martedì 4 novembre 2014

Ripensare il nostro modo di stare nella società da persone di fede

Ripensare il nostro modo di stare nella società da persone di fede


“…dobbiamo però anche chiederci fino a che punto il pensiero della fede si è veramente riposizionato rispetto alla cultura dell’uomo occidentale divenuto «adulto», ovvero uscito dalla situazione di minorità nei vari ambiti della scienza, ma anche ini quelli della sua coscienza etica. Se per il primo aspetto è necessario andare fino in fondo nel cammino intrapreso, volenti o nolenti, nello svestire il pensiero della fede dai suoi debiti culturali nei confronti di visioni scientifiche sorpassate, ripensando radicalmente la natura della trascendenza di Dio e del suo agire nel mondo, per il secondo aspetto è indispensabile proseguire con coraggio, senza accontentarsi dei timidi passi fatti finora, il compito di svestire il pensiero della fede da una cultura etica arcaica, non all’altezza della coscienza morale cui lo spirito critico è giunto.
 Il teologo cristiano non può permettersi di sottovalutare la sfida della critica etica che l’Occidente ha ormai da tempo rivolto al cristianesimo, accusandolo di essere impregnato e spesso fautore di un’etica ormai intollerabile; come ad esempio l’etica della rassegnazione alla sofferenza, della sottomissione passiva all’autorità calata dall’alto, del disprezzo del corpo, del sacrificio della vita; in una parola dell’alienazione dell’uomo. Si pensi a quanto abbiano plasmato la «cultura etica europea» filosofi come Feuerbach, Marx, Nietzsche, l’ateismo dei quali, come in genere l’ateismo moderno post-cristiano, ha avuto motivazioni fondamentalmente etiche. La cultura cosiddetta «laica» o «secolarizzata» occidentale non solo non è priva di «etica» ma si presenta e si autocomprende soprattutto nelle sue espressioni più coscientemente critiche, come dotata di un’etica autonoma dalla religione cristiana, e per più versi superiore a quella insegnata e praticata storicamente dal cristianesimo in occidente.”

 Da Giovanni Feretti, Il grande compito – Tradurre la fede nello spazio pubblico secolare,  pag.94-95, Cittadella editrice, 2013, € 13,80

 Sentiamo che ci viene richiesto un mutamento del nostro essere, individualmente e collettività, persone di fede nella società. Vediamo che è cosa compresa anche dalla nostra gerarchia del clero, sempre piuttosto restia a farlo. Ed è questione che va molto oltre della decisione di “dare la Comunione ai divorziati” o di accettare unioni di tipo coniugale tra omossessuali. Concentrarsi su questo significa seguire la particolare fissazione dei nostri capi religiosi per le questioni coniugali e riproduttive, delle quali per altro essi parlano e scrivono senza averne esperienza personale e diretta, perché se la sono vietata. Il che limita di molto la persuasività delle conclusione a cui giungono a nome di tutti, clero, religiosi e laici.
 Occorre sperimentare, prima di teorizzare, modelli nuovi di pensare e vivere la fede, in particolare modi nuovi di vivere la religione in contesti non autoritari, dove la personalità di ognuno abbia un giusto riconoscimento. Spesso questa esigenza è bollata come protestantesimo. E’ un’accusa che recentemente è stata mossa, veramente in modo paradossale, contro il nostro nuovo padre universale, che contemporaneamente è anche uno degli ultimi sovrani assoluti della Terra.
 E’ possibile cominciare a farlo anche in un gruppo come il nostro. Questo però richiede di acquisire maggiore consapevolezza di problemi e delle questioni implicate nella fede comune. In genere noi siamo abituati ad agire prendendo come punto di riferimento i nostri preti, sia quando ne condividiamo le parole sia quando le critichiamo. Dovremmo invece cercare di sviluppare una maggiore autonomia, facendo in qualche modo di necessità virtù, tenendo conto della progressiva scarsità dei sacerdoti, i quali spesso, per colmare i vuoti diocesani, sono stati trapiantati da contesti culturali molto lontano dal nostro.
 In genere, invece, non dimostriamo particolare dimestichezza con le cose religiose, benché talvolta le pratichiamo ormai da molto tempo, come accade ai più anziani.
 Siamo stati a Messa fin da piccoli, certe letture bibliche le abbiamo sentite da una vita, eppure continuiamo a sbagliare gli accenti. Accade anche in altre cose. Siamo troppo superficiali, facendo sempre conto che qualcuno “ci spieghi” quello che si deve pensare e fare. Del resto, bisogna riconoscere, è questa la via che ci è stata indicata come la migliore. La strategia del gregge che aspetta che il pastore lo pascoli. Essa non va più bene nel mondo di oggi. In un certo senso deve essere proprio il gregge a indicare la via al pastore. E’ quello che anche i nostri capi religiosi stanno cominciando a capire e, molto, molto timidamente, a praticare.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli