolute per la migliore e stabile tutela dei propri possedimenti
e delle proprie ragioni. Esso ha invece nutrito sempre una profonda diffidenza
verso il potere democratico, in ciò risentendo anche della concezione
pessimista che della democrazia avevano gli antichi filosofi greci, che vi
vedevano la manifestazione degli impeti emotivi delle folle, preda dei
demagoghi, e le preferivano organizzazioni politiche dominate da
legislatori-filosofi. Questa diffidenza dura tutt’ora, tanto che la nostra
gerarchia religiosa, espressa totalmente dal clero, pur avendo accettato (ma
solo dal 1991!, regnante Karol Wojtyla) il regime politico democratico come
quello oggi preferibile, continua a rifiutare i principi democratici per la
propria organizzazione.
La ricostruzione del Tosti sul perché i re d’Italia
Savoia non avessero accettato di restituire Roma al Papa non corrisponde alla
realtà storica. A Vittorio Emanuele 2° di Savoia, uno dei protagonisti, con
Cavour, Garibaldi e Mazzini, del processo di unificazione nazionale, e al suo
successore Umberto 1° di Savoia non era mai passato per la mente di assecondare
le pretese del Papa sulla città di Roma
e la loro ideologia in merito credo sia bene espressa dal motto “Ci siamo e ci staremo”, che fu in voga
dopo la presa di Roma. In questo erano assolutamente in sintonia con il
Parlamento nazionale, in cui, a causa del divieto pontificio di partecipare
alla vita politica del Regno d’Italia impartito ai cattolici, i cattolici in
linea con il Papa non erano rappresentati.
Come superare la frattura tra i cattolici e il
nuovo stato unitario e, in particolare, tra il papato e il nuovo potere
politico insediatosi a Roma? Una volta compreso che l’aspettativa di un
recupero di Roma al papato sulla base di pressioni internazionali o di rivolte
popolari sarebbe andata frustrata, apparve chiara l’insufficienza dell’iniziale
strategia intransigente del protestare e
aspettare. Ma anche una conciliazione
sulla base di una nuova federazione con la monarchia sabauda appariva
impraticabile per l’acceso clima anticlericale che dominava il Parlamento del
Regno d’Italia, sul quale nessuna influenza aveva il papato in quanto, con il
divieto ai cattolici italiani di fare politica, si era precluso la possibilità
di sponsor politici in sede parlamentare. Rimaneva la
strada di revocare quel divieto e di consentire ai cattolici la politica
nazionale. Ma la profonda ostilità reazionaria del papato alle organizzazioni
politiche di popolo impedì di percorrerla fino alle soglie della Prima guerra
mondiale. La ragione? Il timore che, una volta aperte le porte alla democrazia,
le tendenze democratiche rifluissero anche nei confronti della gerarchia
religiosa, organizzata secondo criteri rigidamente assolutistici. L’ideologia
democratico-cristiana, che sosteneva la conciliazione tra fede e democrazia di
popolo, venne condannata dal Papa Leone 13°, con l’enciclica del 1901 Graves de communi re [=I gravi problemi
sulle questioni economiche]. Lo stesso Papa, con l’enciclica Rerum Novarum [=sulla novità] del 1891,
aveva condannato i moti socialisti per la risoluzione delle ingiustizie
sociali. Il papato era (è?) incapace di
relazionarsi con il potere democratico, caratterizzato da un rapido
avvicendarsi di persone al vertice dello stato. Vi vedeva una condizione di
perenne incertezza, determinata dalla tirannia delle maggioranze di volta in
volta mutevoli. La conciliazione fu fatta quindi solo quando il potere dello
stato cadde nuovamente nelle mani di un potere assoluto, quello del fascismo
mussoliniano, che verso la fine degli anni ‘20 sembrava avere forte e duratura
presa sulle masse. Fu una valutazione che si dimostrò gravemente errata. L’indebolimento
della posizione del papato conseguita alla caduta del regime con cui esso si
era federato determinò il papato ad accettare un compromesso con i democratici
cristiani di De Gasperi, accreditati sulla scena politica post-fascista
nazionale e internazionale per il loro importante ruolo nella Resistenza
italiana, i quali, in cambio della non ostilità del papato alla nuova
Repubblica democratica, riuscirono ad adoperarsi per salvare le immunità, i
privilegi e il piccolo regno di quartiere che i Patti Lateranensi, gli accordi
conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano,
avevano concesso al papato.
Ma una vera conciliazione tra la democrazia italiana e il papato deve, in un
certo senso, ancora venire. Essa non potrà prodursi senza una profonda
trasformazione dell’organizzazione del papato. Ciò però è al di là delle
possibilità di intervento dei soli fedeli: deve prodursi necessariamente per autoriforma gerarchica, per così dire per
decreto pontificio. Così come, in definitiva, anche la Repubblica italiana non
si è costituita con un atto rivoluzionario, ma, come è stato osservato, in un
certo senso per decreto reale, con il decreti del Luogotenente del regno
del 1944 e del 1946 con cui venne indetto il referendum istituzionale sulla
forma del nuovo stato postfascista, monarchia o repubblica, in esecuzione del cosiddetto Patto di Salerno dell’aprile 1944 tra la
monarchia sabauda e i partiti antifascisti. I fedeli possono però collaborare a
costruire il quadro culturale e ideologico del
mutamento e, innanzi tutto, iniziare a sperimentare nuovi modi di vivere
collettivamente la fede sfruttando le possibilità che già ora sono state
istituzionalizzate, ad esempio nell’organizzazione democratica dell’Azione
Cattolica. Per dimostrare nei fatti che l’introduzione di forme di
partecipazione democratica nell’organizzazione della nostra collettività
religiosa non comporta la dissoluzione di quest’ultima. Ciò che invece seriamente si temette nel corso degli scorsi anni ’70,
durante l’ultima travagliatissima e angosciosa fase del pontificato di Giovanni
Battista Montini, e che fece calare sull’Italia, in un certo senso, il gelo
polacco, come estremo rimedio.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa –
Roma, Monte Sacro, Valli