Intransigentismo
“Secondo gli intransigenti, non
si poteva giungere a nessun compromesso con la “rivoluzione” e con lo
Stato liberale, che faceva arrestare e processare i vescovi, che colpiva gli
ordini religiosi, che negava l’«exequatur» [provvedimento con cui si ratificava la
nomina, rendendola efficace anche per l’ordinamento statale] alla nomina di vescovi zelanti [=filopapali
attivi in politica]. La tattica da seguire
non era perciò che una, quella indicata dal capo degli intransigenti, dal
cardinale Antonelli [= Giacomo Antonelli, ultimo segretario di stato dello
Stato pontificio], il segretario di Stato
di Pio 9°. Quando, nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia [=la
conquista militare dello Stato pontificio da parte del Regno d’Italia il 20
settembre 1870], Ruggero Bonghi (filosofo e politico napoletano) fu invitato dal ministro Correnti [=Cesare
Correnti, ministro della pubblica istruzione del Regno d’Italia] a
visitare le biblioteche di Roma, si recò a rendere omaggio all’Antonelli, che
egli aveva conosciuto già nel 1948, all’epoca della sua permanenza nella città
pontificia [=Roma] come segretario di
ambasciata della Lega Italiana [il progetto di una coalizione politica
antiaustriaca degli stati italiani che il Bonghi era stato incaricato, dal
sovrano del Regno delle Due Sicilie, di negoziare a Roma con il Papa]. Fu subito ricevuto dal segretario di Stato,
ed il discorso cadde naturalmente sulla condizione di cose creata, pochi giorni
prima, dall’ingresso delle truppe italiane in Roma. L’Antonelli affermò che il
Papa non uscisse dal Vaticano, perché l’uscire sarebbe stato un riconoscere e
sancire quanto era stato fatto contro di lui. Da parte del papa – egli sostenne
- bisognava mantenere il diritto intatto
e incolume, poiché la di lui forza stava in quel diritto. Spiegò perché i
cattolici non dovevano recarsi alle urne, e al Bonghi, che accennava alla
possibilità di trattative tra la Santa Sede e il governo italiano, rispondeva:
“Ma che trattative, mio caro
signore. Con chi si tratta quando si tratta col governo italiano? Prima che la
trattativa sia intavolata, il governo è bello e cambiato! E poi, come si può
avere più fede negli uni che negli altri?”
E concluse dicendo: “Non vi è
che una risoluzione possibile: protestare e aspettare?”.
“Protestare e aspettare”,
questa fu la bandiera dell’intransigentismo cattolico per alcuni anni, dopo la
caduta del potere temporale. E in questa attesa nessun incontro con i cattolici
liberali.
L’acutizzarsi della questione romana e la
preoccupazione destata in seno alla Chiesa dal formarsi di correnti
filo-liberali influirono anche sul livello culturale della grande massa dei
cattolici, laici e preti, inibendo loro una ricerca e un’attenzione più aperta
sugli indirizzi degli studi moderni. Il più delle volte la cura pastorale
rivelava una mentalità da «ancien régime» [il tipo di regime politico basato sull’assolutismo regio che aveva
preceduto la Rivoluzione francese e i regimi politici ispirata ai suoi ideali] “fondata cioè sulla fiducia nell’autorità
più che sulla persuasione, preoccupata soprattutto di tenere lontano dai fedeli
ogni influsso pericoloso, chiudendoli in una specie di ghetto cattolico»
[cita G.Martina, Sguardi al clero
italiano e alla sua azione pastorale verso la metà dell’Ottocento,
pubblicato sulla rivista Humanitas,
aprile 1964, pag. 452]. Lo sforzo
pastorale era rivolto «soprattutto a
eliminare gli influssi nocivi, più che a irrobustire la fede dei praticanti
preparandoli a contrattaccare le nuove idee» [cita il medesimo articolo].
[da: Gabriele De Rosa, Il
Movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana,
pag.45-46, Laterza, 1979, non più in
commercio]
Storicamente tra la fine del
Settecento e la fine dell’Ottocento, un secolo, gli orientamenti culturali e
politici dei cattolici passarono dall’ultramontanismo,
la rigida fedeltà ai dettami del Papa in particolare nell’opporsi all’influsso
dell’illuminismo e dei movimenti politici scaturiti dalla Rivoluzione francese,
al neoguelfismo, il movimento che intendeva
promuovere l’unità culturale e politica degli italiani sulla base di valori culturali di origine religiosa e sotto il primato del Papa, e infine all’intransigentismo, il movimento centrato sulla reazione all’affronto
politico fatto dal Regno d’Italia con il sopprimere militarmente lo Stato
pontificio, il dominio laziale del Papa in Italia con capitale Roma.
Sia l’ultramontanismo che l’intransigentismo
furono dominati da un moto di chiusura
verso le idee culturali e politiche dei tempi nuovi, in particolare dal rifiuto
del liberalismo e dai regimi democratici da esso ispirati. Possiamo invece
considerare il neoguelfismo come una
anticipazione dell’esperienza democristiana del Novecento. Esso fu gelato dalla
brusca virata contro il costituzionalismo
[il movimento teso a temperare con istituti democratici l’assolutismo regio]
maturata durante il regno del papa Pio 9° e dalla dura condanna del liberalismo
contenuta nell’enciclica di quello stesso Papa Quanta cura[=Con quanta
cura e pastorale vigilanza i Romani Pontefici Predecessori Nostri…], del
1848, e nell’allegato Sillabo, l’elenco
delle concezioni (in gran parte riconducibili al liberalismo) condannate in
quanto ritenute contrarie alla fede religiosa.
L’intransigentismo, con il senno del poi, può essere considerato una
vera tragedia per le genti di fede italiane, avendo impedito loro di avere il ruolo
determinante che avrebbero potuto esercitare per lo sviluppo del nuovo stato
unitario nazionale, con la loro massa e
il loro sviluppo culturale e sociale. Ruolo che esse poterono avere solo nella
seconda metà del Novecento, nella quale i democratici cristiani furono fondamentali
per la costruzione della nostra nuova Europa, da Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer
fino a Helmut Khol e ai tempi nostri, in cui costituiscono il gruppo
maggioritario del Parlamento europeo.
I caratteri fondamentali dell’intransigentismo sono quelli sunteggiati sopra nel brano del
libro di De Rosa. Manifestazione di perdurante intransigentismo può essere considerata l’ideologia politica dei valori non negoziabili, promossa dal
papa Benedetto 16°. Essa trova ancora autorevoli fautori in Italia, benché non
abbia più il sostegno pontificio, dal 2013.
Quando, tra le due guerre
mondiali, il papato decise di abbandonare l’ideologia politica dell’intransigentismo,
tra due linee transigenti, quella dell’impegno
del laicato in democrazia, promossa da Luigi Sturzo, e quella del compromesso
con un dittatore, il Mussolini, scelse la seconda, concludendo, nel 1929, una
serie di accordi con il Regno d’Italia dominato dal fascismo storico, sentiti
da molti come disonorevoli. La grande maggioranza degli italiani della nostra
fede, compresi quelli associati nell’Azione Cattolica, lo seguirono. Fu l’apogeo
del clerico-fascismo. Monumento visibile di questa epoca è la Città del
Vaticano, il simulacro di regno temporale di cui il Papa è re e in cui la
stragrande maggioranza dei fedeli è considerata straniera
e non ha voce.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli