Ripensare il nostro
modo di stare nella società da persone di fede
“…dobbiamo però anche chiederci fino a che punto il pensiero della fede
si è veramente riposizionato rispetto alla cultura dell’uomo occidentale
divenuto «adulto», ovvero uscito dalla situazione di
minorità nei vari ambiti della scienza, ma anche ini quelli della sua coscienza
etica. Se per il primo aspetto è necessario andare fino in fondo nel cammino
intrapreso, volenti o nolenti, nello svestire il pensiero della fede dai suoi
debiti culturali nei confronti di visioni scientifiche sorpassate, ripensando
radicalmente la natura della trascendenza di Dio e del suo agire nel mondo,
per il secondo aspetto è indispensabile proseguire con coraggio, senza
accontentarsi dei timidi passi fatti finora, il compito di svestire il
pensiero della fede da una cultura etica arcaica, non all’altezza della
coscienza morale cui lo spirito critico è giunto.
Il teologo cristiano non può
permettersi di sottovalutare la sfida della critica etica che l’Occidente ha
ormai da tempo rivolto al cristianesimo, accusandolo di essere impregnato e
spesso fautore di un’etica ormai intollerabile; come ad esempio l’etica della rassegnazione
alla sofferenza, della sottomissione passiva all’autorità calata dall’alto, del
disprezzo del corpo, del sacrificio della vita; in una parola dell’alienazione
dell’uomo. Si pensi a quanto abbiano plasmato la «cultura etica europea»
filosofi come Feuerbach, Marx, Nietzsche, l’ateismo dei quali, come in genere l’ateismo
moderno post-cristiano, ha avuto motivazioni fondamentalmente etiche. La
cultura cosiddetta «laica» o «secolarizzata»
occidentale non solo non è priva di «etica» ma si presenta e si
autocomprende soprattutto nelle sue espressioni più coscientemente critiche,
come dotata di un’etica autonoma dalla religione cristiana, e per più versi
superiore a quella insegnata e praticata storicamente dal cristianesimo in
occidente.”
Da Giovanni Feretti, Il grande compito – Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare, pag.94-95, Cittadella
editrice, 2013, € 13,80
Sentiamo che ci viene richiesto un mutamento
del nostro essere, individualmente e collettività, persone di fede nella
società. Vediamo che è cosa compresa anche dalla nostra gerarchia del clero,
sempre piuttosto restia a farlo. Ed è questione che va molto oltre della decisione
di “dare la Comunione ai divorziati” o di accettare unioni di tipo coniugale
tra omossessuali. Concentrarsi su questo significa seguire la particolare
fissazione dei nostri capi religiosi per le questioni coniugali e riproduttive,
delle quali per altro essi parlano e scrivono senza averne esperienza personale
e diretta, perché se la sono vietata. Il che limita di molto la persuasività
delle conclusione a cui giungono a nome di tutti, clero, religiosi e laici.
Occorre sperimentare, prima di teorizzare,
modelli nuovi di pensare e vivere la fede, in particolare modi nuovi di vivere
la religione in contesti non autoritari, dove la personalità di ognuno abbia un
giusto riconoscimento. Spesso questa esigenza è bollata come protestantesimo. E’ un’accusa che
recentemente è stata mossa, veramente in modo paradossale, contro il nostro
nuovo padre universale, che contemporaneamente è anche uno degli ultimi sovrani
assoluti della Terra.
E’ possibile cominciare a farlo anche in un
gruppo come il nostro. Questo però richiede di acquisire maggiore
consapevolezza di problemi e delle questioni implicate nella fede comune. In
genere noi siamo abituati ad agire prendendo come punto di riferimento i nostri
preti, sia quando ne condividiamo le parole sia quando le critichiamo. Dovremmo
invece cercare di sviluppare una maggiore autonomia, facendo in qualche modo di
necessità virtù, tenendo conto della progressiva scarsità dei sacerdoti, i
quali spesso, per colmare i vuoti diocesani, sono stati trapiantati da contesti
culturali molto lontano dal nostro.
In genere, invece, non dimostriamo particolare
dimestichezza con le cose religiose, benché talvolta le pratichiamo ormai da
molto tempo, come accade ai più anziani.
Siamo stati a Messa fin da piccoli, certe
letture bibliche le abbiamo sentite da una vita, eppure continuiamo a sbagliare
gli accenti. Accade anche in altre cose. Siamo troppo superficiali, facendo
sempre conto che qualcuno “ci spieghi” quello che si deve pensare e fare. Del
resto, bisogna riconoscere, è questa la via che ci è stata indicata come la
migliore. La strategia del gregge che aspetta che il pastore lo pascoli. Essa
non va più bene nel mondo di oggi. In un certo senso deve essere proprio il
gregge a indicare la via al pastore. E’ quello che anche i nostri capi
religiosi stanno cominciando a capire e, molto, molto timidamente, a praticare.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli