L’inutile
fissazione per il pensiero unico
“La prima tentazione è rappresentata
dalla chiusura e dalla contrapposizione nei confronti di un mondo così
pluralista. Si concepisce lo stare dentro il mondo come una parte che si oppone
alle altre, secondo il criterio: «pour
se poser il faut s’opposer» [=si cerca di affermare l’identità nell’opporsi]. Si tratta di concepire una «identità senza
relazione»,
anzi si sacrifica la relazione sull’altare dell’identità. Si è convinti che la linea di demarcazione tra ciò che è
bene e ciò che è male passi tra la Chiesa e il mondo, senza accorgersi che
invece essa è trasversale, perché attraversa sia la Chiesa che il mondo. La
missione evangelizzatrice rischia di essere autoreferenziale, cioè circoscritta
dentro i circuiti della Chiesa come istituzione visibile.
La seconda tentazione è quella opposta:
liquefarsi nella pluralità delle opinioni e stare dentro il mondo come una
delle tante realtà che esso contiene. Il fondamento teorico di questa scelta
consiste nella convinzione che diversamente il cristiano viene rifiutato dal
mondo come un corpo estraneo. Per agire dall’interno e compiere la propria
missione, occorre prima di ogni cosa farsi accettare e questo non avverrà mai
fino a che non ci si integra nel sistema che si vuole migliorare dall’interno.
Siamo di fronte ad una «relazione
senza identità»
e si sacrifica l’identità sull’altare della relazione. La missione è stare
accanto, condividere: un dialogo senza annuncio di Gesù Cristo.
Esiste una tentazione intermedia: va bene
stare dentro il mondo, ma ci sono dei «valori che non sono negoziabili». Si tratta di un
altro mantra che risponde a quello dell’autonomia. Dunque sì stare dentro il
mondo, ma fino ad un certo punto, delimitando dei confini invalicabili. Ora è vero che ci sono dei valori non
negoziabili, ma ciò che fa problema al cristiano non è l’affermazione di questo
principio, ma la sua attuazione che è sempre e necessariamente interpretata
storicamente e mediata nella società. Si veda il valore della vita e l’anestesista
rianimatore che deve decidere con tutta urgenza se sia più conforme al valore
della vita rianimare o no una persona con un certo danno cerebrale. Quale il
confine tra eutanasia e accanimento? Mi pare che l’aspetto problematico
intervenga proprio quando si tratta di interpretare i valori: qui non sempre le
scelte sono identiche”.
[dall’articolo
di Cataldo Zuccaro, Il Concilio davanti a
noi, pubblicato sul numero1-2/2014 di Coscienza,
la rivista del Movimento Ecclesiale di
Impegno Culturale]
Tra noi, in religione, si dà molta importanza
all’ortodossia, che, in genere, a parte un ristretto ambiente di intellettuali
teologi per i quali essa è un obiettivo sempre da riscoprire e da costruire di
epoca in epoca sulla base di uno sforzo personale e del dialogo, viene
individuata nel pensarla nei limiti del pensiero normativo promulgato, quindi
proposto come doveroso, dal nostro massimo sovrano religioso e dai suoi
feudatari. Gran parte dei problemi che la nostra religione ha causato nel
mondo, in particolare tra gli europei, per cui essa oltre che radice della civiltà europea ne può essere anche
considerata come uno dei flagelli,
sono storicamente derivati dal fondamentalismo con cui questa esigenza è stata
fatta valere socialmente. Per nostra buona sorte siamo però nati nel secolo
giusto, in cui una certa libertà di pensiero in materia di fede non produce più
le tragiche conseguenze che si rischiavano in altre epoche e su certi argomenti
si può quindi ragionare serenamente. In particolare di questi tempi siamo
addirittura invitati a farlo proprio a chi comanda in religione. E, dunque,
facciamolo. Questo recherà danno alla compattezza delle nostre collettività
religiose? Storicamente ha sicuramente recato più danno avere duramente contrastato
la libertà di pensiero in religione.
La fissazione, direi l’ossessione, per l’ortodossia
è stata originaria nella nostra esperienza di fede, risale alle origini e
traspare chiaramente negli scritti attribuiti a Paolo di Tarso. Si manifesta
con toni durissimi negli scritti di quegli autori ai quali è attribuito il
titolo di Padri della Chiesa. E’
stata fatta propria dai nostri sovrani religiosi e considerata, anche in tempi moderni, come parte
caratterizzante del loro ministero, tanto da avere uno delle suoi più eclatanti
sviluppi nell’Ottocento, con l’imposizione del dogma paradossale dell’infallibilità
pontificia, con il quale da allora abbiamo iniziato una difficile convivenza. In
Italia esso ha comportato problemi gravissimi perché ha pesantemente
interferito nelle polemiche seguite alla realizzazione dell’unità nazionale
mediante soppressione del dominio temporale dei Papi romani, spingendo i
cattolici italiani, per obbligo religioso, ad assecondare la disastrosa
strategia politica del Papato, quindi all’intransigentismo
verso le istituzioni politiche del Regno d’Italia e alla conseguente
emarginazione politica. Nel secondo dopoguerra la teologia più accreditata e la
saggezza dei nostri sovrani religiosi ne ha fortemente limitato le conseguenze
negative.
Superare una tara che risale alle origini non
è facile. Ma non è sicuramente impossibile. Di fatto storicamente ci si è
sempre in qualche modo riusciti e questo ha determinato l’evoluzione del nostro
pensiero religioso che, bisogna sottolinearlo, non corrisponde più del tutto a
quello delle origini. Del resto sarebbe strano il contrario. E’ come per tante
altre cose, ad esempio per il diritto romano, che ancora è alla base di molta
pare dei nostri concetti giuridici, ma senza pretendere che leggi di duemila
anni fa siano ancora vigenti ai tempi nostri. E’ solo in questo modo che quelle
che possiamo francamente considerare bizzarrie del nostro pensiero religioso
sono potute rimanere come punti di riferimento per la nostra vita di oggi: se
ne sono infatti salvati, con un’opera di mediazione culturale, i principi che
esse avevano incorporato. Noi oggi, ad esempio, non siamo più obbligati a
pensare che la Creazione sia stata ultimata proprio in sei giorni di calendario, ma
teniamo ferma l’idea che il Creato abbia un senso per gli esseri umani proprio
perché concepito come “creato”, quindi non conseguente solo a una cieca
evoluzione di forze della natura.
Dal punto di vita dell’evoluzione delle
società umane, le esperienze più feconde della nostra fede religiosa si sono
avute nell’ibridazione con altre culture umane, a cominciare con quella con la
cultura ellenistica, che ha prodotto la nostra teologia fondamentale, che
ancora oggi riteniamo valida. L’autoritarismo ideologico, spesso storicamente
esercitato in forme che oggi definiremmo delinquenziali, ha creato molti
problemi e non è stato mai veramente essenziale nel mantenere un certo
collegamento tra le diverse concezioni religiose, di modo che si possa
riconoscere che esse fanno tutte riferimento ad una medesima fede. La nostra fede
è infatti sopravvissuta anche alle maggiori divisioni che si sono storicamente
prodotte e che non si è riusciti a ricomporre su base autoritaria, quindi ai
grandi scismi. Un certo ruolo può invece
essere riconosciuto al centralismo religioso come agenzia culturale, come
motore di trasmissione di una tradizione. Esso viene ancora esercitato ai tempi
nostri, ma non con metodi in genere meno
autoritari. Bisogna però riconoscere che un ruolo analogo viene esercitato
anche da altre agenzie culturali, che non pretendono di agire in una sorta di
regime di monopolio.
Uno degli esercizi
di laicità che si possono utilmente fare in un gruppo di Azione Cattolica è quello del libero
confronto di idee, che naturalmente non significa tirar fuori la prima cosa che
passa per la mente, ma ragionare insieme sulle cose, confrontarsi
consapevolmente con una tradizione ricevuta e farsene interpreti nel mondo di
oggi. Se si considerano i problemi del passato, si capisce la grande importanza
di questo lavoro. Esso è però necessario per farci crescere nella società, per
esercitare su di essa quell’influsso che corrisponde alla missione assegnata
specificamente ai laici di fede. Non è però cosa facile, in particolare con le
abitudini indotte nel passato. Spesso i nostri dialoghi religiosi si limitano
ad essere commentari della strabordante produzione letteraria dei nostri
sovrani religiosi. Essi sono quindi ancora dominati dal principio di autorità.
Per cominciare a ragionare su basi diverse, potremmo provare a cambiare i libri di testo. A prendere come basi per
costruire ragionamenti altra letteratura, o la nostra concreta esperienza di
vita. Per quanto oggi possa suonare strano, il nostro pensiero sociale di fede
non è stato fatto solo dai nostri sovrani religiosi. Riscoprendolo in tutta la
sua estensione potremmo renderci conto dell’importanza che nella sua evoluzione
ha avuto la gente comune, non appartenente all’ordine feudale al quale ancora
attribuiamo, almeno formalmente, il monopolio del governo religioso.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli